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Emozioni su commissione: Wolf Parade e i 20 anni di “Apologies for The Queen Mary”

Per anni ho pensato che “Apologies for the Queen Mary” fosse un qualche tipo di richiamo a un romanticismo vittoriano, pensiero sicuramente condizionato dal video di I’ll Believe in Anything. Niente di più sbagliato: durante uno dei primi loro concerti all’ All Tomorrow’s Parties, i Wolf Parade si esibirono su una nave, la Queen Mary per l’appunto, dalla quale furono fatti scendere per i loro comportamenti molesti dopo il concerto (complici gli immancabili Flaming Lips). E questo fu il loro modo di scusarsi. 

Insomma, erano dei cazzoni, guardare la loro biografia sul sito della Sub Pop. Come tanti dei gruppi che amavamo all’epoca,  scrivevano canzoni bellissime ma giù dal palco erano incorreggibili ragazzini che causavano migliaia di grattacapi agli organizzatori e alle loro crew. Decidete voi se è una cosa da vivere con nostalgia o sollievo, sicuramente gli aspetti da mettere sulla bilancia sono molteplici. Ma non è oggetto del discorso adesso.

I Wolf Parade nacquero nel 2003 da una richiesta di Alex Megelas, direttore della Grenadine Records che cercava un gruppo-spalla per gli allora emergenti Arcade Fire e contattò Spencer Krug, tastierista in uscita dai Frog Eyes, con una deadline di appena 3 settimane. Spencer si mise in contatto col chitarrista Dan Boeckner (Atlas Strategic) e col batterista Arlen Thompson (che aveva collaborato alla realizzazione di “Funeral” degli Arcade Fire suonando in Wake Up), riuscendo a tirar su alla bene e meglio qualche pezzo. Il primo live funzionò bene, al punto tale che la band si convinse ad aggiungere un quarto elemento, Hadji Bakara, da aggiungere ai sintetizzatori, così da realizzare un EP e nel giro di due anni, preparare un disco.

Dovettero risultare subito molto convincenti nei loro show, per ottenere un contratto con la Sub Pop e farsi produrre all’esordio da Isaac Brock aka Modest Mouse, attirato dalla conoscenza pregressa degli Atlas Strategic. Ne venne fuori un disco che è tutt’ora ricordato come uno dei migliori esordi in ambito indie rock: era un disco d’esordio, ma loro non erano degli esordienti.

La formazione frettolosa della band lascia in eredità una situazione insolita, nella quale Spencer e Krug sono frontman in coabitazione, scrivendo e cantando le proprie canzoni. L’assenza di basso non viene nemmeno percepita, coperta com’è dal raddoppio di tastiere, tastierine ed effetti sonori molto basilari, ma suonati in maniera tale da non risultare ridicolizzanti. 

Apologies for the Queen Mary” non è un disco nel quale i pezzi sono particolarmente legati tra di loro, la stessa scaletta suona abbastanza disordinata e i pezzi collocati in modo discutibile. Però alcuni di quei pezzi funzionano benissimo e complici due bei video, entrano facilmente nell’immaginario. Modern World è quasi un outlier nel contesto, col suo andamento acustico, quasi folk ma fortemente drammatico, diretta espressione di quel sentimento di smarrimento che Boeckner ha vissuto passando dal suo villaggio nell’Isola di Vancouver a città sempre più grandi. «I’m the torch driving the savages back to the trees». Nel video primonovecentesco animato in claymation, la band viene resa obsoleta da un macchinario in grado di comporre musica, finendo in mezzo alla strada. Una fosca e involontaria previsione di quello che oggi sta accadendo con l’intelligenza artificiale.  «Modern World, I’m not pleased to meet you, you just bring me down» lamenta disperatamente Boeckner nel finale, mentre Krug dispensa cori ferali.

L’altro pezzo entrato nell’immaginario col suo video è I’ll Believe in Anything, un racconto caricaturale di duelli in età vittoriana che sa di omaggio a Barry Lyndon. Il video è beffardo, ma la canzone, raccontando una relazione decadente e misantropa, trasmette un senso di tristezza molto profondo. Il suo ritmo sincopato e irregolare ha accompagnato i momenti più bassi della mia vita, come la depressione post-universitaria e la pandemia, portando a catarsi il senso di smarrimento e solitudine che provavo in quei momenti. «Nobody knows and nobody gives a damn anyway» canta Krug su un ritmo finale che è improvvisamente passato in battere e decisamente rock. Come i coevi Arcade Fire (che li hanno spesso omaggiati suonando I’ll Believe in Anything dal vivo), i Wolf Parade condividono un fascino per la scrittura atipica dei pezzi, cercando di non ripetere pedissequamente lo schema strofa-ritornello e di risultare comunque orecchiabili: vedi We Built Another World che sembra un pezzo scritto musicalmente al contrario, comincia che sembra stia già finendo.

Con la ballatona Same Ghost Every Night sembra che il disco sia al termine, e invece siamo solo a metà, diciamo alla fine del lato A. Si ricomincia da capo con Shine a Light, secondo singolo con video che sa decisamente di anni zero per i suoi effetti grafici cheap da Windows Vista, e si conclude con la lunghissima e malinconica Dinner Bells. Almeno così sono convinto ogni volta che mi metto all’ascolto. E invece no: è solo il penultimo pezzo, segue la pur pregevole This Heart’s on Fire, che mai capirò perché sia stata collocata così, anche se dovessero spiegarmelo a turno tutti i componenti della band.

Apologies for the Queen Mary” fu croce e delizia per la band di Montreal, che di fatto non sopravvisse agli anni Zero, non riuscendo a replicare tale esordio fulminante nei successivi due dischi, sebbene “At Mount Zoomer”  sia ricordato di buona fattura. Si sciolsero e poi ritornarono per ulteriori due uscite a partire dal 2017, completando il loro ciclo con una reunion con la formazione originale ed esibizione integrale di “Apologies for the Queen Mary” nel 2022.

Non ci si aspetta più nulla da loro, se non tornare ogni tanto a riunire quel “Supergruppo al contrario”, come amano definirsi, che riuscì inaspettatamente a ritagliarsi il suo piccolo pezzo di storia dell’indie rock.

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