Doja Cat – Vie

Recensione del disco “Vie” (Kemosabe/RCA, 2025) di Doja Cat. A cura di Alessandro Valli.

Una cosa è certa, Doja Cat è una delle cantanti più eclettiche e abili nel saltare da un genere musicale e vocale a un altro senza sforzo. 

Da vera e propria trasformista, con ogni suo progetto attua una metamorfosi in simbiosi con la nuova era ed estetica, purtroppo spesso accompagnata dalla denigrazione delle opere precedenti. Se infatti “Scarlet” si proclamava come un ritorno alla Doja autrice e screditava “Hot Pink” e “Planet Her” come album acchiappa soldi e privi di anima, questo nuovo progetto “Vie” intende ridimensionare la tagliente ribellione rap di “Scarlet” come una produzione fin troppo minimal e poco ricercata vocalmente, incentrata solo su un focus comunicativo. L’artista vuole insomma tornare adesso ad un sound più pop ma mantenendo allo stesso tempo distanza dal mainstream.

Ed effettivamente in tutto l’album risulta difficile distinguere potenziali hit. Doja non è più l’aliena sensuale di “Planet Her” e nemmeno il demone di “Scarlet”. Si presenta più ora come una diva retrò avvolta da una produzione sofisticata che trasuda lo spirito flamboyant degli anni 80, ma senza mai strafare. Il tono basso e caldo nel singolo Jealous Type e la voce un po’ roca e intrigante nella barra francese di Lipstain debuttano un’allure decisamente elegante e inedita per Doja. O anche solo la brezza flautata di Couples Therapy regala un tocco sofisticato al tutto. Il disco è una matura celebrazione d’amore espressa con una soavità che tanto rimanda a Sade. L’ispirazione a Smooth Operator è evidente nell’uso colorato di sassofono come nell’intro di Cards, ma ingente in un po’ tutto l’album. Lo zampino di Jack Antonoff si sente eccome. I ritmi sono decisamente più levigati rispetto ai predecessori, dagli smussati lo-fi beats della splendida Gorgeous alla produzione ovattata di All Mine che ricorda molto “Flower Boy” di Tyler, The Creator. Sono tutte canzoni pop che funzionerebbero deliziosamente anche in slowed & reverb di fronte ad un infuocato tramonto estivo.

Il problema è che questa musica non fa altro che questo, nulla di più nulla di meno. Ogni traccia è incredibilmente simile alle altre sia per la ripetuta formula di cui ormai sono sature sia per le armonie ossigenate tipiche (e un po’ pigre) di Doja Cat. Il tentativo di offrire una sensazione più dreamy e sognante con Acts of Service ad esempio finisce per renderla una copia più “trapperina” di Love To Dream. Una mancanza di identità ancora più chiara in Take Me Dancing, in cui la ricca voce di SZA sovrasta completamente e mette quasi nel dimenticatoio quella della rapper. 

Non che manchino canzoni che osano maggiormente. AAAHH MEN! è dove si fondono meglio l’umorismo stravagante della cantante con una produzione di synth & drums psichedelici, rendendola davvero unica. È un peccato che questa sperimentazione non sia stata approfondita, ma forse è stata scelta di Doja stessa di non finire sotto i riflettori per una volta. Adesso niente più lyric controverse o tweet provocatori da parte della rapper statunitense.

If we keep this up / and you hold me more / I don’t think that would make up for the hope I lost / I can’t be your woman but trust you’ll find someone

L’eterea Happy e la liberatoria Come Back chiudono “Vie” dipingendo la vivace immagine della copertina: Amala leggera come una piuma e immersa in un cielo sereno si lascia cadere speranzosa e fa tesoro delle esperienze in amore come lezioni di vita.

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