
Se il metalcore è forse il sottogenere più in voga tra i derivati del metallo, probabilmente il merito (o la colpa, dipende da voi) è anche dei Bring Me The Horizon. La loro è sicuramente una parabola atipica, ricca di stravolgimenti, cambi di line-up, di genere, di sonorità. Non c’è un disco, della band inglese, che suoni come il precedente, e per quanto questo possa aver portato anche a situazioni e scelte sfortunate, è sicuramente anche un fregio da indossare con orgoglio.
Qui siamo nel 2010, con la storia ancora tutta da scrivere: il gruppo di Oliver Sykes viene da due album devastanti, il primo di un deathcore folle e fuori dagli schemi, il secondo di un metalcore mai stato così cattivo e sonicamente ricercato. Questo, unito ai testi che, soprattutto in Suicide Season presentavano molte sfumatore emo, li fa diventare virali in quell’internet pre-social network ancora così ingenuo ma genuino. Sono diventati delle star di MySpace. Il successo li trascina però anche in un turbinio di eccessi nella vita reale, difficili da gestire per dei poco più che ventenni.
“There Is a Hell…” nasceva proprio dalla sconfitta dei demoni del successo post-“Suicide Season“, che avevano portato il frontman nella spirale della droga e dell’alcol, tanto da finire in riabilitazione per evitare l’autodistruzione. È un disco sentito, forse il più emotivo del gruppo, quello più personale, in cui i nostri iniziano un percorso di decostruzione del metalcore che li avrebbe poi portati, qualche anno dopo, a scalare tutte le classifiche musicali.
Già le prime note della prima traccia segnano un cambiamento, una cesura col passato: un arpeggio di chitarra pulito, riverberato, etereo. C’è ovviamente l’esplosione della distorsione, lo scream, il growl, i breakdown, ma c’è anche una voce femminile, limpida. La luce in fondo al tunnel. Qualcosa che nel genere era veramente raro sentire. E proprio in quella prima traccia, Crucify Me, c’è una frase che li renderà ancora più famosi online, questa volta su Tumblr, ricondivisa così tanto da arrivare anche a chi non avrebbe mai ascoltato musica del genere: “I am an ocean, I am the sea, There is a world inside of me”.

Questo è proprio il disco simbolo di quell’atmosfera emo degli anni 2000, che sicuramente oggi potrebbe risultare edgy, cringe, fuori da qualsiasi corrente moderna di minimalismo, sia per quanto riguarda i testi che per la musica. “There Is a Hell…” infatti è un disco strabordante, pieno di influenze e contaminazioni, dall’elettronica (curata da Skrillex) alla musica classica fino a passare per il punk e l’ambient. Ogni traccia è un mondo a sé, la descrizione perfetta di quelle inquietudini post-adolescenziali che oggi chiameremmo da “young-adult”, e che vengono trattate con la perfetta drammaticità estremizzata che caratterizza quel periodo della vita.
La potenza di una canzone come Fuck è incalcolabile, considerando anche la modernità del sentimento raccontato: l’euforia prima e la depressione post-coito dei rapporti occasionali, in cui ci si illude di amare qualcuno, ma “How do you say goodbye when you’ve hardly said hello?”. Sembra quasi più rilevante ora, in una società che ha sempre più propinato l’individualismo sfrenato e in cui proliferano le app di incontri.
Il fil rouge dell’opera rimane però la risalita dal fondo toccato per colpa di alcol e droghe: It Never Ends è l’urlo catartico di Sykes contro le sue dipendenze, in cui anche l’orchestra sembra sputare fuori tutto il veleno che gli è rimasto in corpo; Blacklist lo sfogo distruttivocontro tutti quelli che l’hanno abbandonato durante quel periodo terribile; Don’t Go una supplica disperata, violino e scream, a qualcuno che possa portarlo fuori da tutto quello schifo, che possa farlo sentire amato, che gli renda la vita degna d’esser vissuta.
Più progressivo di molti altri dischi che dichiaravano di esserlo, più cattivo di molti altri dischi metalcore, i Bring Me The Horizon hanno creato forse un unicum, un’opera che poteva esistere solamente in quelle condizioni, diverso da tutto quello che c’era prima, ma anche l’ultimo prima dell’arrivo del tastierista Jordan Fish, che avrebbe poi ridisegnato completamente il sound degli anni a venire. Uno spartiacque perfetto della loro carriera, una mazzata in faccia ai puristi del genere, una doccia fredda per i fan, qualcosa di totalmente inaspettato. E proprio per questo, ancora oggi, degno di nota.
