
Roberto Bolaño ha scritto un racconto, pubblicato postumo, intitolato “Labirinto”. Nelle sue pagine viene descritta una foto nella quale è ritratta una mezza dozzina di persone, donne e uomini. Sono accademici, scrittori, scienziati, giornalisti. Lo scrittore cileno descrive ognuno di loro, dall’aspetto fisico a quello emotivo nonostante sia solamente una foto, quello di cui stiamo parlando. Ad ognuno di loro viene appiccicata una meticolosa descrizione di come sia vestito e di che aspetto abbia, se alto o basso, di che colore abbia i capelli. Per alcuni di loro, Bolaño immagina il futuro, per altri ci racconta il passato. E stiamo sempre, comunque, parlando di una foto. Ce li abbiamo lì, davanti a noi. Ci sentiamo come loro, immortalati mentre siamo presi dalla lettura del racconto e poi ci immaginiamo in altre situazioni, in macchina mentre andiamo al lavoro oppure mentre falciamo il prato del giardino di casa o ridiamo assieme ai nostri amici. È un intrecciarsi di idee, impressioni e sensazioni, è una cosa che ci fa tastare la nostra esistenza. È un processo che solo la letteratura può creare.
Quest’immagine può però essere paragonata ad un qualsiasi disco, nel senso di musica scritta e prodotta. Ce n’è uno, poi, pubblicato esattamente trent’anni fa, che per la sua coreografia, la sua composizione e la sua irrequietezza, mi ha fatto pensare subito, metaforicamente, al racconto di Roberto Bolaño.
Si tratta di “Tragic Kingdom”, dei No Doubt. Nessun disco uscito negli anni ’90 ha saputo infatti racchiudere in sé così tanti mondi, così tante visioni e, in ultimo, così tanti tratti musicali. Così tanti che non riuscivi ad ascoltarlo tutto per intero perché, se da un lato c’erano canzoni che ti appassionavano e trasmettevano quello di cui avevi bisogno nell’immediato, dall’altro in alcune parti risultava troppo oscuro o elaborato. Lasciavi perdere, tornavi periodicamente su quelle che ti piacevano. Eravamo troppo piccoli per capirlo, troppo inesperti per poterlo sopportare e condividerne le sofferenze.
Abbiamo passato giorni in fila, in coda a concerti e fuori dalle discoteche. Le file erano parte integrante delle nostre giornate. Andavamo all’Acquatica a Milano il giovedì sera perché si entrava gratis e c’era tanta gente, a noi che arrivavamo da fuori ci toccava aspettare ore prima di varcare la soglia. Ci mettevamo in fila. C’era chi ascoltava gli Assück e chi non si schiodava da “Scienza Doppia H”, uscito da poco. C’era chi organizzava e chi distruggeva. C’erano gli skater e gli emarginati dark, gli sgorbi e quelli con i pantaloni larghi. Chi arrivava già sbronzo e chi stava diventando straight edge. Eccoci lì, immortalati in quelle serate. Era musica che non faceva per noi, ma ci piaceva esserci lo stesso.
A distanza di trent’anni, mi accorgo solo ora che “Tragic Kingdom” ci raccontasse di queste situazioni, riprendendone i protagonisti come immortalati in un’istantanea. Tutta la tristezza e tutta la rabbia di quei tredici pezzi usciti che hanno composto il terzo disco di una band che, tra gli sconvolgimenti del punk californiano e la fine dell’epoca grunge, ha saputo trovare un suo vero spazio scenico, secondo me, solo molto tempo dopo le sue uscite discografiche più significative. Eppure, avevo le mani perennemente fredde anche in quell’ottobre di trent’anni fa, e vivevo la stessa svogliatezza di rientrare in casa un lunedì sera con le luci della strada che si sono già accese per il buio.

Iniziamo dal titolo. “Tragic Kingdom” è come veniva chiamato dagli abitanti più giovani di Anaheim Disneyland, il parco giochi sito nella cittadina californiana dove sono nati e cresciuti i No Doubt. Capite già di cosa stiamo parlando, ma soprattutto di come ne stiamo parlando. Perché intitolare così un disco ska-core è una scelta oscura e distopica. Non sto dicendo che lo ska-core debba per forza parlare di canne, concerti, brufolosa ribellione e feste in piscina. Gli stessi Sublime, capostipiti di questo genere, avevano sempre una cartina tornasole di sofferenza e agitazione, nei loro testi. Sto dicendo che stiamo parlando di un album commerciale, concepito e suonato per il grande pubblico, un pubblico che non sempre si sofferma su testi e intimità.
Forse andava di moda, in quegli anni, mischiare. Generi. Oggetti, pietanze, ingredienti, vestiti. Una motivazione eslege grazie alla quale distinguersi e perché no, apparire. Rucola ovunque. Yogurt. Scarpe e felpe adatte alle mezze stagioni. I Luna Park dove ti gonfiavano di schiaffi, qualche dieta. I No Doubt erano la perfetta incarnazione musicale del vivere quel tempo. Che suonassero le cover di Sailing On dei Bad Brains o che scrivessero hit da classifica come Don’t Speak, una canzone delicata e struggente che raggiunse i più infimi bar del vecchio continente per scalare le classifiche delle chart. Don’t Speak fece conoscere al mondo intero Gwen Stefani, una ragazza italo – scozzese che arrivò a cantare nei No Doubt dopo che il cantante e fondatore della band, John Spence, si suicidò nel 1987.
Don’t Speak è, in realtà, la canzone più fuori luogo di tutto il disco. Presa singolarmente non sembra nemmeno appartenere alla stessa famiglia dei tredici pezzi che compongono “Tragic Kingdom”. Entra in conflitto con l’inizio, per esempio, di Spiderwebs, classico pezzo da band ska indipendente, condito da fiati, cori e i ritmi in levare. Excuse me Mr., Sunday Morning e Different People sono brani swing e ska-core e persino Just a girl è un pezzo che picchia, veloce e diretto. Se ascoltiamo poi le empatiche Tragic Kingdom e Sunday Morning, poi, ci accorgiamo dell’abissale distanza che esista tra questo singolo, uno dei più famosi della storia della musica alternativa mondiale, e tutto il resto.
Si ritorna quindi a parlare della musica degli anni ’90, e di ciò che veicolava. “Tragic Kingdom”, grazie alla voce di Gwen Stefani, ci ha parlato per la prima volta di stalking, di violenza domestica e prevaricazione e non sempre i gruppi più marcatamente punk rock o alternativi avevano il coraggio di farlo, non dimentichiamolo. Grazie a questo disco abbiamo imparato ad ascoltare Mad Caddies, Sublime, Dancehall Crashers e Goldfinger valutando un’ottica differente, più profonda e indagatrice, semplicemente perché appartenevano alla stessa scena musicale. Credo che il fatto che i Mad Caddies abbiano pubblicato i loro primi lavori per Honest Don’s e i No Doubt su major non cambi le carte in tavola. Un ragionamento più maturo non si può soffermare sul tramite, ma deve ricercare nell’intento di una produzione artistica di una band il punto focale.
A distanza di trent’anni, mi accorgo solo ora che “Tragic Kingdom” ci raccontasse di queste situazioni riprendendone i protagonisti coi loro angoli smussati, le loro personalità mutevoli, i loro guai. I ragazzi. Quelli che adesso impazziscono così tanto dietro ai numeri di assistenza clienti da dover chiedere mezza giornata di permesso per mettere a posto bollette e addebiti bancari. E quelli che aggiornano Vinted.
