
Pierpaolo Capovilla non è solo l’iconica voce e l’energia indomita del Teatro Degli Orrori, ma anche un artista che da anni esplora le intersezioni tra musica, poesia e cinema. Nella pellicola “Le Città di dianura“, diretto da Francesco Sossai, lui e l’attore Sergio Romano intraprendono un viaggio viscerale e poetico attraverso l’immaginario e le contraddizioni della provincia veneta e padana: un territorio che ha forgiato l’identità artistica di Capovilla. Non è una semplice opera cinematografica, ma una meditazione sull’alienazione, sulla bellezza nascosta e sulla memoria dei luoghi che spesso vengono ignorati, visti come vuoti, e che invece pulsano di una vita complessa e silenziosa.
Lo abbiamo incontrato per saperne di più su tutto quello che ha plasmato il progetto, il film, ma anche per capire la sua visione del paesaggio come specchio dell’animo umano e il ruolo che l’arte, a suo avviso, ha nel dare voce a ciò che è marginale. Un’analisi profonda che va oltre la pellicola, toccando temi centrali come la critica sociale e la poesia del quotidiano.
Ciao Pierpaolo, è un grande piacere averti qui. Da poco sei reduce da un mini tour di quattro date con il Teatro degli Orrori, e il 25 settembre hai esordito con “Le città di pianura”. Come ti senti dopo tutto questo e a cosa ti stai dedicando ultimamente?
Tornare a suonare nei club con Il Teatro degli Orrori è stata un’emozione grande. Il pubblico, abbiamo un pubblico straordinario: intergenerazionale, dai giovanissimi ai boomer, e tutte e tutti si emozionano, si commuovono e s’infervoriscono. Nei club, poi, a differenza dei grandi spazi, il rapporto fra band e spettatori è decisamente più avvincente. Il film è un fulmine a ciel sereno, mai mi sarei atteso tanto interesse e successo di critica e di pubblico. Ne sono orgoglioso. Da tempo, ormai, sono alle prese con la scrittura di un romanzo, il cui titolo – provvisorio – è proprio “Alcohol”. Sto ultimando, insieme ai correligionari de I Cattivi Maestri, un nuovo album rock, di quelli senza compromessi, e sto scrivendo, proprio in questi giorni, una canzone per una giovane band barese, i Violent Scenes (il nome di gruppo più ‘cinematografico’ di sempre), Una canzone da dimenticare, dedicata alle nostre sorelle e fratelli palestinesi.
Concentriamoci sul film “Le città di pianura”. Com’è nata questa avventura e la collaborazione con il regista Francesco Sossai?
Francesco aveva pensato a me per la parte di Doriano, un alcolista, un perditempo, un innocuo balordo di provincia. Venne a trovarmi a Venezia, ospite a pranzo. Mi porse la sceneggiatura e mi invitò a leggerla con calma. Qualche giorno dopo lo chiamai, per dirgli che la parte mi si confaceva, sembrava scritta apposta per me, che con l’alcol ho un rapporto esistenziale da sempre.
Hai avuto in passato qualche esperienza sul piccolo o sul grande schermo?
Avevo fatto piccole cose, come il barista nel film d’esordio di Rohan Johnson, “I primi della lista”, nulla di più.
Mi piacerebbe affrontare adesso il tuo personaggio, Doriano. Come ti sei sentito a interpretarlo? Ci sono aspetti in cui hai riversato, anche inconsciamente, parti della tua esperienza o personalità, pur nella distanza dal suo vissuto?
Ho scoperto che mi piace immedesimarmi in un personaggio. L’ho fatto cercando di seguire ogni suggerimento di Francesco, mi sono lasciato guidare, dirigere insomma. Per un neofita del cinema, mi sembrava la postura intellettuale più ovvia: c’ero per imparare, e ho cercato di dare il meglio di me. Fin dal primo giorno di riprese, mi sono sentito avvolto in un’atmosfera amicale e affettuosa, in comunione d’intenti. È stato bellissimo.

Doriano e Carlobianchi prendono Giulio sotto la loro ala protettiva, offrendogli una visione del mondo alternativa. Qual è, secondo te, la lezione più importante che i due trasmettono a questo ragazzo che studia architettura?
Doriano e Carlobianchi sono due sfaccendati che non fanno che bere, l’incontro con il giovane Giulio è fortuito, ma ne nasce subito una certa sintonia, un desiderio di conoscersi che è reciproco, quella curiosità fra due mondi distanti fra loro, ma affatto confliggenti, nord/sud, vecchi e giovani, fra una beata ignoranza scelta come stile di vita (e noi veneti ne sappiamo qualcosa) e la voglia, il desiderio di conoscere e crescere di un giovane laureando napoletano. Piano piano, nel film, si manifesta un sentimento di amicizia perfettamente gratuito, ché l’amicizia è ‘dono’, mai e poi mai baratto. Alla fine ne esce un giocoso e malinconico ‘bildungsroman’ che, nella leggerezza di un trio davvero speciale, racconta una storia semplice e commovente: Giulio vuole crescere, diventare adulto, Carlobianchi e Doriano sono ‘troppo vecchi per crescere’. Che dolcezza, mi si passi l’espressione.
Il film mescola dramma e commedia, con una vena malinconica. Come hai bilanciato questi toni sul set e qual’è, a tuo avviso, il messaggio emotivo principale che il film vuole lasciare al pubblico?
Come dicevo, mi sono lasciato dirigere. L’ho fatto con grande, se non cieca, fiducia in Francesco, che è un giovane intellettuale preparatissimo, colto, volitivo e guardingo, capace, che sa coinvolgerti, anzi, che ti contagia con il suo entusiasmo. Il ‘bilanciamento’ fra dramma e commedia è stato naturale, perché è così anche la vita, diciamocelo. Guardiamo all’oggigiorno, a questo terribile momento storico: vorremmo tutti trovare un po’ di serenità, un briciolo di gioia nella vita, ma le circostanze ci avviliscono, ci vessano, ci spingono alla resa, e così, giorno per giorno, scivoli al bar, verso quell’ultimo bicchiere che non è mai l’ultimo, perché il bevitore esperto, oggi è ancora ieri, e così sarà anche domani. Ne so qualcosa.
Il rapporto tra Doriano, Carlobianchi e Giulio è il cuore del film. Come si è sviluppato il tuo affiatamento con Sergio Romano e Filippo Scotti durante le riprese, e quanto è stato fondamentale per la riuscita delle loro dinamiche?
Francesco ci ha invitati, io e Sergio innanzitutto, ad una serie interminabile di esperimenti ‘psico-dinamici’, voleva che imparassimo a guardarci negli occhi con naturalezza, come fossimo due antichi amici che si conoscono fin dall’infanzia. E c’è riuscito! Fra me e Sergio, che siamo quasi coetanei, è nata una stima e un’amicizia veramente speciale. Con Filippo è stato facile, è un ragazzo intelligentissimo, aperto al mondo, anche quando il mondo è rappresentato da due perdenti assoluti. Un giorno gli confidai: io non ho figli, non so cosa darei se tu fossi il mio. Mi osservò con negli occhi lo stupore di chi sta interloquendo con un pazzo.
Il film parla di una generazione — quella dei cinquanta-sessantenni — e di una terra, il Nord-Est, che in un certo senso ‘ha disimparato a sognare’ dopo il boom economico. Pensi che il film sia anche un ritratto di una crisi più profonda, quella dell’identità o forse della contemporaneità che viviamo in Italia?
Per forza! Io la vedo così: il testo del film è piccolissimo, il sottotesto gigantesco. E in quel sottotesto cosa c’è? C’è un mare di politica, altro ché. Noi veneti abbiamo creduto allo sviluppo economico, all’arricchimento individuale, all’individualismo egoistico, ci siamo chiusi in casa dotandoci di ogni comfort, abbiamo messo sbarre alle finestre, alzato muri e recinzioni, siamo stati – lo siamo ancora – vittime di un discorso pubblico fatto di diffidenza e paura verso i migranti e la povera gente in genere, che in realtà rappresentano la nostra più grande ricchezza e speranza per un futuro dignitoso, vittima, giusto per parlar chiaro, di quel fenomeno che Umberto Eco definiva “Ur – Fascismo”, il fascismo inconsapevole del quale la Lega Nord è stata ed è la principale rappresentante. Se ti lasci infilare menzogne e mistificazioni nel cervello per decenni, come vuoi che vada a finire…
C’è una frase nel film: Avevamo scoperto il segreto del mondo, ma non ce lo ricordiamo. Qual è, secondo te, per Doriano e Carlobianchi, questo ‘segreto del mondo’ perduto?
Non ne ho la minima idea. Me lo sono chiesto anch’io, riguardando il film, e non so darmi una risposta. Questa contraddizione mi garba assai! Mi vien da dire: un bel film è come una bella canzone, l’atto creativo non finisce con l’autore, ma continua con il pubblico. “Le Città di Pianura” è un gran bel punto di domanda, non un esclamativo. Invita a riflettere, non offre risposte, interroga chi lo guarda.
Qual è invece il tuo rapporto personale con il cinema? Hai dei registi di riferimento o che consideri ispirazioni?
Eh! Non sai quanti! E quanto diversi fra loro. Ho imparato a detestare Tarantino, agiografo della violenza fine a se stessa, perché non c’è niente da ridere nell’omicidio, e ad amare il Peckimpah di Bring Me The Head, il Cassavetes di Faces, amo il Tarkovskij di Stalker, il Pasolini di Mamma Roma, il Zvjagincev di Loveless – film gigantesco – e perché no, la Cortellesi di C’è Anche Domani. Ma potrei proseguire indefinitivamente… Qualcuno ha paragonato Le Città di Pianura a Shakespeare a Colazione… Non potevo desiderare di più!
Infine, nella realtà, con quale bicchiere concluderesti una serata?
Non bevo più porcherie. Bevo solo vino, il Nebbiolo è il mio preferito, senz’ombra di dubbio.
