
Scavalco i fili sparsi a terra, mi assesto davanti al microfono e ne regolo l’altezza. Osservo. Dietro di me Antonio sembra pendere dalle mie labbra, in tutti i sensi, e con la sua stucchevole aria adorante attende solo un mio gesto per aprire le danze. Di fianco Paolo armeggia coi volumi dell’amplificatore, cercando di mandare in frantumi il meticoloso lavoro del check, perché “ha bisogno che il suo basso si senta bene”. Alla mia destra Natale, con la sua solita aria scazzata, finge di ignorarmi e prova a mettermi in soggezione. Si fotta, di lì a breve sarò io a prendere il comando. A volte mi chiedo perché siamo insieme nella band, e penso che potrei tranquillamente fare a meno di lui.
Indirizzo i miei occhi oltre l’asta: davanti, più in basso rispetto al nostro palco, se così è lecito chiamarlo, due piscine, una più grande e una più piccola, con sparuti gruppetti di adolescenti festanti a mollo. A lato della grande il bar; abbastanza vicino per riconoscere le persone, abbastanza lontano per non distinguere con precisione le loro espressioni. La cerco.
E’ per lei che ho spinto per suonare qui stasera, in questo pool party per simil-fighetti patinati, questa sangriata “al chiaro di luna” che di rock non ha nulla. Voglio che mi veda, che mi noti, che nella mia veste migliore si senta attratta da me. Ma lei per ora non c’è. Natale non perde attimo per guardarmi torvo e ricordarmi che siamo in questa situazione solo per colpa mia; si sente un pesce fuor d’acqua e su questo ha ragione, siamo anni luce distanti dal nostro ambiente e affatto a nostro agio. Infatti non aspetta un cenno, non cerca intesa, si accende una sigaretta e parte senza preavviso con la chitarra acustica. Forse vuol mettere fine a questa messinscena più in fretta che può. Mi avvicino lentamente allo Shure e metto tutto nelle mani di quei 4 minuti. Non posso fallire; lei non può fallire, lei è una garanzia, lei è una regina.
Today is gonna be the day…
Ci siamo, il dardo è scoccato. Chissà quali sensazioni attraversavano la testa dei Gallagher quando, per la prima volta, hanno trovato la versione definitiva. Chissà se avevano un minimo sentore che sarebbe diventata un mostro sacro, il cavallo bianco del britpop, l’inno di quel movimento musicale che riuscì a sconvolgere il cuore degli anni Novanta.

Finisco la prima strofa, prendo fiato e affino la vista ma di lei ancora nessuna traccia mentre la canzone non mi aspetta e Natale lancia la sigaretta in direzione della piscina.
Backbeat, the world is on the street….
Suona proprio bene questo backbeat a inizio verso, cambia il ritmo fin da subito nonostante ci sia una seconda strofa prima del ritornello. Una struttura asimmetrica che non si ripropone: curioso e azzeccato, a creare la giusta tensione che porta al bridge, uno scivolo, un saliscendi morbido e avvolgente.
And all the lights that lead us there are blinding
Che roba meravigliosa deve essere stato questo movimento a Knewborth, nell’estate del 1996, quando Wonderwall non aveva ancora compiuto un anno, con 250000 voci trepidanti, immerse nell’attesa di esplodere, di lasciarsi andare, di liberarsi in uno dei ritornelli più celebri di sempre.
But I don’t know how
Ovviamente, proprio adesso, lei, magicamente, compare.
Because maybe…..
Volare, lasciar andare, mollare tutti gli ormeggi e via, librarsi sulle ali degli Oasis. E sperare, finalmente, che tutto questo serva a qualcosa.
You’re my Wonderwall…
Che poi cosa vorrà dire Wonderwall? Ha un bellissimo suono: armonico, pieno, rotondo. Ma che significa? Natale mi ha detto che quando Noel ha scritto la canzone ha voluto omaggiare George Harrison, ma poi non si è voluto spingere oltre, non sia mai essere troppo gentile con me. In effetti c’è un album di Harrison, piuttosto poco conosciuto, che si chiama Wonderwall Music, chissà che quello stronzo di Natale non abbia ragione.
Non c’è tempo di pensare: Wonderwall non aspetta e lei è laggiù e devo carpire la sua attenzione.
Today was gonna be the day…
Ci volevano i violini! Cazzo, siamo una band senza violini ma del resto avere i violini sarebbe difficile, saremmo un’orchestra, mica una band. Chissà quanto si sarà divertito Noel a scrivere questa canzone. Incredibile che sia uscita solo come quarto singolo di “What’s the story? (Morning Glory)” e inconcepibile come non sia uscita d’estate a diventare non un tormentone ma il tormentone. Chissà quale bizzarria ha portato a farla uscire alla vigilia di Halloween. Trick or treat?
And all the roads that lead you there were winding
Di nuovo il bridge e sembra di sentirlo il vento che scompiglia i capelli, il sole che scalda senza bruciare e quegli occhialini rotondi sul naso alla John Lennon, resuscitati da questo cantante di Manchester, che incideva in profondità le viscere della cultura pop mondiale, tanto da condizionare la vita di un preadolescente come me, che non sapeva chi fossero i fratelli Gallagher, ma che aveva indosso nella sua età prepubere due occhialini rotondi blu.
Butto lo sguardo verso il bar. Lei è là, che sorride e parla, ma non ride con me né verso di me, sembra attratta da altro. Prima che riparta il ritornello mi giro verso i miei ed esclamo: suonate più forte. Nessuno capisce.
I said maybe….
Canto più forte, più forte di prima, più forte di sempre. Lei deve sentirmi.
And after all…
Mentre cerco di tenere la nota mi rendo conto di quanto avevo sottovalutato l’impatto e l’importanza di Liam. Avevo sempre percepito Noel come cardine insostituibile ma qualunque persona che non fosse Liam Gallagher non avrebbe saputo imprimere questo timbro, rendendo l’interpretazione unica e inconfondibile. Per sempre. Mi sovviene la cover di Ryan Adams e dentro di me sorrido, confermando il mio ragionamento.
Il ritornello si spegne e proprio mentre non canto lei si volta verso di me. Sembra fissarmi. Trepido nell’attesa di poter di nuovo dare fiato alla voce ma devo attendere ancora qualche secondo, momenti fatali perché quando tocca di nuovo a me, proprio adesso che sto per dare il meglio di quel che posso, lei si muove, si volta, non mi guarda. Sta seguendo qualcos’altro. Evidentemente i suoi interessi, la sua attenzione, sono dedicati ad altro.
E allora chiudo gli occhi e canto. Canto la libertà di Wonderwall, la sua armonia, la sua forza, la sua meraviglia. Canto senza pensare, senza sollevare le palpebre e mi innamoro.
You’re my Wonderwall.
Si fottano, lei e Natale.La mia lei è Wonderwall.