
Non era proprio il 2000, ma poco dopo. Forse quello successivo. MTV, che questo mese è stata sepolta definitivamente, dopo essere già clinicamente morta da un bel pezzo, era ancora parte della mia riserva di caccia (di musica nuova). I gestori del network, grandi amanti della censura, non potevano più ignorare le band considerate dannose, soprattutto visivamente, il cui successo era in ascesa e, in qualche modo, per vie traverse o in programmi mandati in fascia notturna, si videro costretti a passare certi videoclip carichi di significati, pure politici, di certo visualmente violenti. Tra quelli c’era The Price of Reality. E fu lì che scoprii gli Amen.
In piena sbronza nu metal e in un mondo il cui punk era ormai codificato come una roba addomesticata, televisiva e radiofonica, una band come gli Amen era un cortocircuito. Piazzati sul carrozzone nu, non volevano proprio starci, non gliene poteva fregare di meno, ma così sia. Loro nu metal non erano, nemmeno old. Erano punk. Hardcore punk. Quella la terra di elezione che il loro leader Casey Chaos aveva scelto di vivere, prima da fan, sotto il palco dei Black Flag e in adorazione della folle corsa autodistruttiva del Rollins dei tempi. Guardando quel video, girato da Dean Karr – l’uomo dietro la lente che immortalava tutto il meglio del disagio in musica, dagli Slipknot a Marilyn Manson, dagli Screaming Trees ai Deftones, e ancora giù giù fino a Cypress Hill, QOTSA, The Distillers, Cave In e Mudvayne – mi sentii rimestare lo stomaco, emozionato e a disagio.
Quel che vedevo era il più fulgido esempio di attacco al sistema America/Occidente che si potesse vedere su un canale mainstream: bambini vestiti da militari e da preti che mollano bombe a tutto spiano, bambine in uniforme scolastica che imbracciano mannaie e si ritrovano coperti da litri di sangue che piombano dal nulla, tra bandiere USA in fiamme e davanti a una fittizia Casa Bianca in rovina. In tutto questo la band, con Chaos a fare meno della metà di quel che faceva sul palco. Sui vari giornali dell’epoca, che in qualche modo si curarono degli Amen (ricordo nitidamente Rock Sound avere il coraggio di trattarli) si narrava di come Casey sul palco perdesse il controllo, spaccandosi le ossa (d’altronde, come tanti kids, era anche uno skater e il dolore è di casa quando stai su una tavola), la faccia, conficcandosi in volto qualsiasi cosa gli venisse a tiro. Non era una posa, quella che si sentiva nella musica degli Amen, bensì uno stile di vita.
Il brano era il singolo apripista del loro terzo album “We Have Come for Your Parents”. Riuscii a trovarlo nel negozio di dischi della mia putrida città (cosa cazzo stava succedendo?) e scoprii, con mio sommo piacere, che era prodotto da Ross Robinson. Non potevo chiedere di meglio, dato che proprio il produttore texano – che verrà in seguito riconosciuto come il Padrino del nu metal – era il mio faro nel buio degli acquisti giovanili (è grazie a lui che, in quegli anni, venni a contatto con At The Drive-In e Glassjaw) e finì pure per produrre i Cure. Gli Amen, in qualche modo, erano, proprio assieme alle due band di cui sopra, il modo per spezzare il cerchio numetallaro di cui lui stesso fu artefice. Perché qui di hardcore punk si parla. Oltre a tutto ciò, tra le fila del gruppo, in questa incarnazione, stavano alcuni membri degli Snot (Sonny Mayo e John “Tumor” Fahnestock) nonché dei Godsmack (Shannon Larkin). Non poteva esserci goduria più grande. Anche se, a sentire Chaos, pare che, in studio, fosse lui a registrare tutto tranne la batteria e che Robinson gli disse “Perché cercare altrove la fonte, se la fonte sei tu?”.

Coi suoi bei numi tutelari che vanno da Henry Rollins a Steve Albini (oltre alla dinastia HC di Washington D.C., di cui ha discusso nientemeno che con Denis Lyxzén, e al black metal, come ha dimostrato con i suoi Scum, messi in piedi con membri di Emperor e Turbonegro), Casey diede vita a un mostro sporco e senza fronzoli, ancor più spinto e “fuori posto” del precedente “Coma America”. Oggi si suol dire “questo disco non potrebbe uscire nel 2025”, e “We Have Come…” è proprio uno di quelli. Sin dal libretto, dalla cui estetica è venuto fuori il video del singolo, con i ragazzini preti-con-le-asce, ragazzine che stringono in mano neon neon fallici e portano corone di spine, bande di censura riportanti la frase “This image has been CENSORED for a better America” (a maggior dimostrazione che Trump non è il creatore del male assoluto bensì solo la sua ultima incarnazione), era tutto un prendere a calci nel culo ogni tipo possibile di perbenismo. Brani come Calvin Klein’s the Killer (sul retro del CD riportato solo come CK Killer, d’altronde alla Virgin è già tanto se lo hanno pubblicato, un album simile), sono getti di vomito acido sull’oscurità che si annida nella patina di una società che brilla di luce fasulla, e viene preso di mira anche Versace (ucciso appena tre anni prima), perché gli assassini sono loro, con il loro modo di creare differenze e divergenze.
Ogni pezzo sgorga di malessere sociale, odio e livore sociale. Gli strumenti sono grasso che gronda dalle casse, ora veloci come fulmini, ora che menano su mid-tempo di rara pesantezza, e la capacità di Chaos di espettorare grida disumane oltre il limite umano non sono da meno e sono tutto tranne che una posa, è ferocia pura. Quando, in Justified, va all’assalto del potere ecclesiastico lo fa senza girarci attorno, sbattendosene di tutto e tutti: “Inside this church we will burn all the lives of the women / Inside this church we will burn all the lives of the damaged” (era ancora il regno di Wojtyla, ma non è che con il tanto amato Bergoglio le cose fossero cambiate, checché ne dicano tanti insospettabili che fino a tre giorni prima scatarravano sulla papamobile). “I feel alive, ’cause I was born in America on the 4th of lies”, è l’ululato di Mayday, un ululato che smaschera tutto il falso americano, quello che, passin passetto, ci ha portati a dove siamo ora, nel buco più fetido immaginabile, perché le cose non potevano che peggiorare. Casey ci ha lasciati fin troppo presto, perché di lui e della sua musica ci sarebbe bisogno oggi più che mai.
È una spirale di odio senza fine, un odio e una rabbia riflessi in un album di inaudita violenza, più reale e infestante di qualsiasi altra. “We Have Come for Your Parents”, nel 2025, andrebbe suonato a volume inaudito nel giardino della Casa Bianca. O anche davanti a Palazzo Chigi, se volete. Perché mette nel mirino quel tipo di schifo lì, che oggi si è dischiuso maturando nella sua espressione più vomitevole.
