
Freddie Mercury, a chi chiedeva spiegazioni sul significato del testo di Bohemian Rhapsody, rispondeva che si trattava semplicemente di un “rhyming babble” (balbettìo in rima); ma era veramente così oppure voleva sviare l’attenzione da ciò che il testo realmente significava per lui?
A distanza di cinquanta anni precisi dall’uscita di Bohemian Rhapsody (Emi Records, 31 ottobre 1975), la domanda è sempre senza risposta. Quel che è certo è che si tratta di un brano di un successo enorme, assoluto, con oltre 6 milioni di copie fisiche vendute nel Regno Unito (un milione solo nel gennaio 1976), risultando così il quarto singolo più venduto di sempre in assoluto, oltre a 10 milioni di copie negli U.S.A. per non parlare degli altri paesi del mondo. Ma quante delle persone che lo conoscono e lo hanno ascoltato, magari decine di volte, si sono poste il problema del significato delle parole?
In quel preciso momento storico il pezzo si distingueva perché univa generi musicali diversi, dall’hard rock alla ballad, dal progressive rock alla musica lirica, recuperando il modello della rapsodia, proveniente dalla musica classica, e andando così a costituire una pietra miliare, non solo nella storia dei Queen, ma nella storia della musica moderna. Malgrado la contrarietà della casa discografica, che lo riteneva improponibile per il pubblico perché troppo lungo (circa sei minuti) e a dispetto della forte opposizione del manager dei Queen, non convinto delle armonie corali presenti in modo pesante fin dall’inizio, il singolo vedrà la luce dopo ben sei settimane di registrazione, dovute alle numerose, e sperimentali per l’epoca, sovraincisioni delle voci.
Il disco entrerà nella hit parade una settimana dopo l’uscita, iniziando una scalata che già il 9 gennaio 1976 lo porterà a un milione di copie vendute per essere successivamente inserito nell’album “A Night at the Opera”, il quarto album del gruppo, insieme a pezzi che però non avranno la medesima risonanza. Il successo di allora di Bohemian Rhapsody, così come la sua attualità, sono dovuti a una serie di fattori, ma principalmente alla struttura anticonvenzionale, suddivisa in parti: un’intro, una ballad al pianoforte, un passaggio pressoché operistico, una parte rock dura e incisiva, quindi un outro tranquilla e riflessiva, il tutto sul modello, derivante dalla musica classica, della rapsodia. Altro elemento di rilievo la melodia, costruita appositamente per esaltare le doti vocali di Freddie Mercury, in particolare l’estensione, con il ricorso a movimenti cromatici capaci di innescare un senso di instabilità e quindi di drammaticità.
Riguardo le liriche, dense di frasi sibilline, a più riprese ci si è spesi sul fornire una plausibile e definitiva spiegazione, senza peraltro mai arrivare a una conclusione certa, complice il fatto che Freddie Mercury, che era l’autore, non ha mai voluto dare indicazioni. Molti hanno suggerito che il testo fosse una rappresentazione del conflitto interiore di Mercury fra l’essere gay e altri fattori come la provenienza religiosa (era nato a Zanzibar da una famiglia parsi, di religione zoroastriana, che non accettava di buon grado l’omosessualità), altri hanno optato per una riflessione generale sulle scelte della vita e sull’affrontare le conseguenze delle proprie azioni. In realtà all’interno del brano le suggestioni sono molteplici e intersecate.
L’intro (“Is this the real life? Is this just fantasy? … Any way the wind blows doesn’t really matter to me, to me”) espone il tema del sentirsi escluso, ma anche del distacco personale rispetto a questa esclusione, dell’accettazione. Nella parte ballad il giovane protagonista della storia confessa alla madre di aver ucciso un uomo e di come questo fatto terribile abbia cambiato la propria vita, appena iniziata. Dal senso di inesorabilità si passa all’invito alla madre ad andare avanti, il tutto chiuso dalla considerazione che meglio sarebbe stato non esser mai nato (“Mama, just killed a man … Carry on, carry on as if nothing really matters // Too late, my time has come … I sometimes wish I’d never been born at all”).
Come non vedere in questo passaggio una metafora delle problematiche personali di Freddie Mercury? Come non notare un richiamo alle parole, molto simili, del poeta inglese Thomas Wood (“…But now, I often wish the night//Had borne my breath away!…” da “I remember, I remember”) che risultano descrivere altrettanto bene lo stato d’animo di Mercury in quei momenti? È il periodo infatti nel quale Mercury, dopo aver preso consapevolezza della propria sessualità, non certo senza disagio, e dopo sei anni di relazione, dichiarerà a Mary Austin, la fidanzata, di essere bisessuale, ricevendo in cambio la considerazione di essere omosessuale. La narrazione è chiusa dal solo di chitarra di Brian May, che apre la strada alla parte operistica dove i riferimenti divengono più complessi e intricati.

La parte operistica è composta da due strofe, e inizia con “I see a little silhouetto of a man…” terminando a metà della terza strofa con le parole “Beelzebub has a devil put aside for me, for me, for me” (Belzebù ha messo da parte un diavolo per me), dopo aver narrato di una serie di personaggi il cui collegamento, a prima vista, non appare: Scaramouche, Galileo e Figaro. In realtà queste figure sono strettamente collegate alla personalità di Freddie Mercury.
Mentre Scaramouche che balla il fandango, una danza ternaria e vivace, rappresenta un po’ il modo di essere di Mercury, stravagante e a volte spaccone, Figaro (che si riferisce al Figaro di Mozart e non a quello di Rossini) è un personaggio di rottura, un po’ come lo stesso Mercury, mentre Galileo è l’astronomo che per primo ha osservato il pianeta Mercurio (guarda caso il cognome d’arte di Freddie).
Il richiamo a questi personaggi è concluso con la considerazione della propria difficile situazione personale e dal forte desiderio di allontanarsi da questa: “But I’m just a poor boy, nobody loves me // He’s just a poor boy from a poor family // Spare him his life from this monstrosity”.
Ed è qui che il genio di Freddie Mercury introduce un elemento chiave: l’attrazione fra poli opposti, che solo a prima vista rappresentano il bene e il male.
Per fare questo usa addirittura l’arabo alternando la sua voce, che chiede di essere lasciato andare (“…will you let me go…” – mi lascerete andare?) con il coro che gli risponde con la frase “بِسْمِ ٱللَّٰهِ No, we will not let you go …” (“Bismillah (In nome di Dio) non ti lasceremo andare…”), fino a concludere con “Beelzebub has a devil put aside for me, for me, for me” (Belzebù ha messo da parte un diavolo per me).
Perché l’arabo? Non bisogna dimenticare le origini di Freddie Mercury, nato Farrokh Bulsara a Zanzibar (Tanzania); pur di religione parsi, era cresciuto in un luogo con una forte presenza musulmana e la frase بِسْمِ ٱللَّٰهِ era comune, ma c’è anche un’altra ragione, semplicemente metrica: بِسْمِ ٱللَّٰهِ è trisillabico e la stessa frase in inglese non si sarebbe adattata altrettanto bene.
Riprende quindi un momento rock (“So you think you can stone me and spit in my eye? … Just gotta get out, just gotta get right outta here”) che sfocia nell’outro che termina con “… Nothing really matters to me” e fornisce all’ascoltatore l’epilogo: dal rimpianto si è passati all’accettazione del proprio destino, dalla contrapposizione alla considerazione che tutto è transitorio.Al di là del successo, allora come oggi, dovuto a una musica davvero particolare, congegnata in modo mirabile, oltre che naturalmente alla magnifica esecuzione dei Queen, “Bohemian Rhapsody” stupisce ancora per la capacità di inviare, a distanza di cinquanta anni, un messaggio tremendamente attuale: la transitorietà delle cose della vita.