
I Cypress Hill non sono solo un gruppo hip hop; sono stati una forza rivoluzionaria che ha plasmato il suono e l’atteggiamento della musica a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Nati a South Gate, Los Angeles, alla fine degli anni ’80, il nucleo originale composto da B-Real (voce), Sen Dog (voce) e DJ Muggs (producer e strumentista) unirono radici latine, influenze hardcore hip hop e un particolare sguardo per il groove pesante.
Con la loro miscela di West Coast hip hop, latin rap e testi che trattavano apertamente l’uso di cannabis (diventando pionieri nel dibattito sulla legalizzazione), il gruppo si è rapidamente distinto. Il loro sound era ipnotico e denso: i beat pieni di sample inquietanti e bassi roboanti di DJ Muggs fornivano la tela perfetta per il flow nasale e frenetico di B-Real e le rime aggressive, spesso in spagnolo, di Sen Dog.
Dopo il successo clamoroso del debutto eponimo del 1991 e il boom internazionale di “Black Sunday” (1993), che li lanciò in vetta alle classifiche con l’iconica hit Insane in the Brain, i Cypress Hill erano riconosciuti a livello globale. Erano diventati un punto di riferimento non solo per il rap, ma anche per la nascente scena rapcore e nu metal, influenzando band come Rage Against the Machine, Korn e primi Deftones.

Arrivati al loro terzo capitolo discografico, la band era sotto i riflettori. Il mondo della musica si aspettava di vedere quale sarebbe stata la prossima mossa del progetto di Los Angeles, che aveva già dimostrato di poter dettare le proprie regole. Arriva così “Temples Of Boom“, che per quanto ne concerne, non fu solo un album, ma una dichiarazione stilistica e un profondo cambiamento di atmosfera per il trio. Dopo il successo commerciale e l’esplosione radiofonica il gruppo scelse di allontanarsi dalle sonorità più funky e accessibili per immergersi in un sound più cupo, lento e introspettivo. Muggs, dal canto suo, ha abbandonato i beat più allegri in favore di sample lenti, sinistri, con linee di basso profonde, pianoforti scuri e suoni che richiamavano l’horror e il trip psichedelico. L’intera opera è avvolta in una nebbia sonora, coerente, con l’iconografia dark di teschi e scheletri che il gruppo ha sempre abbracciato.
Di conseguenza, arrivano influenze orientali e dub: il sound si arricchisce di elementi inaspettati, come il sitar indiano e un’influenza marcata dei già citati dub e trip hop, in termini di ritmi e riverberi, rendendo i beat quasi meditativi, ma allo stesso tempo aggressivi. Se i primi lavori celebravano la vita da “stoner” con un tono spesso goliardico, “Temples of Boom” scava più a fondo. I testi di B-Real diventano più paranoici e riflessivi, facendo breccia sulle difficoltà del successo, come nel brano Illusions, dove la lealtà e la tensione della vita di strada sono il tema centrale.
Curiosità vuole che la parola “Boom” nel titolo dell’album, non si riferisce solo all’esplosione, ma anche al suono profondo e risonante delle percussioni e dei bassi. Invece “Temples” è il rumore che riecheggia nei templi, appunto: un luogo di culto (per il beat, per la cannabis, o per la cultura hip hop stessa) che riflette la realtà cruda. Per i fan più esigenti e per la critica, l’album consolidò la reputazione dei Cypress Hill come artisti senza compromessi, dimostrando di poter dominare le classifiche per poi scegliere volontariamente una strada più oscura e complessa, rafforzando la loro “street-credibility” nel mondo hip hop.
“Temples of Boom” si erge non come un semplice seguito di successo, ma come il capitolo più audace e artisticamente, cementando l’immagine del gruppo come maestri indiscussi del suono hardcore-psichedelico. Il lavoro di DJ Muggs in questo album, fatto di sample inquietanti, bassi cavernosi e ritmi lenti, è una lezione di produzione atmosferica che ha innalzato il livello di ciò che l’hip hop da classifica potesse essere.
Se l’omonimo disco e “Black Sunday” li hanno resi icone, “Temples of Boom” li ha resi leggende influenti. È la prova definitiva della loro unicità: un album cupo, affascinante e indispensabile che non ha cercato di adattarsi al successo, ma ha costretto il successo ad adattarsi al suo suono distintivo, lasciando un’impronta, quasi indelebile, nell’hip hop underground e nel crossover rap-rock.
