
“Messe sporche“, il nuovo album di Edda, non era programmato: è arrivato in modo imprevisto, quasi fosse una deviazione. «Meglio il bucio di c…» dice lui, «non per essere volgare, ma davvero è stato un colpo di fortuna». Eppure, quella fortuna è stata trasformata in una forma di controllo accurato, artigianale. «Alla fine ci abbiamo dedicato una cura certosina, anzi Luca Bossi ci ha riversato tutte le sue skills. È stato un vero artigiano e poi mi ha dovuto pure sopportare per un lungo periodo, povero Luca. Non avevamo tante canzoni ma insieme abbiamo fatto un bel disco».
“Messe sporche” arriva tre anni dopo “Illusion“, e rappresenta sia continuità che rottura. Da un lato, torna quella cifra che ha fatto di Edda un caso unico della musica italiana: l’elasticità emotiva, la capacità di stare dentro e fuori dalle cose con la stessa naturalezza. Dall’altro, il disco sembra riportare l’attenzione sul rock nella sua forma più fisica e impulsiva. È un recupero di quella frizione fra suono e voce che è stata spesso presente nei suoi lavori, qui però resa più netta, più “terra”. Il rock come corpo, forma e sostanza. In questo senso, la scelta di pubblicare l’album soltanto in forma fisica assume un valore aggiuntivo, inserendosi in una tendenza che si sta espandendo: è una presa di posizione contro l’istantaneità dello streaming, una difesa della persistenza dell’opera.
La fase in cui si trova oggi Edda la definisce con la sua consueta ironia. Prova a spiazzarci: «Fase anale sicuramente, in quanto se ben ricordo è quella più bassa, purtroppo non mi sono molto evoluto durante la mia vita di musicante, ma non mi lamento, alla fine sono ancora qui che ci provo e questo è già un risultato». L’autodenigrazione fa parte del suo linguaggio, ma serve anche per sottrarsi a ogni retorica intorno alla crescita, al “percorso” come linea ascendente obbligatoria. Edda sembra voler proteggere una forma di autenticità originaria: suonare e basta, non trasformarsi in un senso, in una tesi, in una poetica spiegabile.
Come detto, il rapporto con Luca Bossi diventa centrale. Lavoro di produzione, arrangiamento, scrittura: un dialogo continuo che ha costruito il disco dall’interno, senza bisogno di dichiarazioni di metodo. «Una vittima sicuramente di Edda ma soprattutto il produttore, arrangiatore e co-autore di due canzoni molto belle del disco. Abbiamo passato un sacco di tempo insieme: lui in studio e io in sala prove a fare esercizi di chitarra. Poi quando c’era da ascoltare la canzone mi presentavo e il risultato mi convinceva sempre. Abbiamo avuto anche paura ad un certo punto che fosse autosuggestione».

La copertina del disco è provocatoria, come spesso nella sua carriera: «I capisaldi… diceva Mastrandrea in Supercafone di Er Piotta; i miei sono Dio, la musica e la donna. Ecco in copertina c’è uno di questi capisaldi e poi è anche un tributo a Fausto Papetti che faceva copertine di questo tipo». È un approccio che rifiuta il codice interpretativo, e qui si lega al titolo, “Messe sporche“, che molti avrebbero letto come metafora sociale, politica, quasi teologica. «No, le messe sporche sono le mutande, si riferisce a quello. Te l’ho detto non voglio essere intelligente, non lo sono e non mi interessa diventarlo. Sul palco cerco di suonare, sono lì per quello, se volete significati criptati o messaggi alla nazione rivolgetevi a mio zio Antunello».
Dentro questo rifiuto del significato c’è però anche un modo di stare nel suono che è profondamente essenziale. «Non ho messaggi da divulgare, scrivo melodie sulle quali poi metto delle parole, a volte hanno senso a volte no. Non mi interessa comunicare le mie idee, non ne ho, oppure le ho ma sono sbagliate, quindi tanto vale spiegare il meno possibile. L’importante è che suonino bene all’orecchio».
Il rapporto con il presente musicale resta marginale, si può confondere con snobismo, ma per chi conosce il personaggio è pura estraneità strutturale. «Il mondo va avanti e io sono rimasto indietro, purtroppo il tempo passa e non aspetta nessuno, tanto meno che io mi aggiorni. Comunque ero già in ritardo sulla tabella di marcia anche in gioventù… me ne sto in disparte ad osservare senza capire quello che succede». Gli interessa però il dettaglio umano, non la traiettoria del sistema. E quando gli chiediamo se c’è qualcosa nella musica italiana attuale che ritiene significativo parla di rap, ma riduce tutto ovviamente a una battuta, una singola immagine: «Fanno tutti rap, a me non piace tanto, mi piace solo Ghali perché è un gran tocco di figo che la metà basta».Alla fine, forse, la chiave di “Messe sporche” sta proprio in questa tensione tra accidentalità e cura, tra caos e perizia, tra l’assenza di messaggi e la presenza di senso.
Edda dice: «Spero di continuare a suonare anche se magari sarò in una stanzetta da solo con la mia Telecaster». Sul futuro non ha illusioni. «Spero di rinascere meglio, ma se proprio devo dirla tutta spero tanto di non rinascere affatto. È un mondo orribile, meno tempo ci sto e meglio sarà per tutti».