
Qualunque millennial appassionato di musica subisce, indipendentemente dal genere di riferimento, il fascino degli anni ’90, benché vissuti da adolescenti, se non addirittura da bambini. Non è una semplice questione anagrafica: gli anni ’90 hanno oggettivamente offerto, in Italia come all’estero, una mole di proposte musicali e contro-culturali che non si è più ripetuta negli anni a venire e con la quale solo gli anni ’60-’70 possono competere, in termini di importanza e qualità.
Valerio Mattioli, editor per Nero Edizioni, in passato ha più volte attraversato la storia della musica nei suoi libri: quella contemporanea, già nel 2007 con “Noisers: Tracce, percorsi e geografie del nuovo rumore USA“, mentre con “Superonda. Storia segreta della musica italiana“ (2016) aveva percorso la parte più interessante della musica nostrana dal 1964 al 1976. In tempi più recenti, aveva analizzato temi più trasversali con “Exmachina – Storia musicale della nostra estinzione” (2022), incrociando le figure dell’elettronica degli ultimi 30 anni a partire da Aphex Twin e Autechre con le distopie alimentate dall’evoluzione informatica.
Con quest’ultimo “Novanta. Una Controstoria Culturale” (Einaudi, Collana Maverick), Mattioli si concentra su un’esperienza vissuta in prima persona: sull’Italia, e sul terreno fertile che gli spazi occupati e i movimenti dal basso hanno offerto per l’evoluzione di molti generi musicali e questioni socioculturali che all’epoca erano inizialmente percepite come avanguardie, per poi diventare, e in alcuni casi restare (a cominciare dal rap delle ‘Posse’) popolari. Un libro che può essere considerato didattico, non strettamente in senso pedagogico: tanta è la vastità di argomenti affrontati che è plausibile trovare aspetti sconosciuti anche per chi la controcultura di quegli anni l’ha vissuta in prima persona.
Questi i prossimi appuntamenti nei quali Mattioli presenterà il suo ultimo libro:
14 novembre BOLOGNA | Modo Infoshop
17 novembre MILANO | Cascina Torchiera
18 novembre VENEZIA | Osservatorio Sant’Anna
19 novembre PADOVA | Radio Sherwood
“Novanta” è un libro che manifesta una certa propensione per il racconto antologico, intersecando cultura, politica e società. E’ un po’ uno Zanichelli delle controculture italiane anni ’90, nel senso che, arrivati in fondo alla lettura, si ha le idee più chiare sui fenomeni che gli under 40 non hanno avuto modo di vivere in prima persona. Quanto tempo ti ci è voluto per costruire una narrazione organica e convincente?
Nonostante la mole, il libro in sé è stato scritto in tempi relativamente brevi; ma è vero che diversi dei temi raccontati erano già apparsi in altre cose che ho scritto/curato nel corso degli ultimi dieci anni circa; quindi, senz’altro buona parte del lavoro preparatorio viene da lì. Alcune delle interviste da cui parto (un paio delle quali erano rimaste finora inedite) sono piuttosto vecchie – c’è roba che risale al 2013, 2014, quindi vedi tu… Altre invece sono state svolte appositamente per la scrittura del libro e quindi sono parecchio recenti. E poi c’era tutto il materiale d’archivio (riviste dell’epoca, fanzine, libri, dischi), buona parte del quale per fortuna era già a mia disposizione per il semplice motivo che non me ne sono mai disfatto.
Il libro ruota molto attorno ai centri sociali, e partendo dalla storia del Leoncavallo si capisce come con l’impostazione originaria, avara di intrattenimento, i centri sociali non sarebbero sopravvissuti agli anni ottanta. A tuo parere, negli anni ’90 era la controcultura a trainare la politica, o viceversa? O è un rapporto più simbiotico?
Ma il cosiddetto “intrattenimento” nei centri sociali c’è sempre stato – nel libro accenno per esempio al famigerato concerto di Battiato proprio al Leoncavallo già nel 1976. Semplificando un po’, diciamo piuttosto che, negli anni Ottanta del riflusso post-movimento, a riportare in vita quel mondo è stato tra le altre cose l’incontro col punk, che a sua volta ha spianato la strada a quel rapporto tra politica e (sotto)culture radicali che fu una delle cifre dei Novanta. Generalizzare è sempre sbagliato, ma personalmente credo che a rendere particolarmente interessante quel decennio sia stato proprio il ruolo per così dire “da traino” svolto dalle varie espressioni culturali che nei centri sociali nacquero, o che quantomeno lì trovarono riparo: dal rap al cyberpunk passando per la cultura rave, il teatro della terza ondata, il ragionamento sui nuovi media, le riviste, le case editrici, i fumetti… Questo naturalmente non significa che nei Novanta i centri sociali non fossero altro che dei luoghi dove “fare festa”, ma è vero che proprio il concetto di “festa” – nel suo senso più nobile e alto – fu centrale nel far avvicinare una generazione di giovani a una serie di questioni più politiche in senso stretto.
A quali dei fenomeni o dei personaggi presenti nel libro ti senti particolarmente legato/affezionato?
Da ex pischello della periferia romana, non posso che provare un particolare affetto per la prima cultura rave-illegalista di centri sociali come Spaziokamino/SPZK, riviste come Torazine e collettivi come Hard Raptus (da cui poi sarebbe nata l’etichetta di musica elettronica Minimal Rome, tuttora attiva). Ma forse il singolo personaggio nei confronti del quale provo tuttora una sorta di rispetto misto a timore reverenziale è proprio Lou X, che più passano gli anni più mi convinco sia stato il più grande rapper della sua generazione.
Gli anni ’90 sono un periodo indubbiamente florido, ma non c’è capitolo del tuo libro che non si riconduca in qualche modo a una certa litigiosità interna: nella scena rave, tra tute bianche e squatters, tra movimenti omosessuali, tra cyberpunk, tra centri sociali nella stessa città. Gli anni ’90 sarebbero stati ugualmente ricchi a livello culturale senza tutta questa animosità?
In un certo senso, tale animosità (che senz’altro c’era) era la prova che, perlomeno da un certo punto in poi, quel movimento si era ormai fatto così grande e diversificato da contenere al suo interno anime talmente differenti da risultare persino contrapposte. Lo prenderei insomma più come un indice di ricchezza culturale che non come riprova del famigerato “settarismo di sinistra”. Ma è anche vero che dietro tanta litigiosità si celava spesso una distanza sostanziale in termini di vedute, priorità, atteggiamenti e visione complessiva. Per restare all’esempio più ovvio e in qualche misura controverso, lo scontro che citi (ideale, ma spesso anche molto concreto) tra Tute Bianche e squatters non era solo una faccenda cromatica o banalmente attitudinale, ma derivava da una tale quantità di differenze – in termini di immaginario, di scelte politiche, di sensibilità, di atteggiamento da tenere con le istituzioni ecc. – che risulta persino difficile tenerli insieme nello stesso calderone.
Sebbene il libro sia antologico, non è esente da opinioni e giudizi. Ne esce male chi ha tentato di avvicinarsi alle culture dal basso partendo dal mainstream (Frankie Hi-Nrg, Articolo 31, Jovanotti), ma traspare poca considerazione anche per buona parte dell’indie rock nazionale. Vuoi argomentare su questo?
Ma io non penso di lasciar trasparire poca considerazione per “l’indie rock” (che all’epoca andava perlopiù sotto il nome di “rock alternativo”)! Un gruppo come i Massimo Volume è stato per esempio tra le esperienze più originali del periodo, e anzi mi dispiace di non aver trattato un altro gruppo a loro vicino come gli Starfuckers, che in effetti però muovevano già in direzione di sonorità più “sperimentali” (aggettivo che personalmente detesto). È vero però che buona parte del filone “alternativo” si risolse alla fine in un ritorno implicitamente reazionario alla mitologia rockista, oltretutto condita dal complesso di superiorità tipico della tradizione cantautoriale italiana.
Negli anni ‘20 c’è ancora spazio per l’eredità della controcultura degli anni ‘90? E c’è ancora la possibilità di inventarsi qualcosa di completamente nuovo attraverso gli spazi autogestiti?
Al di là dei vari revival, c’è senz’altro un filo rosso che tiene assieme – per non fare che l’esempio più diretto – la scena attuale dei free party col movimento rave degli anni Novanta; così come il transfemminismo, perlomeno nelle sue espressioni più controculturali, si ricollega molto al precedente queer, che proprio nei Novanta esplose. Personalmente però tendo a pensare che ogni periodo storico abbia bisogno di articolare i propri linguaggi – e questo richiederebbe un discorso molto lungo. Il principio dell’autogestione, però – degli spazi, degli immaginari, dei corpi – resta senza dubbio valido ieri come oggi: d’altronde, non è stato mica inventato negli anni Novanta.
Spazio libero per gli sfoghi generazionali: cosa ti manca di più degli anni ’90?
Probabilmente la sensazione euforica di aver messo un piede nel futuro in largo anticipo sul nemico, e che insomma il futuro fosse faccenda “nostra”. E poi naturalmente la qualità delle sostanze.
