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“Disco 2000”: l’importanza dei Pulp nel nuovo millennio

A metà degli anni ‘90 il genere “britpop” aveva ormai fagocitato l’intera industria musicale britannica, i suoni si erano consolidati in un set ben architettato, i cantanti ricercavano uno stile preciso e sembrava che il panorama del pop fosse chiuso a doppia mandata con solo qualche spiraglio di possibilità per le band emergenti. Se s’indossavano panni simili ai Blur o agli Oasis, capostipiti del genere, si finiva per essere considerati delle copie noiose, se si cercava invece di andare controcorrente era molto facile passare inosservati.

Tuttavia, proprio in quegli anni una band dal look antiquato e stravagante aveva capito l’inutilità del combattere una corrente incredibilmente forte e che forse l’unico modo per conquistarla era proprio infiltrarsi fra le sue onde parlando la sua lingua e usando i suoi suoni. I Pulp nascono in una piccola città del nord, Sheffield, e prima della loro entrata nel mondo mainstream della musica avevano tentato di crearsi un nome per ben quindici anni. Durante gli anni ‘80 infatti pubblicano diversi brani che riescono a riscuotere un successo tiepido ma che sembrano non superare una notorietà quasi locale a causa di quello che la band definirà come “the Sheffield sound”.

Per comprendere però sia il successo passato di questa band sia la loro abilità nel rimanere rilevanti bisogna tornare ad un tempo ben precedente agli anni ‘80, alle demo, alle case discografiche e persino ai primi accordi; il progetto inizia infatti nella mente di un Jarvis Cocker quindicenne affascinato dalle popstar che nei confini angusti della sua città sembravano brillare tanto da alimentare un intero mondo interno. L’adolescente Cocker scrive profeticamente in un quaderno:

Il gruppo dovrà farsi strada nella scena pubblica producendo canzoni pop piuttosto convenzionali e leggermente stravaganti. Dopo aver ottenuto lo stato di band famosa e commercialmente funzionante, il gruppo dovrà iniziare a sovvertire e ricostruire sia l’industria musicale sia la musica stessa.

Questo “Masterplan” come lo definisce lo stesso cantante diventa poi il filo rosso e la colonna vertebrale dei Pulp che gli permetterà di toccare corde emotive nel proprio pubblico che non smetteranno mai di essere rilevanti e di avere un peso emotivo sentito da intere generazioni. L’unione del sound pop alle tematiche sovversive o per lo meno non patinate inizia a coagularsi maggiormente nella mente di Cocker una volta trasferitosi a Londra, dove la divisione di classe che nella sua piccola città del nord non risaltavano particolarmente gli si apre davanti come un sipario su di uno spettacolo crudele e giullaresco. Il gusto per una sovversione ammiccante si può sentire anche nell’aver affidato la produzione musicale del loro quinto album “Different Class” a Chris Thomas che aveva precedentemente prodotto “Never Mind the Bollocks” per i Sex Pistols.

L’elemento che contraddistingueva i Pulp da molte delle uscite contemporanee è uno sbracciarsi per creare il proprio spazio vitale, per dichiarare la propria diversità in faccia ad una società che cerca di soffocarci nell’obbedienza ma con delle musicalità squisitamente pop dando la possibilità agli ascoltatori di urlare la loro frustrazione ma anche di divertirsi facendolo. Nel pieno della guerra fra la working class degli Oasis e la middle-class dei Blur, i Pulp offrono con un’irriverenza caustica un tableau sulla reale condizione della società media britannica.
In Disco 2000, uno dei singoli-simbolo del disco, il tono è malinconico, ma la base puramente disco anni ‘80 ci porta istintivamente ai nostri “what if” proprio come il protagonista che ripensa alla ragazza che amava un tempo. L’intero album oscilla fra ritmi incalzanti e groove sui quali è impossibile non ballare, ma anche momenti cupi dove la voce di Cocker diventa un sussurro rancoroso, perverso. La cruda realtà è ciò che rende la musica dei Pulp estremamente attinente alla realtà, è come vedere la propria vita rispecchiata attraverso dei suoni e come respirare per la prima volta all’interno di un panorama musicale saturo e prefabbricato. Sul retro della copia fisica dell’album troviamo le frasi:

Per favore ascoltate. Non vogliamo problemi. Vogliamo soltanto il diritto di essere diversi. Nient’altro.

Una dichiarazione che qualsiasi nuova generazione può sentire propria e questo è esattamente uno degli elementi che garantisce longevità alla proposta dei Pulp; oggi più che mai le contraddizioni sociali ci risultano lampanti e insensate e la base musicale pop funge da veicolo mediatico perfetto per alimentare il fuoco dei test, facendosi strada nelle radio, nelle pubblicità e nelle menti degli ascoltatori.

Tutta questa fama sarebbe potuta svanire come per molti altri atti musicali. Uno dei momenti indubbiamente più iconici e decisivi della carriera dei Pulp è stata la loro performance al Glastonbury del 1995: gli Stone Roses sono costretti a rinunciare allo slot del sabato sera, ovvero quello con più esposizione mediatica, quello più ambito, a soli dieci giorni di distanza dall’esibizione. Invece di allungare il set di PJ Harvey o di chiamare una band più conosciuta, gli organizzatori decidono di dare fiducia ai Pulp, la band di My Legendary Girlfriend e di quel cantante spilungone e vestito come perennemente in completo elegante. Quando Jarvis Cocker, seguito dalla band, sale su quel palco la pagina è totalmente bianca, i dadi lanciati stanno ancora girando in aria e sia il pubblico quanto la band sembrano trattenere il fiato, incerti sul risultato dell’esibizione. Il batterista Nick Banks ha poi dichiarato di non aver mai alzato la testa dal suo strumento per paura di vedere un pubblico annoiato o scontento e che solo quando le luci vennero dirette per la prima volta sui volti della folla durante Common People, quello che la band vede sono 100.000 persone che saltano come un unico cuore il cui sangue che circola sono proprio quelle stesse note che Cocker aveva buttato giù sulla pianola in modo così casuale. I Pulp vengono definitivamente sollevati dall’incertezza per essere posti sotto i riflettori della musica e della storia, il video di quell’esibizione diventa cult.

Sono passati quasi trent’anni da quell’esibizione, dall’uscita di “Different Class” e di Disco 2000, da quell’istante che, come ha dichiarato il cantate, potrebbe essere la scena finale del film dei Pulp; molte band sono cadute nel dimenticatoio e brani che hanno toccato l’apice delle classifiche sono ora considerati pezzi d’antiquariato. La forza del brano sta però nell’essere perpetuamente rilevante perché si nutre dello smascherare le incongruenze della società nella quale siamo immersi. Anche se con modi diversi la “different class” di ognuno di noi condiziona le nostre vite in quella che sembra una salita degna di Sisifo alla ricerca di un miglioramento che, in realtà, ci viene dato solo come illusione.

Credo che questa questa sia una delle ragioni per la quale la recente esibizione dei Pulp al Glastonbury del 2025 sia stata così elettrica e significativa. Il pubblico, fatto per la maggior parte di giovani che forse non erano ancora nati all’uscita dell’album, aveva un entusiasmo pari se non doppio rispetto al ‘95. L’esibizione è stata perfetta da parte dei Pulp, ma l’assoluto visibilio della folla è stato forse l’elemento più emozionante del set con un coro di voci che quasi sovrastavano quella di Cocker e con una luce negli occhi che raramente ho visto in un pubblico. Gli spettatori sembravano prendere le emozioni usate durante le canzoni direttamente dal loro stomaco e l’entusiasmo estatico di tutti i presenti era palpabile. Ancora una volta, il Pyramid Stage era assaltato da una massa estasiata dove ogni braccio era sollevato, ogni volto era aperto in un sorriso e le mosse sul palco di Cocker, ormai iconiche, non facevano altro che mandare la folla in visibilio.

L’Inghilterra, ma anche il mondo intero, è ancora fatto di “mish-shapes, mistakes, misfits” che possono trovare in questa musica comprensione, ma anche una rivolta satirica e pungente verso lo status quo. I Pulp continuano a dare voce alle nuove generazioni che riescono a ritrovarsi nei loro testi, a sfogarsi sulla loro musica perfettamente identitaria e scanzonata.

Dopo tutto questo tempo è perfettamente possibile dire che il masterplan di Cocker, pensato in una piccola stanza nel nord dell’Inghilterra, sia riuscito a portare la band sulla vetta del mondo musicale e che per una volta i “misfits” abbiano vinto lo si può leggere negli occhi di chi canta le loro canzoni sentendosi parte di un qualcosa, meno soli e capiti.

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