Sword II – Electric Hour
Recensione del disco “Electric Hour” (section1, 2025) degli Sword II. A cura di Alessandro Piccin.
Vogliamo un culto di fan psicopatici
Non è solo una provocazione: è il desiderio, quasi il programma politico, degli Sword II, giovane trio di Atlanta composto da Mari González (basso e voce), Certain Zuko (chitarra e voce) e Travis Arnold (chitarra e voce). Oggi possono contare sul supporto di una signora etichetta discografica (section1, sub-label indipendente di Partisan Records) e su una solida infrastruttura professionale, con tournée di successo al fianco di Beach Fossils e Feeble Little Horse. È naturale, quindi, che inizino a pensare in grande, pur restando fedeli alle loro origini, alle case-concerto, ai pavimenti appiccicosi, alle comunità DIY.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che il loro secondo LP, “Electric Hour“, sia nato tra i cavi penzolanti di un seminterrato fradicio sorvegliato dall’FBI (per davvero). Da un contesto così soffocante ci si aspetterebbe un disco ancora più dark dei precedenti “Between II Gardens” (EP del 2020) e “Spirit World Tour” (LP del 2023), invece ci troviamo di fronte a un lavoro sorprendentemente radioso e accessibile (dal letame nascono i fior, no?).
Dimenticate i rave illegali, la molly, le warehouse e l’estetica horror. Gli Sword II tirano indietro il braccio, smettono di colpire col pugno chiuso e decidono di mostrarci il palmo della mano, sostituendo la rabbia di derivazione politica, centrale nei lavori precedenti (Black Lives Matter, #StopCopCity), con un sorprendente ottimismo. La band continua a funzionare come un trio di forze divergenti, come una creatura a tre teste – basti pensare che González arriva dal dream-pop (Kibi James), Zuko dalla scena indie (Sea Ghost) e rap (Larry League), Arnold dall’hardcore (Playytime) – ma nel mezzo c’è un nuovo sound: meno torbido, più ampio, più arioso, pieno di possibilità.
Prendete Even If It’s Just a Dream, primo singolo e bussola del disco: si tratta di un pezzo che profuma di Beach House, quasi disarmante nella sua dolcezza, con chitarre acustiche, cascate di synth e voci eteree. Anche se lo shoegaze rimane il filo conduttore (basti pensare all’introduttiva Disconnection o al singolo Halogen, entrambe molto DIIV), “Electric Hour” ci accompagna in sentieri grunge (Gun You Hold) e psichedelici (Sentry, emozionante alla maniera dei Raveonettes), regalandoci persino qualche perla pop (la doppietta Under The Scar / Sugarcane, che sembra scritta da Ariel Pink o dagli MGMT) e folk (Violence of the Star).
Il verdetto? Un disco che brilla per autenticità, da accogliere senza riserve, specie in un’epoca in cui la creatività rischia di essere appiattita dall’automatismo digitale. Con “Electric Hour” gli Sword II firmano la loro prova migliore: un mosaico di influenze, stili e soluzioni sonore che non smette di sorprendere ed emozionare, brano dopo brano. Il primo passo verso quel “culto di fan psicopatici” che ormai non sembra più un sogno, ma un destino inevitabile.




