Will Paquin – Hahaha
Recensione del disco “Hahaha” (Will Paquin Records, 2025) di Will Paquin. A cura di Giovanni Paladino.
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in “Hahaha”. Liberatorio non solo per chi ascolta, ma soprattutto per chi lo ha scritto: un artista che per anni è rimasto intrappolato nel proprio successo involontario, diventando “quello di Chandelier”, il brano andato virale nel 2020 su TikTok e capace di generare milioni di stream. Una benedizione e allo stesso tempo una condanna. Dopo quell’esplosione, Will Paquin aveva quasi smesso di inseguire la musica: registrazioni casalinghe, brani intimi, introspettivi, spesso sussurrati come se fossero pensati per restare dentro la cameretta in cui venivano registrati.
Con “Hahaha”, invece, Will ribalta completamente la situazione. Scritto e prodotto con l’ausilio dell’amico Will Levin, è il tentativo di riappropriarsi della propria narrativa. Non più il ragazzo triste che registra home alone, ma un adulto che vuole suonare forte, sudare, divertirsi, e soprattutto smettere di compiacere un pubblico che si aspettava per sempre la versione dolce e introspettiva del suo songwriting. Infatti, siamo di fronte ad un album tutt’altro che accomodante: è volatile, rumoroso e spigoloso, in cui la buona tecnica dell’artista fa da collante a tutto il disco.
Ed è proprio in questa sua irruenza che trova sia la forma che la sostanza. Paquin voleva un album divertente da suonare dal vivo, costruito proprio testando i pezzi on the road, lasciando che l’energia del pubblico ne definisse la direzione. Da questo nasce l’approccio smodato del disco, eterogeneità di generi che convivono sorprendentemente bene, passando dall’indie-rock al folk, al punk o al jazz, a volte in un unico pezzo. Un caos controllato e compresso che diventa forte identità di espressione.
Il disco si apre con We Really Done It This Time, attraverso un intro western tabaccoso che si sbriciola in un’esplosione di bassi nervosi e chitarre febbrili. La title track Hahaha è una chicca indie-rock a tratti malinconica che ricorda un po’ certi umori della East Cost anni 90’. Poi arriva la parte più dura del disco composta da I Need To Know e I Work So Hard: punk diretto, sporco e urlato. Il primo è una scheggia che viaggia veloce, il secondo un’invettiva satirica travestita da filastrocca rumorosa contro il mito americano del “lavorare fino a morire”. Dall’altra parte dello spettro c’è Roll The Dice, pezzo jazzy e soffice, che, con il suo iniziale arpeggio sussurrato, abbraccia l’ascoltatore come il fumo di quell’ultima dannata sigaretta della giornata.
Il punto più interessante a mio avviso è Slifer The Sky Dragon. Qui l’artista smette di correre e lascia che l’album respiri. Il titolo rimanda a una carta di Yu-Gi-Oh! ritrovata, ricucita, salvata dai tempi andati dell’infanzia. Ma non è un vezzo nerd: è la chiave di lettura del disco intero. Slifer è il simbolo di ciò che resta quando l’ironia finisce, quando l’adulto che ride di sé stesso si accorge che lo sta facendo per non identificare davvero ciò che ha perso. La traccia è costruita su chitarre riverberate che sfiorano l’ascetismo di Jeff Buckley, con un tono sospeso, quasi doloroso. È l’unico momento in cui Paquin non ride, e non fugge. Si ferma, e guarda. Questo pezzo è la crepa attraverso cui si intravede l’artista vero, quello che non cerca più di suonare giovane, ma di capire cosa resta oggi del tredicenne che ascoltava Thee Oh Sees e Ty Segall.
La chiusura è affidata a Jibby’s Theme che dissolve l’album in un acustico meditativo: Jibby che corre verso una vita semplice, Will che non sa se seguirlo o salutarlo da lontano. È proprio l’indecisione che conferma quanto questo sia un album che vive di contraddizioni, sia sonore che di senso. Non sempre l’autore riesce a domarle, e probabilmente non ha neanche intenzione di farlo. È un debutto che brucia le tappe, che a volte inciampa, che cambia pelle da un brano all’altro. Forse il punto è proprio questo: Will Paquin sperimenta in presa diretta quello che ancora non sa di voler essere.
La risata che intitola questo disco non è una smorfia di leggerezza, ma l’ironica e nevrotica consapevolezza del cambiamento che si scontra con l’insicurezza di accettarlo. In questo senso, “Hahaha” è un album profondamente millennial (suo malgrado), in cui la risata diventa l’inganno ideale per sedimentare la propria crescita e farsi spazio nel futuro.




