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Interviste

Dalla Pianura Padana al Midwest: dentro lo spazio dei Bee Bee Sea

Da quando li ho scoperti nel 2020, i Bee Bee Sea sono diventati per me molto più di una band. In un certo senso, in loro vedo e trovo la dimostrazione concreta di come la creatività possa fiorire anche nei luoghi più improbabili, quelli che spesso si raccontano solo per la noia, la distanza e le stagioni estreme. Con l’ultimo album “Stanzini Can Be Allright” (qui la nostra recensione) hanno costruito un piccolo mondo, hanno messo su un universo parallelo dove la provincia non viene più descritta ed intesa come un limite, quanto più come una lente che permette di guardare sé stessi e ciò che ci circonda in modo più nitido. Ho cercato, con queste domande, di entrare dentro quel mondo che conosco da ascoltatore appassionato, provando però a far emergere ciò che c’è dietro. Presuntuosamente, direi che ho cercato di tirare fuori le radici, le intuizioni, i rischi e le trasformazioni che hanno portato a uno dei lavori più personali della band. 

Ovvio, non so se ci sono riuscito, ma sicuramente, da fan, è stato un onore poter parlare con questa band e scoprire di più su un disco che considero tra i migliori dell’anno. 

Sono le 18.30 di un noioso e grigio martedì pomeriggio di inizio dicembre. Seduto in camera mia, apro Zoom e attendo l’inizio della call. Sono un po’ teso, ho paura di fare brutta figura. Poi, finalmente, il volto di Damiano Negrisoli aka Wilson Wilson si palesa di fronte a me. Sta cercando il caricatore del computer e nel frattempo beve un the. Sono sempre più teso. 

Dopo i soliti educati convenevoli, possiamo iniziare. 

Nel disco emerge forte il parallelismo tra Pianura Padana e Midwest: due territori diversi, ma accomunati da una certa desolazione fertile, capace di generare creatività. Qual è stato il momento preciso in cui avete percepito questa somiglianza come qualcosa di più di un semplice riferimento e avete capito che poteva diventare la scintilla del nuovo album?

Allora, non mi ricordo qual è stato il momento preciso in cui abbiamo deciso il titolo del disco, però è un po’ di anni che sono diventato super fan dei Gizmos, di cui, appunto, parafrasiamo la canzone che dà il titolo del nostro album, Midwest Can Be Alright. 
Più li scoprivo, più dicevo, cacchio, questi qua sembriamo noi in Italia, in mezzo alla pianura. E quindi, insomma, è maturata un po’ questa idea e, a un certo punto, l’ho proposta agli altri. Inizialmente la proposta è stata bocciata, ma, alla fine, a forza di martellare, sono riuscito a convincerli a usare questo nome, facendo anche capire quello che, sempre secondo me, era il parallelismo tra noi e loro. 

E quindi il vostro processo creativo consiste nel tu porti qualcosa e poi da lì iniziate a lavorarci sopra o è un lavoro più collettivo?

Sostanzialmente sì, parte da me che arrivo in studio con delle idee più o meno sviluppate. Però succede anche che le cose nascono quando siamo tutti insieme, se si parla di musica. Noi jammiamo tanto e spesso e volentieri è proprio da queste jam che nascono delle cosine che poi funzionano e diventano canzoni.

Ma arrivate da ascolti musicali abbastanza simili o da mondi totalmente diversi?

Considera che, ormai, sono quindici anni che suoniamo insieme. Quando siamo nati, la band era la prima band per tutti, perciò, sì, insomma il background è quello. Poi, però, negli anni ognuno ha proprio preso la sua strada a livello di ascolti, ma, ecco, è ovviamente inevitabile che ci influenziamo a vicenda. 

La sensazione, ascoltando Stanzini, è quella di entrare in una specie di universo parallelo, fatto di persone, luoghi e micro-storie della vostra quotidianità. C’è un episodio, un volto o un luogo concreto della vostra provincia che ha avuto un peso determinante nella scrittura del disco?

Ci sono ovviamente dei riferimenti, alcuni sono rivolti in particolare a determinate persone. Tante di queste storie che vengono raccontate nel disco sono frutto della vita di questi ultimi cinque anni, da quando abbiamo pubblicato Day Ripper (2020) fino ad oggi praticamente. Per quello che riguarda ciò che ha influenzato la scrittura di queste canzoni, posso dirti che ce ne sono alcune che sicuramente sono più specifiche e che riguardano determinate figure, altre meno. 

Ecco, a tal proposito, molti brani del disco sembrano piccoli ritratti. Amici, luoghi, atmosfere che vi appartengono. Quanto è stato difficile trovare l’equilibrio tra racconto personale e linguaggio universale, affinché chi ascolta riesca a sentirsi parte di Stanzini anche senza conoscerne geografia e facce?

Diciamo che, in tal senso, la scrittura non è mai troppo pensata. Esce tutto in maniera abbastanza naturale.

Nel tempo siete riusciti a trasformare la noia e l’isolamento della provincia in un carburante creativo. Oggi che avete più esperienza, più palchi e più pubblico alle spalle, come vivete quel rapporto con la vostra origine? È ancora una ferita, un motore o ormai una specie di identità consapevole?

Sicuramente è un motore e, contemporaneamente, è anche un fatto di tanta identità. Considera che io vivo ancora qui. Sono nato e cresciuto qui, quindi per forza di cose questa è la mia identità: da qui non ci scappo. Però, sì, insomma, negli anni siamo un po’ maturati: se all’inizio la provincia sembrava un qualcosa cosa da cui fuggire, alla fine ci siamo sempre detti che questo è il nostro posto e da qui facciamo le nostre cose, senza sentirci difetto perché non veniamo da una grande città e senza sentirci degli sfigati perché non abbiamo mai abitato in una megalopoli. Quindi sì, abbiamo accettato questa cosa e adesso prendiamo la bandiera del nostro paese e la sventoliamo senza paura. 

Dal punto di vista sonoro “Stanzini Can Be Allright” sembra ampliare la vostra formula garage, arricchendola di dettagli, melodie e deviazioni inaspettate. È stato un processo naturale o avete deciso di partire già così, cambiando il suono che avevate prima senza trasformarlo del tutto?

Sì, penso ci sia stata un po’ un’evoluzione. Avevamo sicuramente tante melodie. Diciamo che, quello che abbiamo cercato di fare, almeno nella nostra testa, è stato di giocare un po’ più sulle strutture. Eravamo magari un po’ stanchi della classica struttura della canzone e quindi strofa, ritornello, assolo, strofa e ritornello. Ci siamo detti di provare a mischiare un po’ le carte e a vedere cosa esce. Certo, abbiamo sempre le super melodie e questa cosa dei riff, ma abbiamo lavorato tanto sui cambiamenti, senza neanche troppa coscienza. Ci piace fare le cose un po’ come ci vengono, senza troppi ragionamenti. Nelle cose che facciamo ci sono sempre molta genuinità e molta naturalezza, abbiamo sempre tanta urgenza nel voler fare qualcosa, ma non ci mettiamo mai troppa coscienza, vogliamo essere liberi. 

Quindi quanto è durato, più o meno, il processo che ha portato alla nascita di questo disco e poi anche all’effettiva registrazione? 

Sono passati cinque anni da “Day Ripper” (2020), quindi ti direi che probabilmente sono stati due anni e mezzo di scrittura e due anni e mezzo di registrazione. È stato veramente lunghissimo.

Quindi l’idea di “Stanzini” è venuta subito dopo “Day Ripper”?

Sì, più o meno. Forse un po’ dopo. Considera, comunque, che “Day Ripper” è uscito in piena pandemia, durante il secondo lockdown. Fai conto che nel 2021, praticamente, non abbiamo quasi fatto un cazzo, a malapena ci trovavamo a fare le prove; anche perché abitando in paesini diversi facevamo un po’ fatica. Finiti i vari lockdown, quando si è ripreso un po’ a ritornare ai concerti, ecco, in quel periodo ci siamo rimessi a scrivere. Anche abbastanza velocemente in realtà, perché poi, in realtà, alcune tracce sono uscite già nel 2023 e la maggior parte del disco in quel periodo era quasi scritto. Da lì siamo poi entrati in studio verso la fine del 2023 e abbiamo passato tutto il 2024 a registrare, e, dopo, abbiamo aspettato fino a novembre di quest’anno per pubblicare. Come puoi vedere i tempi discografici dei Bee Bee Sea sono atroci. 

Scherzi a parte, credo che sia molto nobile e molto interessante il fatto che non sentiate l’ansia del mercato e che quindi bisogna pubblicare ogni tot perché così si finisce negli algoritmi delle piattaforme e così via.

Ce l’avevamo, questa ansia qua. Però poi ci siamo detti sticazzi, andiamo con calma dai

Una cosa che colpisce molto, soprattutto per chi vi segue da anni, è la vostra capacità di trasformare la mancanza di stimoli esterni in una spinta creativa costante. Se doveste riassumere l’eredità più importante che vi portate dietro dal vostro “garage di provincia”, quale sarebbe?

Mah, guarda, ti dico che sicuramente con “Day Ripper” abbiamo scritto delle canzoni che sono diventate dei capisaldi del nostro live, ma poi, non so, magari nel corso del tempo e degli anni ne arriveranno altre. Quindi non saprei se c’è un’eredità, posso dirti che, una volta finito un disco, iniziamo già a pensare a quello dopo, nel senso che per noi, considerando anche i tempi discografici di cui prima, Stanzini è già un album dell’anno scorso, per voi è nuovo, ma per noi è già il passato. E quindi sì, noi stiamo già vedendo oltre. Sicuramente, queste canzoni e tutto quello che è stato scritto finora rimangono una parte essenziale della nostra discografia, però non ci poniamo neanche troppi problemi nel dire che, se volessimo fare un disco metal, lo potremmo fare. Certo, non credo lo faremo, ma è per farti capire. 

Quindi adesso state già lavorando ad altro? Pensate di provare a sperimentare e di proporre qualcosa di nuovo o la strada presa con “Stanzini” è un qualcosa che vi può interessare e stimolare ancora anche se ormai è passato un po’ di tempo da quando avete finito di registrare? 

Sì, ripeto, non so quale sarà la nuova strada e cosa succederà. Adesso l’intenzione è solo quella di suonare e di fare concerti. Posso dirti che, comunque, anche adesso, sto sempre continuando a scrivere. Abbiamo sempre qualcosa che bolle, ma non è ancora stato delineato niente; quindi, non so e non sappiamo ancora cosa succederà di preciso.

Chiudo questa conversazione con la sensazione nitida di aver attraversato non solo un disco, ma un modo preciso di stare al mondo. Durante l’intervista, mentre cercavo di nascondere la tensione e di formulare domande con un minimo di lucidità, anche se la verità è che parlavo soprattutto da fan, e la paura di inciampare era lì, bella persistente, mi sono reso conto che “Stanzini Can Be Allright” non è semplicemente un album ben scritto e non è neanche un esercizio di stile nato dalla provincia e dalle sue abitudini lente. “Stanzini” è il risultato di un percorso lungo e ostinato, in cui la band ha imparato a dare un peso, ma soprattutto una forma nuova alla propria origine, trasformando tutto ciò che un tempo sembrava un vincolo in un punto di vista stabile, più libero e consapevole. 

Parlando con Damiano si percepisce come l’identità dei Bee Bee Sea sia ormai un equilibrio tra l’urgenza creativa e la naturalezza, tra il desiderio di cambiare e la fedeltà a un certo tipo di spontaneità che li ha sempre contraddistinti. Dietro tutto ciò, troviamo una coerenza solida che è fatta di anni passati a suonare insieme, di ascolti condivisi e poi divergenti, di esperienze personali che filtrano nei testi senza cercare di diventare universali a tutti i costi. La loro forza risiede proprio qui. I Bee Bee Sea raccontano ciò che vedono senza camuffarlo, e chi ascolta trova comunque una parte di sé in quelle geografie piatte o in quelle piccole storie. Ci si ritrova tutti insieme in quella desolazione fertile che accomuna Pianura Padana e Midwest.

Ripercorrendo i cinque anni che hanno portato alla nascita del disco tra pandemia, le ripartenze lente e la scrittura intermittente con un lungo lavoro in studio, emerge un rapporto con il tempo quasi controcorrente. Non ci sono le ansie da algoritmo, così come non c’è presenza di alcuna corsa ad accumulare uscite. C’è solo il ritmo con cui le cose arrivano e maturano. Poi si trasformano. Ed è forse questo uno dei lasciti più interessanti della loro attitudine. Hanno la capacità di considerare ogni album come una tappa e non come un recinto. “Stanzini” oggi per loro è già passato, un capitolo chiuso che però non smette di generare possibilità future. Che la prossima direzione sia una continuità o una deviazione, non è ancora chiaro, ma ciò che appare evidente è la volontà di restare in movimento senza irrigidirsi in una formula. Come se fosse la curiosità a guidare tutto il resto. 

Quando ho chiuso la call, la tensione che avevo all’inizio si era sciolta, sostituita da una strana sensazione di familiarità. Forse perché, in fondo, parlare con i Bee Bee Sea significa entrare in contatto con qualcosa di estremamente concreto. Tre persone che suonano da quindici anni insieme e che continuano a farlo senza sovrastrutture e senza mitologie, cercando solo di restare sinceri verso ciò che sentono. Se c’è una conclusione possibile a questa intervista, penso sia proprio questa. “Stanzini Can Be Allright” non è soltanto un disco che racconta il loro mondo, ma cerca di essere una dimostrazione di quanto quel mondo, se guardato da vicino, possa diventare un luogo in cui riconoscersi, anche quando si viene da molto lontano. E, da fan, posso dire che ascoltarlo, potendone anche parlare con chi l’ha creato, mi ha fatto sentire per un attimo parte di quello spazio.

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