
In occasione dell’uscita del loro secondo album, “The Dream in Which I Die”, (qui la nostra recensione) abbiamo avuto il piacere di intervistare i Dor. Le loro parole, coerenti e mai scontate, hanno permesso di comprendere meglio il loro immaginario sonoro, artistico e visuale fatto di un passato che si (ri)costruisce attraverso il presente. A volte, gli spettri, i cattivi e le figure inaspettate, sono gli elementi che meglio riempiono lo spazio e il tempo.
Inizio subito col chiedervi del vostro nome, della vostra identità, quindi. Il vostro è un nome particolare, carico di significato, di attesa, di partenze e di vite, forse, mai vissute. Da dove deriva questa scelta e come mai avete scelto di essere rappresentati dalla presenza dell’assenza?
Francesco Fioretti: Abbiamo da sempre ricercato l’essenzialità. L’assenza amplifica i significati possibili perché coinvolge in maniera attiva l’immaginazione del fruitore. In questo modo ci è possibile offrire un’esperienza che parte da una costruzione musicale e letteraria molto forte e connotata, senza negare spazio al pubblico, dandogli modo di proiettare, nel nostro lavoro, il loro mondo e la loro esperienza.
Riprendo un attimo il significato e il senso del vostro nome e li proietto in un discorso generale, azzardando una riflessione e una domanda. È come se Mark Fisher, ampliando i discorsi di Derrida in “Spettri di Marx” e rendendoli “pop”, abbia reso consapevoli di una necessità che trova forma nel movimento culturale dell’assenza, definito hauntology. È plausibile che ci sia una tendenza generale (nella musica in questo caso) a riconoscersi, e quindi, a riconoscere un sentimento di assenza/presenza come un sentire collettivo? Mi sembra che anche voi, con il nome che identifica una corrispondenza precisa e definita, ne facciate parte.
FF: Mark Fisher è stato sicuramente una lettura molto influente nella fase embrionale del progetto, così come anche l’ascolto dei dischi di The Caretaker, Tim Hecker e dei Microphones per citarne alcuni. Credo che il sentimento al quale si fa riferimento nella hauntology sia quello di uno sradicamento dal passato. Senza radici ci si ritrova senza gli strumenti per costruirsi un futuro, se non tramite una riproposizione sterile di certi stilemi (la storia che ripetendosi diventa farsa). Noi ci poniamo in un’ottica propositiva: assimilare la cultura passata, digerirla, per poi passarla attraverso il nostro filtro personale. Lungi da feticci o retromanie inutili.
Sono affascinata dal vostro modo di creare, di cercare nella letteratura, il filo narrativo dei vostri album. Ci potete parlare di questo approccio? Cosa vi spinge a scegliere un determinato testo e a trasformarlo, poi, in musica?
FF: Non c’è una progettualità in tal senso. Ci sono letture che segnano un determinato percorso e grazie alla loro potenza immaginifica stimolano un certo tipo di paesaggio sonoro. Quando gli input sono tanti e coerenti, nasce l’idea di un disco.
Ascoltandovi mi sono resa conto di quanto sia importante il concetto di tempo. Occorre tempo per interiorizzare, per elaborare ogni vostro brano, per riconoscere figure retoriche e allegoriche ed è un tema che ricorre spesso nei vostri brani (basti pensare a Time Machine presente in The Dream In Which I Die). Che rapporto avete col tempo?
FF: Parafrasando Borges, ogni musicista ha a che fare con una strana forma del tempo. Un disco è un lavoro che ti pone di fronte a una scelta ben precisa: vuoi o no spendere il tuo tempo per imbarcarti in questo viaggio? La musica è una delle tante dimensioni temporali in cui si condividono esperienze con fantasmi e proiezioni e ogni grande disco ci aiuta a riscoprire un rapporto sano e positivo con il tempo (che, quando si tratta di bei dischi, è sempre ben speso). Con il tempo abbiamo lo stesso rapporto che hanno tutti gli altri: siamo suoi sottoposti.
Con l’album “In Circle” avevo sentito nel vostro sound qualcosa di folk, di ancestrale e ho deciso di collocarvi in una scena, del tutto arbitraria e personale, che risponde e si identifica nel “movimento sud”. Con The Dream In Which I Die qualcosa è cambiato: in prima battuta mi sono sentita disorientata, poi mi sono resa conto che il vostro sound, perfettamente riconoscibile, si adatta alla narrazione, all’ambientazione dell’album che viene rappresentato. Ci potete parlare di questo aspetto?
FF: Questo secondo disco risente sicuramente di maggiori influenze e di un respiro più ampio a livello di contributi da parte degli altri membri della band. Abbiamo cercato di integrare tanti ascolti a noi cari ma lontani rispetto all’immaginario folk del primo lavoro: This Heat, Coil, Silver Mt. Zion, Pere Ubu, Slint, sono solo alcuni dei tanti progetti che si sono sedimentati in anni di ascolti. Il lavoro che è stato portato avanti durante la stesura delle pre-produzioni, fino alle rifiniture in fase di registrazione in studio, è più collettivo e meno monolitico rispetto al primo. Inoltre “In Circle” è un disco prevalentemente acustico, sono cambiate le timbriche, gli spazi sonori sono stati ampliati, seppur nel complesso la matrice originale non sia variata di tanto.
In “The Dream In Which I Die” ci sono volti e personaggi di Pinocchio riletti da Giorgio Manganelli nel libro “Pinocchio: un libro parallelo”. Se poteste scegliere uno solo dei personaggi di cui si compone la storia, quale scegliereste? E perché?
FF: I carabinieri. Perché ci piacciono i cattivi.

La risoluzione visuale di entrambi gli album è estremamente curata, è la naturale e reciproca estensione del sound che vi caratterizza. Ci parlate del processo di realizzazione grafica, se segue o anticipa il suono e in che modo?
Alessandro Vagnoni: La mia collaborazione in fase di elaborazione dell’artwork della band inizia sin dal debut “In Circle“. L’avermi affidato questo compito è stato del tutto naturale e spontaneo da parte di tutti, avendo lavorato a copertine di altri dischi in passato. Diciamo che nel realizzare copertine ed immagini a corredo dei libretti a volte mi lascio guidare dalle suggestioni che possono nascere dall’ascolto di un brano (anche se in fase di lavorazione e non compiuto), da particolari suoni e ovviamente dal contesto lirico/narrativo. Altre volte è capitato di avere già immagini che si sono poi rivelate perfettamente “aderenti” al mood, non rappresentando in maniera didascalica e pedante ciò che l’album o la canzone descrivono; anzi alcune immagini che guardavano ad altri mondi e a un’altra estetica hanno finito magicamente per trovare una connessione e una chiave di lettura imprevista ma del tutto calzante. Quindi diciamo che è un processo che è al tempo stesso ragionato e caotico.
Io sono un’abruzzese fuori sede e ammetto che, ascoltandovi, ho provato la dor e mi sono potuta riconoscere in un concetto, in un’idea ampia di mancanza, soprattutto legata ai luoghi. Questo fa sì che, quando vi ascolto, vi associ immediatamente ad un certo paesaggio, ad un certo sentire proprio “di casa”. Ecco, è la mia dor a farmi percepire questo o lo percepisco io in quanto abruzzese e quindi mi autosuggestiono in qualche modo?
FF: Credo che sia difficile trovare elementi propri dell’Abruzzo, sia nelle nostre musiche che nei nostri testi. Ricollegandomi a una delle prime domande, la suggestione fa parte di quel processo attraverso il quale l’ascoltatore crea una sua propria esperienza, a partire dagli spunti che gli vengono offerti dall’artista. Bisogna essere bravi a dosare, a non dare troppo né troppo poco.
Se poteste immaginare un formato video per The Dream In Which I Die quali sarebbero i vostri riferimenti cinematografici?
FF: Un po’ Tarkovskij e un po’ Harmony Korine.
Grazie, è stato un piacere!
AV: Grazie a te, ad ImpattoSonoro e a tutti coloro che vorranno avvicinarsi alla nostra musica. Cercateci su Facebook (/dormeansdor), Instagram (@dor_stalgia), sulle piattaforme di streaming e soprattutto veniteci ad ascoltare dal vivo; saremo in giro per una manciata di date tra Gennaio e Febbraio.