
Tera Tera nasce da un incontro tardivo e necessario, di quelli che sembrano aspettare il momento giusto per accadere. Jacopo Battaglia e Adriano Viterbini, pur muovendosi da anni nella stessa città e nello stesso ecosistema musicale, si sono trovati a condividere uno spazio solo per caso. Da lì, senza un’idea precisa né un obiettivo dichiarato, hanno lasciato che fosse il suono a guidare il processo: improvvisazioni libere, strumenti usati come portali, studio inteso come laboratorio e come gioco.
Il risultato è un disco omonimo (qui la nostra recensione) che vive di stratificazioni, derive psichedeliche e intuizioni materiche, dove la tecnica non è mai esibizione ma conseguenza naturale di un ascolto profondo. In questa conversazione, Jacopo Battaglia ripercorre la genesi di Tera Tera, il lavoro sulle percussioni e sulle macchine, il rapporto con il live e una visione della musica che rifiuta l’idea di “carriera” per abbracciare quella della trasformazione continua. Un dialogo che attraversa studio, palco e quotidianità, con la stessa curiosità con cui tutto è iniziato.
Ciao Jacopo, innanzitutto grazie per la tua disponibilità, per me è un piacere poter fare due chiacchiere con te. Come va?
Ciao! Va decisamente bene, grazie. Sono appena rientrato da due date dove, oltre a un freddo veramente assassino, ci siamo divertiti molto. Avevamo bisogno di capire come il materiale respirasse fuori dalle mura dello studio, come si muovesse davanti a corpi veri, e la risposta è stata sorprendente.
Partiamo con una semplice domanda per dare una traiettoria a chi ancora non vi conosce. Come nasce l’avventura Tera Tera?
Direi proprio che rientra nel classico “nasce dall’incontro tra…”. Anche se vivevamo entrambi nella stessa città, con un sacco di amici in comune, incredibilmente non ci eravamo mai incrociati davvero. L’occasione è arrivata in modo del tutto fortuito, grazie anche a un amico che ci ha detto: “Oh, dovreste provare a fare qualcosa insieme, secondo me succede qualcosa di interessante”. Ci ha portati nel suo studio e lì, senza alcuna aspettativa, ci siamo messi a suonare. Ci siamo trovati immediatamente in sintonia: stessa attitudine, stessa curiosità, stesso entusiasmo nel lasciarci sorprendere dal suono. Da lì abbiamo semplicemente seguito il flusso.
Ascoltando il disco si percepiscono un sacco di suoni/strumenti, magie effettistiche e derive psichedeliche. Dove inizia il lavoro di uno e dove finisce quello dell’altro?
Il disco nasce da due pomeriggi di totale abbandono, improvvisazioni senza rete in due studi di Roma. Nessun piano, nessuna geometria: solo la musica che sceglieva le mani e non il contrario. Mesi dopo ho riaperto quei file e mi sono sembrati come piccoli minerali grezzi trovati durante una camminata. Li ho ripuliti, scolpiti, lasciati brillare. Poi ho iniziato a stratificare suoni, voci, rumori… e ogni volta Adriano rispondeva con la stessa energia, come due persone che dipingono lo stesso muro da lati opposti senza vedersi, ma seguendo la stessa vibrazione. Per un anno abbiamo aggiunto, tolto, ascoltato. E quando la creatura ha iniziato a respirare da sola, era chiaro che era pronta per uscire nel mondo.
Credo di percepire una buona dose di divertimento in tutti i 12 brani del disco. Sbaglio? Qual’è stato il momento più divertente durante la produzione?
Ce ne sono stati diversi, perché tutto il progetto nasce proprio da una dimensione giocosa, curiosa, quasi infantile. La cosa più divertente in assoluto è stata la libertà totale: poter mettere le mani su qualunque strumento, oggetto o idea senza chiedersi se fosse “giusto” o “coerente”. E poi le sessioni in studio con Adriano sono state piene di momenti surreali, tentativi assurdi, strumenti messi insieme in modi improbabili.Tentativi bizzarri, intuizioni nate da oggetti casuali, situazioni quasi da laboratorio alchemico. Credo che il divertimento – quello autentico – sia sempre un ottimo indicatore che stai andando nella direzione giusta.
Ti va di raccontarmi come si è evoluto in termini “tecnici” il disco? Per esempio, dove è stato registrato e perché?
Abbiamo registrato tutto a Roma. La prima session è stata al Mob, lo studio dove registro spesso: ha una stanza per la batteria che suona in modo incredibile, grande ma controllata, perfetta per catturare energia e dinamiche. La seconda session è stata invece all’Abbey Rocchi, dove cercavamo un suono più ruvido, più sporco, più materico. Al banco c’era Matteo Spinazzè, con cui lavoro dai tempi degli Zu: per me è una garanzia totale. Ha un orecchio finissimo, una competenza tecnica enorme e soprattutto un amore vero per ciò che fa. Avere una persona così accanto rende tutto più fluido e permette di rischiare di più.
Immagino che il concetto di batteria sia stato rivisitato molto. Come scegli gli oggetti/strumenti da usare? C’è una sorta di ispirazione che comanda o ci sono tanti tentativi prima di arrivare ad una decisione?
Nel disco ho esplorato moltissimo il Sensory Percussion della Sunhouse: è come avere un portale sul tamburo, uno strumento che diventa un universo, un tessuto di possibilità infinite. Ogni colpo può essere una voce, un drone, un coro, un vento. Accanto a questo, ho usato ogni oggetto che attirava la mia curiosità. L’ispirazione arriva come un animale selvatico: si avvicina piano, ti osserva, e se non ti muovi troppo veloce, si lascia toccare. Dopo arriva il lavoro, certo, l’ostinazione, i tentativi sbagliati. Ma anche quelli fanno parte del viaggio.
Hai voglia di citarmi un po’ di dischi che ti hanno influenzato per questo progetto? Mi piacerebbe sapere anche cosa stai ascoltando in questo periodo. Hai qualche consiglio?
Le mie influenze profonde sono ormai sedimenti, rocce antiche che porto dentro da sempre. Ogni tanto qualche nuovo fiore sbuca da quelle pietre, e fa piacere. Questa settimana ho ascoltato: Space Afrika, Byron Westbrook, Mark Hollis, Joy Moughanni, David Bowie, Caterina Barbieri, Radiohead, Colin Stetson, Mohamed Jimmy Mohamed, Flea. Poi i viaggi con i miei figli: con mio figlio Metallica, Fugazi, Nirvana, Gorillaz… con mia figlia Bruno Mars, Astrud Gilberto e Yma Sumac. Sono ascolti che non scegli: succedono, come le conversazioni migliori.
Negli anni hai collaborato con una marea di musicisti provenienti da svariati generi musicali. Vorrei chiederti come si sta sviluppando la tua carriera in termini di evoluzione personale. C’è desiderio di sperimentare per non fermarsi o si cerca un punto di arrivo?
Non ho mai pensato alla “carriera” come a una strada da percorrere. Per me la musica è sempre stata un gioco sacro, un esperimento senza fine. La vita ora porta altri ritmi, altri impegni, e il tempo si riduce, ma paradossalmente diventa più prezioso, più affilato. Il desiderio di sperimentare è la mia benzina, la ragione per cui ho fatto musica per trent’anni. Finché quella scintilla rimane accesa, non c’è punto d’arrivo: solo trasformazioni.
Tera Tera è il primo di una serie o sarà l’ultimo?
Tera Tera è una forma in divenire. Non lo penso come un progetto chiuso, ma come una creatura che può cambiare volto, voce, pelle. Posso immaginare dischi futuri da solo, oppure con altri compagni di viaggio. È un nome che contiene possibilità, non limiti.
Vi ho visti in concerto a Bologna al Bauhaus a Bologna e vi faccio i miei complimenti. Ho notato che le macchine hanno un ruolo importante e quasi fondamentale nella dimensione live. Credi che sia limitante o che invece possa dare nuove direzioni?
Grazie! Quello di Bologna è stato il nostro debutto, e vederlo prendere vita è stato emozionante. Abbiamo scelto un set completamente tecnologico perché era l’unica strada per trasformare il disco in qualcosa di vivo in due persone sole. Il live è diventato un enorme remix, un corpo che si muove, muta, respira. Le facce del pubblico quando Adriano suonava la batteria con la chitarra o io la chitarra sui tamburi erano parte dello spettacolo. La tecnologia è un’alleata straordinaria quando è al servizio della visione. Diventa un nemico solo quando uniforma, quando cancella la mano dell’uomo. Ma se la guidi, apre mondi.
Dove possiamo venire ad ascoltarvi nei prossimi mesi/anni?
Stiamo programmando un altro piccolo giro tra febbraio e marzo, poi probabilmente qualcosa d’estate. Nel frattempo sto lavorando molto al prossimo disco, che è già in uno stato avanzato. Se tutto va bene, mi piacerebbe farlo uscire entro l’estate.
Ultima domanda, devo giocarmela bene. Nel momento in cui sto scrivendo sto bevendo una tisana zenzero, curcuma e arancia. Tu?
La tua tisana è un piccolo rito curativo: zenzero, curcuma, arancia… tre guardiani che purificano, sciolgono, alleggeriscono. Io invece, per controbilanciare poeticamente tutto questo benessere… prendo un Negroni. Con la sua bellezza amara, precisa, elegante.