
Un’attesa che pareva interminabile, che ci ha tenuti col fiato sospeso e fatto sognare come sarebbe stato un nuovo disco degli Zu venerdì scorso è finalmente terminata e abbiamo potuto immergerci da testa a piedi in “Ferrum Sidereum” (qui la nostra recensione) e da lì ancora non siamo usciti e, ne siamo certi, nemmeno voi, perché “Ferrum Sidereum” è molto più che un disco.
Ne abbiamo approfittato per approfondire il discorso con la band al completo. Quindi la parola va a Luca T. Mai, Massimo Pupillo e Paolo Mongardi.
Zu 1997, Zu 2026, quasi trent’anni di vita. Come li avete vissuti? Cosa vi ha portati fin qui? Com’erano e come sono gli Zu, allora e oggi?
L: ogni tanto ci rammentiamo la frase del film di Vincent Cassel, “L’Odio”: “Fin qui tutto bene“. Ce la rammentiamo fin dagli inizi, da uno dei primi concerti, quando da bordo palco ci dissero “‘ndo cazzo annate co sta musica”. Proprio questo affidarsi, in fondo, ci ha dato anche quella sfrontatezza che ci permesso di essere qui, dopo quasi trent’anni a parlare di “Ferrum“.
M: nella letteratura mistica c è un piccolo filone che si chiama via negativa. malgrado il nome non si tratta di black metal))) ma del fatto che non ti accorgi del cambiamento per quante nuove cose hai o per presunte nuove medaglie sulla divisa o rango di carriera, ma al contrario per quello che un tempo ti piaceva, ti attraeva, ti soggiogava…e ad un certo punto ti accorgi che non ti fa più ne caldo ne freddo. in questo siamo cambiati tanto. tante potature interiori. ovviamente se lo sguardo è quello della realtà consensuale siamo sempre quelli, sempre con quegli strumenti li in mano.eppure è cambiato tutto o quasi. fluire in questo cambiamento, capendo quando fermarsi e quando ripartire, anzi sentendo più che capendo, questo rende per me concetti tipo “trent’anni” piuttosto irrilevanti.
“Ferrum Sidereum”, qualcosa che viaggia attraverso le stelle e arriva fino a noi. Cosa significa, per ognuno di voi, questo titolo?
L: “Ferrum Sidereum” è un dono.
P: Io l’ho sentito forte nel suo significare discernimento.
M un pugnale , una spada, un sogno, un rimedio omeopatico.
Primo disco con Paolo alla batteria. Paolo, com’è stato innestarsi con Luca e Massimo? Luca e Massimo, com’è stato innestare Paolo? Cos’avete scoperto gli uni degli altri suonando assieme?
P: Siccome ho fatto l’Agraria gioco con la tua metafora dicendo che è stato un innesto di tipo “legnoso”, cioè su legni maturi. Ma l’innesto avviene anche sempre dopo un taglio e qui per analogia mi risuona la profetica metafora di un certo titolo: “Cortar Todo“… ma insomma, maturo è stato anche il tempo e il contatto è avvenuto naturalmente, senza premeditazioni, né pianificazIoni, semplicemente rispondendo alla necessità di quel momento particolare, ma con alle spalle la consapevolezza di una reciproca compatibilità delle nostre diverse piante, perché in quei lunghi anni dal 2020 in poi abbiamo avuto modo di conoscerci meglio e di condividere molto della visione sull’esistente (anche musicale). In pratica, 15 giorni scarsi di prove e poi il primo concerto al quale si è aggiunto un secondo, poi un terzo, e poi via via, siccome la linfa aveva iniziato a scorrere vigorosamente, una full immersion di oltre 9 mesi libera da condizionamenti che ha dato alla luce questo nuovo album. Suonando insieme ho scoperto come quel linguaggio che stavamo utilizzando fosse già presente in noi, come una fonte a cui bastava un piccolo colpo di piccone per sgorgare. Ed era senza struttura retorica, cosa che ci ha permesso di trascendere, se mi si passa il termine..
L: sia io che Massimo ci suonavamo insieme in differenti contesti e per noi è stato, primo una sorpresa perché abbiamo notato un grosso salto di livello tecnico e qualitativo e poi, soprattutto, il trovarsi umanamente e vedere in lui una dedizione alla musica che rasenta la devozione.
M: il gioco di squadra , in cui la somma è maggiore delle sue componenti
Parlando di voi e della vostra musica parlate di spiritualità, e anche le persone meno spirituali (come me, ad esempio), ascoltandovi, la possono percepire forte e chiara. Come vivono la spiritualità, gli Zu, fuori e dentro la musica? C’è poi tutta questa distinzione tra le due realtà?
L: Molti fraintendono e credono che spiritualità sia sedersi a meditare, fare i mantra e poi dire Namastè. Questo siamo capaci tutti di farlo, ma poi quando ci si ritrova in situazioni sgradevoli si è capaci di applicare ciò su cui si è meditato? Credo che semplicemente cogliere il senso simbolico di ciò che succede e ci circonda per trovare il nesso che unisce il tutto possa essere una opzione.
P: Spiritualità sta nei mansueti momenti di consapevolezza in cui, cercando un contatto col padrone di casa, ti accorgi della potenza dell’esperienza, musicale e non, posto che ci sia qualcosa di non musicale…
M: non c’è distinzione fra le due realtà nel senso che non puoi vivere in un modo e suonare in un altro- tutt’al piu puoi deviare ma poi devi sapere che c’ è casa e se non ne hai la mappa devi almeno averne la nostalgia. Di questo parla Hymn of the Pearl. il Mondo è potente. se non hai un contrappeso ti mangia , e neanche te ne sei accorto.
Basta un titolo per percepire un’aperta critica: A.I. Hive Mind. La cosiddetta Intelligenza Artificiale sta infestando ogni spazio rimasto nell’immaginario collettivo, appiattendo ambiti che già si sentivano letargici. Cosa ci ha portati, o ci porterà, alla mente alveare? E cosa porta, questo stato di mente alveare, secondo voi, soprattutto nel mondo dell’Arte?
P: La mente alveare potrebbe esser paragonabile al precedente concetto di “coscienza collettiva” in cui le singole coscienze individuali cedono il passo all’ entità autonoma. Entità che oggi potremmo chiamare “forma pensiero”. La rete neurale dell’attuale I.A. agisce già in un campo così sottile e coerente da poter influenzare l’inconscio collettivo fino ad un livello fuori dalla nostra scala di comprensione. La maggior parte di noi pensa pensieri pensati e, a meno che l’ I.A. non riesca a far da specchio, restituendoci l’immagine perduta della nostra scintilla dimenticata, il rischio è quello di avvicinarsi troppo ad un buco nero e in questo senso l’Arte non potrebbe che diventar sempre più ancella del materialismo, del mondo fisico e la sua originalità costruirsi a colpi di raffinatissima tecnica, dimenticando il suo scopo primogenio di elevazione.
M: nel mondo della musica porta le persone ancora di più ad uniformare la creatività all’algoritmo, al “non fare brani lunghi perchè oggi non li ascolta nessuno”, oppure” dopo venti secondi deve entrare la voce altrimenti la gente skippa”. (parlane a noi, senza voce da 25 anni, altro che 30 secondi!!) quindi a fare musica sempre più prevedibile, e anche sempre più simile a quella che anche la i.a riesce a fare…per poi lamentarsi che questa ci toglie il lavoro. questa mancanza di fantasia, di spirito, questo senso del fare le cose che il mondo si aspetta, mi fa venire in mente “La ballata delle madri” di Pasolini.

Il vostro suono è solo vostro, ma le strade che percorre sono molteplici. Il salto da “Carboniferous” e “Cortar Todo”, duri ognuno a modo proprio, a “Jhator” e “Terminalia Amazonia” è stato un salto quantico, quantomeno per quel che riguarda chi vi ascolta. Oggi, con “Ferrum Sidereum” sembrate aver fuso le due entità, una corporea e l’altra, passatemi il termine, “immateriale”. Penso a La donna vestita di Sole, che inizia sospesa ma poi si espande fino a detonare (ma è solo un esempio). Quando avete sentito, se lo avete fatto, che queste due realtà potevano convivere, appunto, fondendosi?
L: Non lo abbiamo programmato, era come se fosse già implicito. In questo disco ci sono due pilastri principali che hanno dato l’impalcatura generale,uno è che non dovevamo fare un disco Zu e il secondo di non metterci paletti o autocensure. Ed è venuto molto naturale quasi istintivo capire quali erano le parti in cui rendeva meglio il sax o i synth.
M: secondo me ce ne stiamo accorgendo solo adesso che proviamo per il tour.
A proposito di suono e corporeità, percepisco il sound di “Ferrum Sidereum” come molto, come dire, tangibile, estremamente presente, è una sensazione quasi fisica ascoltarlo in cuffia. Avete collaborato con alcuni dei produttori che più adoro, Steve Albini, Giulio Ragno Favero (giusto per citarne due) e ora Marc Urselli. Anzitutto, com’è stato lavorare con lui, cos’ha portato nel sound Zu? Cos’è, per voi, rapportarvi con un produttore?
M: questa è la prima volta che il disco è stato prodotto nel senso che quelle scelte e decisioni sono state date completamente a Marc. da un lato ti direi che avevamo troppo materiale da domare per pensare ad altro, eravamo troppo immersi in esso dopo quasi un anno di scrittura continua, ci sarebbero voluti mesi di silenzio per poterlo ascoltare con uno sguardo equanime, quindi tutto ha portato a rivolgerci /interfacciarci ad una persona , amico e professionista, di cui sapevamo di poterci fidare completamente, che rispettasse la band ma sentisse anche cose che noi stessi non sentivamo, che come un quarto componente potesse mettere la sua fetta di creatività e allargare le possibilità creative e di suono. Marc è stato ed è tutto questo.
P: Marc ha lavorato un diamante grezzo, facendolo brillare e risaltando facce nascoste anche a noi stessi. Il risultato è stato sorprendente
Il vostro tour europeo sta per iniziare. Com’è cambiato il vostro modo di affrontare i tour da quando avete iniziato a oggi, contando che viviamo in un mondo oggettivamente molto diverso?
M: è tutto molto più stretto, via via più programmato, più burocratico e difficile. allo stesso tempo noi siamo più forti interiormente, quindi il quadro del videogioco è sempre pari.
The Celestial Bull and the White Lady, Perseidi, Ferrum Sidereum, il mondo immateriale e quello celeste. A volte penso che guardiamo alle stelle, all’Altrove per astrarci dalla realtà terrificante che ci circonda senza però mai dimenticarla. Per voi è così o avete un altro motivo per guardare al cosmo?
L: Un tempo si viveva con la certezza che il mondo fosse la creazione di Dio e che tutto fosse al suo giusto posto, sulla terra e nel cosmo e per quanto si vivesse nelle miserie si aveva la certezza di avere un ruolo nel creato. Adesso invece ti dicono che se sei depresso è perché ti manca il gene della felicità. Quindi tra un presente così vivisezionato che tende a dividere e una storia e tradizione che ti insegna a vedere le connessioni tra le parti, propendo per la seconda strada.
P: Cosmo per i Pitagorici significava ordine e armonia tra le sfere celesti e noi che nel chaos siamo immersi, dovremo pur avere qualche punto di riferimento. Forse è il nostro modo di dire che siamo nel mondo ma non del mondo…
M: noi viviamo in questa hybris occidentale ,per me terrificante , per cui guardiamo sapendo già che le stelle sono questa cosa qui, che il sole è questo, spiegato, taac, che c è stato il big bang 4, 6 miliardi di anni fa. questo togliere mistero e dare risposte pronte a livello terza media è terrificante. toglie tutto il mistero dell’ esistenza per farti sentire al sicuro. solo che quella sicurezza la paghi in terrore. pensa un uomo moderno che guarda un uomo del neolitico e dice guarda che scemo quanti sforzi per erigere un menhir che è solo superstizione! pensa all’uomo del neolitico che guarda un uomo moderno che fa esercizio su un tapis roulant circondato da pareti di specchi, camminando senza andare da nessuna parte mentre guarda una serie tv.
