
Credo fermamente che io e il mio coetaneo Maynard James Keenan condividiamo la stessa urgenza: il desiderio, e perfino il coraggio, di avventurarci nelle parti più imperscrutabili del nostro animo, forse dell’animo umano in generale. È anche per questo che ho amato “Lateralus“ dal primo ascolto: un viaggio onirico che inquieta e, insieme, risuona in profondità. Dentro questo viaggio, Schism si staglia come il singolo‑manifesto dell’era post‑grunge/prog‑metal “intellettuale” dei primi Duemila. Parla della rottura della comunicazione, di alienazione e di un difficile, necessario riallineamento, tra individui, ma anche tra parti di sé. Il tono resta paradossalmente clinico e spirituale, con echi junghiani della dicotomia ombra/integrità. Fin dall’inizio, il basso in tempo irregolare disorienta e orienta allo stesso tempo: c’è un cuore che batte fuori asse e, proprio per questo, insiste. Le strofe dal groove spezzato, gli incastri tra voce, basso e batteria accentuano la frattura; poi il finale accumula e rilascia energia in una catarsi controllata. I Tool trasformano la matematica in empatia, il metallo in sutura: la riparazione non è un trucco, è un atto di consapevolezza.
Anche il video di Schism, concepito da Adam Jones, porta questa chirurgia emotiva sul piano visivo. Figure androgine, quasi scarnificate, si muovono in ambienti industriali; articolazioni, giunti e protesi cercano un nuovo allineamento, come se i corpi fossero mappe di ferite pronte a ricomporsi. Lo stop‑motion e gli effetti pratici danno una consistenza tattile alle immagini, mentre il montaggio ascolta letteralmente la metrica del brano: ogni taglio segue un accento, ogni innesto coincide con un cambio di passo. Non c’è compiacimento nel perturbante: c’è la ritualità di una guarigione possibile, affidata alla precisione del gesto.
L’uscita nel 2001 amplifica il significato del brano. Arriva dopo un lungo silenzio discografico e le note controversie legali seguite ad “AEnima“: un rientro che suona come dichiarazione di poetica. È un anno di passaggio, in cui convivono la centralità del CD e i primi, tumultuosi scambi digitali; MTV conta ancora e i Tool trattano il videoclip come estensione concettuale della musica. Mentre il nu‑metal domina le radio, loro rilanciano un prog‑metal introspettivo, scultoreo, filosofico. Pubblicata pochi mesi prima dell’11 settembre, la canzone intercetta, quasi profeticamente, un sentimento di frattura comunicativa destinato a farsi più acuto. L’anno successivo arriva anche il riconoscimento ufficiale, con il Grammy per la Best Metal Performance: un segnale che la complessità, quando è onesta, può parlare al mainstream.
Per me, però, Schism resta anche un ricordo fisico, quotidiano. Nel 2001 ero madre di un bambino di un anno: una maternità attesa per molti anni, intensamente desiderata, che pure ha scombussolato tutto il mio essere donna. Mi scoprivo divisa fra identità che credevo incompatibili: cura e desiderio, dedizione e autonomia, corpo che nutre e corpo che cerca. Quella pulsazione irregolare, quegli incastri che sembrano spezzare e invece ricuciono, diventavano la colonna sonora del mio ricompormi. Non si torna “come prima”: si imparano nuovi punti di giunzione. Schism mi ha offerto un lessico per nominare la crepa senza vergogna e, anzi, per abitarla finché non diventasse un punto di giunzione tra chi ero e chi stavo diventando.
Forse è tutto qui, alla fine: credevo fosse alienante; poi ho capito che era una sutura. Non si torna come prima: si torna cuciti in modo diverso, e funziona lo stesso, a volte meglio.
