
“Linea Gotica” è uno di quei dischi di cui è impossibile parlare male, se si capisce un minimo di musica, arte, sentimenti, cultura. Considerato da gran parte della critica il climax creativo del duo Ferretti-Zamboni, oltre il quale qualcosa si è irrimediabilmente deteriorato, e chiaramente il miglior disco della breve epopea dei CSI, durata neanche un decennio.
Ha la sensibilità di un concept, nel quale tutti i pezzi sembrano avere un collegamento, un sentimento comune. “La terra, la guerra, una questione privata”? Le letture di Beppe Fenoglio, al quale poi verrà dedicato un live registrato nella chiesa di San Domenico ad Alba nell’ottobre di quell’anno, sono decisamente il punto di partenza di ogni cosa, evidenziato da frequenti citazioni di passaggi dei suoi libri nei testi; siamo inoltre freschi dell’esperienza di “Materiale Resistente”, il disco registrato da autori vari per i 50 anni della liberazione, per il quale i CSI scrissero Guardali negli occhi, un pezzo che sarebbe altrimenti finito in questo disco con tutta probabilità. Ma non c’è solo una rievocazione dell’Italia resistente degli anni ’40 e della sua società rurale. C’è la ripetizione nel tempo di quel sentimento di cupo inverno dell’animo, interrotto dal calore di un focolare domestico, da un sussulto di amore, da una speranza di rinascita nel cuore del più sanguinoso dei conflitti. Di un raggio di sole che filtri dalle vetrate di una chiesa gotica, come nell’artwork della copertina del disco.
Un disco dal finale aperto, come il “Partigiano Johnny” e “Una questione privata”, dove non si capisce se il protagonista muore o sopravvive: un po’ come nella quotidianità, nella quale viviamo una continua sospensione tra successo e insuccesso, fine e inizio.
Ma ripartiamo dalla musica. A rendere unico “Linea Gotica” sono le scelte sonore, a partire dall’emancipazione dalla batteria, suonata per l’occasione da Marco Parente. È presente solo in 4 pezzi su 10, ma non ci si rende conto subito di questa assenza. É dunque un disco acustico? Beh, andiamoci piano. É indubbiamente un disco lento, nel quale si viaggia costantemente sotto i 100 bpm con poche eccezioni. Ma le distorsioni sono una componente fondamentale, anche per la particolarità di essere sempre estremamente dilatate: sono momenti di vero noise, che prendendo spunto dagli allora prodotti Marlene Kuntz (che comunque all’epoca viaggiavano su frequenze abbastanza elevate), viene rallentato come nessuno, almeno in Italia, aveva osato fare sino ad allora.
Giorgio Canali è centrale in questo processo ed in questo disco troverà una meritata dignità artistica che non ostenterà neanche un po’ nella sua futura carriera solista, più orientata sul rock duro e puro.
Gianni Maroccolo, mettendo un po’ a frutto la recente esperienza del live “In Quiete” (l’”Unplugged in New York” del rock italiano, permetteteci la celia senza sminuire la prestazione acustica), appoggia al supporto il basso su un po’ di pezzi per abbracciare una chitarra acustica modificata col giusto equilibrio di riverberi e delay atto a rendere il suono solenne ed evocativo. Anche l’altro ex-Litfiba Francesco Magnelli muta il suo suono, spogliando notevolmente la tavolozza dei suoi “Magnellophoni” che avevano caratterizzato i mille paesaggi della band toscana per farsi all’occasione delicato pianista da notturno.
Parte Cupe vampe ed è una doppia coltellata nel fianco. Prima le parole di Giovanni Lindo Ferretti (“Di colpo si fa notte / s’incunea crudo il freddo / la città trema / livida trema“), poi il violino di Giorgio Canali, combinato con le grattate di Massimo Zamboni. Un violino comprato dai cinesi per trentamila lire suonerà note struggenti e memorabili nelle mani di uno abituato ad aggredire i suoi strumenti, più che addomesticarli (ma ricordiamo che, al di là delle apparenze, Canali è innanzitutto un grandissimo fonico, uno dei migliori in circolazione, e di conseguenza un musicista versatile). L’ambientazione è Sarajevo, la guerra nei Balcani è al suo apice di pulizia etnica e devastazione. Tra tutti i pezzi, Cupe Vampe è uno dei due che lascia più il segno, col crescendo finale da far accapponare la pelle, attraverso i suoni e le parole.

Sogni e Sintomi è uno degli ultimi sussulti punk rimasti nelle corde di Ferretti e Zamboni. CCCP per gli anni ’90, diciamo. Perché è grezzo, l’unico pezzo registrato abbondantemente sopra i 100 bpm, anche se non c’è batteria, il suono non è sporco e la scrittura è tremendamente aulica. Seguirà una delle cover più belle di sempre, E ti vengo a cercare, con tanto di omaggio finale del maestro Franco Battiato nell’ultimo verso. I CSI attualizzano una canzone formidabile già nel testo, facendola diventare una dichiarazione d’amore più intima, più adatta agli anni ’90; Il tutto nonostante feedback portati all’estremo e Ferretti che canta due ottave sotto il rutto.
La parte centrale del disco, con Esco-Blu-Millenni, dà piena esaltazione alle capacità compositive del gruppo, che in ogni pezzo prende un loop per evolverlo a piacimento sulle sonorità a loro più congeniali. Fa discorso a parte la title-track, il pezzo musicalmente più coraggioso: retto completamente dal basso in fuzz di Maroccolo, mentre Ferretti riprende storie eroiche di Resistenza tra la repubblica partigiana di Alba e l’appennino emiliano.
Merita una nota a sé anche L’Ora delle tentazioni. Qui si esalta il feeling tra Magnelli e Ginevra de Marco (che poi si consoliderà in una bellissima versione spoglia di Brace e nella vita privata), un dialogo piano-voce che traduce l’inquietudine del desiderio quando prende il sopravvento sul controllo.
Tancredi e Io è l’intruso in questo disco: in atmosfere, ritmi e tematiche ha poco da spartire con tutto il resto. É tuttora difficile comprendere come sia finito in un disco dei CSI un pezzo che racconta dei cavalli di Giovanni Lindo Ferretti dei quali francamente ce ne può fregare il giusto. Precede la degna chiusura, Irata. Un manifesto elettivo trapiantato di cinquant’anni in avanti, coniugando in un discorso unico citazioni del solito Fenoglio e di Pier Paolo Pasolini, prese per quest’ultimo da “Poesie a Casarsa”, scritto anch’esso a guerra in corso. Le frasi di Irata si conficcano in testa con tutta la loro potenza, sostenute anche stavolta da un crescendo dove tutti i musicisti fanno la loro parte nel renderlo straordinario. A differenza di Cupe vampe, Irata lascia aperta una porta alla speranza nell’effimero riposo domenicale, preludio a una nuova settimana di lotte e guerre.
A 30 anni di distanza da questo capolavoro, da una semplice foto di una rimpatriata a pranzo sono partite cestinate di speculazioni su una possibile reunion di questo gruppo enorme. A parte che una reunion (senza Ferretti) già c’è stata, viene da chiedersi: ne abbiamo veramente bisogno? Abbiamo veramente bisogno di rivedere dei sessantenni (alcuni ancora in grande forma, altri un pelo più imbolsiti), mendicare 50 euro per restituirci un infinitesimo dell’emozione che erano in grado di dare a suo tempo? Non ne avevamo bisogno coi CCCP, ne avremmo bisogno ancor meno con i CSI. Perché “Linea Gotica” è pure un disco senza tempo, ma è legato esattamente ad un preciso momento storico, del quale gli autori erano consapevoli protagonisti e testimoni. Oggi viviamo altre barbarie, i venti di guerra spirano forti come all’inizio del Novecento, qualcun altro saprà restituire il senso di questi tempi con la dovuta credibilità, oggi o domani.
Ma ciò che di eterno hanno fatto i CSI ha una dignità, e può essere rievocato solo attraverso i solchi di questo disco. Confidiamo nel nostrissimo Giorgio Canali, “l’unico vero rocker italiano” (cit. Giovanni Lindo Ferretti, una delle poche cose sensate che ha detto nel corso di questo millennio), per mandare tutto a puttane, con tanti saluti ad Andrea Scanzi.
Non tornerò mai dov’ero già, non tornerò mai, a prima mai
