Louis Tomlinson – How Did I Get Here?

Recensione del disco “How Did I Get Here?” (BMG, 2026) di Louis Tomlinson. A cura di Francesco De Salvin.

Louis Tomlinson approda al terzo capitolo solista – “How Did I Get Here?” – con l’obiettivo di chiudere i conti con il passato, cercando una propria dimensione in quella terra di mezzo tra un certo pop d’alta quota e un cantautorato più “adulto” e riflessivo. Il disco, nato tra la campagna inglese e i tropici della Costa Rica, trasuda un’evidente ricerca di serenità, ma proprio in questa pacificazione risiede il limite principale dell’opera: una mancanza di autentico mordente. Sì, perché se da un lato il caro vecchio Louis (si fa per dire, eh?) sembra finalmente a suo agio nei propri panni, dall’altro la scrittura appare spesso troppo confusionaria, priva di quegli spigoli necessari a trasformare una buona intuizione in un brano davvero memorabile. 

Il comparto sonoro oscilla tra tentazioni indie-rock e concessioni al gusto radiofonico, come dimostra il singolo Lemonade, che si muove su territori sicuri senza mai rischiare una sterzata diversa. Più interessanti, almeno sulla carta, i tentativi di sporcare la produzione con le venature psichedeliche contenute in Lazy o con gli accenni funk di Imposter. Tuttavia, l’influenza di Kevin Parker (Tame Impala) in quest’ultima suona più come un calco estetico che come una reale evoluzione stilistica. In soldoni, Tomlinson flirta con la modernità, ma rimane ancorato a una struttura pop tradizionale che impedisce a questi episodi di decollare pienamente, lasciandoli nel limbo delle buone intenzioni “curate” ma poco coraggiose. 

Non manca il consueto sguardo allo specchietto retrovisore, specialmente in brani come Palaces o la ballata Last Night. Qui, l’ex One Direction gioca la carta della nostalgia, richiamando certe atmosfere crepuscolari dell’ultimo periodo della fu boyband (siamo dalle parti di Made In The A.M.). Sebbene la sincerità interpretativa sia fuori discussione, l’operazione sa di già sentito: la vulnerabilità espressa in questi passaggi, pur essendo il punto di forza del Tomlinson paroliere, finisce per adagiarsi su soluzioni melodiche fin troppo prevedibili, che faticano a staccarsi da un immaginario collettivo ormai ampiamente storicizzato. 

La chiusura affidata a Broken Bones e Dark To Light prova a scuotere il disco con atmosfere più cupe e introspettive, accennando a una maturità che non sente più il bisogno di risoluzioni immediate. È forse qui che si intravede il futuro più interessante dell’artista britannico: meno preoccupato della coesione a tutti i costi e più incline a esplorare il lato d’ombra.

In definitiva, “How Did I Get Here?” è un disco di assestamento: un lavoro onesto, prodotto con estrema cura, che conferma il talento di Louis come autore solido ma che ancora non riesce a liberarsi del tutto da una certa timidezza creativa. Un passo avanti nella consapevolezza, un passo incerto nell’innovazione. Coriandoli (indie)pop che non piovono come dovrebbero. 

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