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Back In Time

Affrontare l’inevitabile attraverso l’arte: “Innuendo” dei Queen

La storia del rock è un’enciclopedia di titani, un susseguirsi di sciamani delle sette note che hanno ridefinito il concetto di carisma: dal misticismo dionisiaco di Jim Morrison alla ferocia viscerale di Chris Cornell, passando per il magnetismo tormentato di Axl Rose e quello istrionico di Mick Jagger. Eppure, in questo pantheon di divinità eclettiche, esiste un primato che appare quasi indiscutibile, una vetta occupata in solitaria da Freddie Mercury. Non è solo una questione di tecnica o di estensione vocale, ma della capacità di trasformare la propria stessa esistenza in un’opera d’arte totale, capace di dominare il palco anche quando il sipario sembrava ormai prossimo a calare definitivamente.

Ripercorrere la genesi di “Innuendo“, infatti, significa immergersi in un clima di urgenza creativa e drammatica resilienza. Registrato tra il 1989 e il 1990, il quattordicesimo capitolo della band britannica è un lavoro che nasce sotto l’ombra della diagnosi di AIDS che aveva colpito Mercury pochi anni prima. In un momento in cui le forze fisiche avrebbero suggerito il ritiro, il cantante scelse invece una resistenza ostinata, decidendo di consumare le ultime energie tra le pareti dello studio. È un disco che non accetta compromessi, figlio di una volontà ferrea di lasciare un segno indelebile prima che il tempo esaurisse la sua corsa.

Courtesy Everett Collection 

La title-track è un monolito di rara complessità, un ponte ideale gettato verso le architetture progressive degli anni Settanta ma immerso in una produzione anni Novanta cupa e solenne. Il brano vive di contrasti violenti, come l’inserimento quasi alieno del flamenco di Steve Howe che squarcia una struttura orchestrale imponente. È il manifesto di un gruppo che, nonostante la tempesta imminente, non aveva perso il gusto per la sperimentazione e la capacità di assemblare frammenti eterogenei in un unico, coerente affresco sonoro che profuma di epica e di tragedia.

Tra le pieghe della scaletta si rintracciano momenti di puro rock adrenalinico come Headlong, nata da un’intuizione di Brian May ma elevata dalla rapace performance di Mercury, che qui nasconde ogni segno di cedimento. Ma è in brani come Don’t Try So Hard che il disco svela la sua anima più fragile e autentica: la voce si fa eterea, quasi divina, appoggiandosi su un arrangiamento che cresce fino a esplodere in uno dei soli più intensi di May. Qui la stanchezza fisica non è un limite, ma un colore aggiunto che arricchisce il timbro di una profondità emotiva disarmante.

L’album alterna la muscolarità ritmica di Roger Taylor, che in Ride The Wild Wind cerca una fuga disperata nel tempo e nello spazio, alla malinconia più nuda e cruda. These Are The Days Of Our Lives resta in questo senso un passaggio obbligato, una ballatona che trascende il pop per farsi rito di commiato. Il video che l’accompagna, con l’immagine di un Freddie ormai evanescente, carica ogni parola di un peso specifico insostenibile, trasformando quel sussurrato finale in un testamento affettivo che ha pochi eguali nella storia della musica moderna.

Non mancano le deviazioni laterali, quasi a voler allentare la tensione, come l’omaggio felino di Delilah o la violenza di The Hitman, dove la band riscopre un’aggressività heavy quasi inedita per quegli anni. Anche Bijou rappresenta un esperimento affascinante, un ribaltamento prospettico dove la chitarra assume il ruolo di voce solista principale, dialogando con un Mercury che si riserva interventi di una dolcezza straziante. È la dimostrazione di come il quartetto fosse ancora un’entità simbiotica, capace di proteggersi e di esaltarsi a vicenda nelle difficoltà.

L’epilogo, con The Show Must Go On, rappresenta il momento esatto in cui la cronaca diventa mito. Brian May scrive un testo che è un atto d’amore e di dolore, mettendo in dubbio la capacità dell’amico di reggere una performance così estrema. La risposta di Freddie, leggendaria e sprezzante del pericolo, è una traccia vocale lacerante, incisa tra sorsi di vodka e una forza di volontà sovrumana. È il grido di chi non si arrende, una sintesi perfetta e divina di sofferenza e speranza che chiude il disco con una potenza sonora che toglie il fiato, sancendo l’immortalità del performer.

Innuendo” non è dunque soltanto una collezione di canzoni (e che canzoni!), ma il resoconto sonoro di come un gruppo di amici abbia affrontato l’inevitabile attraverso l’arte. Al di là dei tecnicismi, resta la testimonianza di un dolore condiviso e di una dignità portata ai massimi livelli, dove la musica diventa l’unico strumento possibile per elaborare il lutto in divenire. Più che un addio, è una celebrazione solenne e maestosa: il ritratto di un uomo che ha deciso di brillare con la massima intensità proprio un istante prima di spegnersi per sempre.

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