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“Tapestry” di Carole King: una voce accanto al nostro tavolo

Carole King ha sempre avuto il dono raro di sembrare una di noi. Non una diva irraggiungibile, ma una presenza possibile, una voce che potresti incontrare al tavolo accanto in un bar silenzioso, tra una tazza di caffè e una confessione trattenuta. La sua voce, morbida e leggermente ruvida, non cerca la perfezione: la aggira, la smonta, la rende umana. È proprio lì che prende forma la sua forza. In quella fragilità disarmante che trasforma emozioni profonde in qualcosa di condivisibile.

Basta ascoltare It’s Too Late. “Qualcosa dentro è morto e non posso nasconderlo”: parole definitive, quasi brutali, che lei pronuncia con una leggerezza sospesa, come se stesse accettando l’inevitabile con un mezzo sorriso. Non è disperazione teatrale, ma quella che appartiene alle vite vere, alle storie che continuano nonostante tutto. “Tapestry racconta il dolore quotidiano senza amplificarlo, lo lascia scorrere come una corrente sotterranea, sempre presente.

La storia del pop ha consacrato questo album come un punto di riferimento per generazioni di cantautrici, il suo DNA emotivo è ovunque. Eppure, “Tapestry non nasce come un atto rivoluzionario. È piuttosto il risultato di un percorso lungo, paziente, maturato dopo anni di scrittura per altri. Il passaggio della cantautrice al centro della scena è stato favorito da pioniere che, negli anni precedenti, avevano già aperto la strada.

Photo: Jim McCrary

Pubblicato nello stesso anno di “Blue“, “Tapestry” sembra appartenere a una diversa genealogia: meno spigoloso, più melodico, più disposto all’incontro con il pubblico. King unisce l’anima folk alla sapienza pop, l’istinto commerciale all’onestà espressiva. È un’artista sospesa tra passato e futuro, radicata nella tradizione ma capace di attraversare i generi con naturalezza.

I momenti più intensi dell’album emergono quando le canzoni si trasformano nelle sue mani. In (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, il bisogno amoroso cantato da Aretha Franklin diventa una preghiera laica, un’affermazione di identità e dignità femminile. In You’ve Got a Friend, la sua sincerità non è mai ingenua: è una scelta, una postura etica prima ancora che artistica.

Tapestry” non è privo di consapevolezza strategica. Dalla copertina cucita a mano al racconto pubblico della sua immagine, tutto concorre a costruire Carole King come “donna naturale”, in un panorama dominato da figure monumentali e intellettualizzate. È un posizionamento preciso, che il successo planetario dell’album ha trasformato in modello: autenticità come valore commerciale, intimità come linguaggio universale.

Ma ridurre “Tapestry a un’operazione d’immagine sarebbe ingiusto. Il disco continua a vivere per la limpidezza delle sue canzoni. In Smackwater Jack c’è una gioia amara, in So Far Away un desiderio ferito che non chiede consolazione. Ogni brano sembra dire: ecco quello che sono, senza maschere.

E così, mentre il celebre gatto in copertina resta sfocato, quasi un dettaglio secondario, ciò che rimane nitido è la voce di Carole King: una voce che non pretende attenzione, ma la conquista. Una voce che, ancora oggi, ci parla come farebbe un’amica fidata, seduta accanto a noi, pronta a raccontarci che anche la fragilità può diventare forza.

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