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Angel Du$t – Cold 2 the Touch

2026 - Run For Cover
hardcore punk

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Tracklist

1. Pain Is a Must
2. Cold 2 the Touch
3. I'm the Outside
4. Jesus Head
5. Zero
6. Downfall
7. DU$T
8. Nothing I Can't Kill
9. Man On Fire
10. The Knife
11. The Beat


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Il merito principale degli Angel Du$t di Baltimora è stato sicuramente quello, maturato negli anni, di essersi tolti di dosso quella dannosa aura di gruppo spin-off dei Turnstile. I Trapped Under Ice non ci pensavano nemmeno, altra storia, ma con loro, ammettiamolo, ci stavamo per cascare. Eppure, il loro debutto discografico, quell’ “A.D.” che fece così tanto parlare di un genere nuovo, che non era né rock’n’roll, né hardcore, né tantomeno punk, risale ad un anno prima del primo disco fisico dei paladini moderni del punk commerciale. Nonostante ciò, è come se con il tempo avessimo perso i contatti con gli Angel Du$t, con la loro intraprendente foga, con il loro stile rockettaro psichedelico ma al tempo stesso corroborante. I musicisti degli Angel Du$t, infatti, è come se si sfogassero in giro per il mondo con altre bands e rimanessero nel loro locus amoenus da qualche parte nel Maryland per provare a suonare una musica che hanno inventato loro e che vorrebbero rendere irreplicabile. Perché se è vero che i Trapped Under Ice hanno perfezionato e riempito gli Hatebreed e i Turnstile hanno chiuso i giri che gli Snapcase avevano iniziato trent’anni fa, gli Angel Du$t non hanno riferimenti se non forse nei Vice Squad o nei Dead Kennedys. 

Il punto è che questo nuovissimo “Cold 2 the Touch è una vera legnata. Preciso, insolente, dolce e più che mai significativo, si dipana in undici brani più corti rispetto alla precedente produzione della band di Justin e soci, ma più che mai circolari e significativi. 

Non dimenticano, infatti, quel “one-two-three-four” che troviamo in ogni loro disco, riproposto qui in salsa rock’n’roll con la canzone omonima. I’m the Outside è persino scontata nel suo mosh gratuito e senza senso, Downfall è saltellante e divergente verso la fine, e l’intro schitarrante alla Portraits of Past di Nothing I Can’t Kill crea quella giusta confusione musicale nei confronti di chi, magari, ascolta per la prima volta questo incredibile gruppo. Jesus Head mi ricorda troppo Together on the Sand dei Nofx e la skippo facile, ma la confortante prevedibilità di The Knife ritorna ad imbottire questo fondamentale ascolto sino all’arrivo del singolo The Beat, già uscito quest’estate, forse il pezzo più marcatamente “-core” dell’intero album. 

Forse manca una canzone come Want It All, me se consideriamo la schietta sonorità del disco, non vi è confronto con i lavori precedenti. E le partecipazioni di Scott Vogel e Frank Carter, tra i tanti, non fanno altro che confermare l’affermarsi di questa band su scala mondiale. La produzione, ricercatissima, a cura di quel Brian McTernan che ha lavorato con Bane e Converge non inficia la ruvidità globale di questo “Cold 2 the Touch”, che uscendo per una label così attenta all’indie e al rock alternativo come la Run For Cover di Boston si piazza di diritto tra le uscite più importanti dell’anno.

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