A pochi giorni dall’uscita (13 febbraio 2026), “Protomensch” conferma il duo composto da Dominik Felsmann e Patrick Tiley come i sarti del suono cinematografico della vita quotidiana dell’ascoltatore.
Dopo aver scalato le classifiche grazie alla celebre reinterpretazione di Solitude degli M83 e aver prestato la loro estetica a giganti come RY X e Moby, il duo tedesco-britannico torna con un lavoro che è tanto ambizioso quanto, purtroppo, stilisticamente eterogeneo.
Certamente la cifra stilistica dei Felsmann + Tiley rimane il minimalismo pianistico innestato su texture elettroniche studiate meticolosamente e sempre prive di batteria. La trasposizione sonora di visioni e inquietudini moderne trasforma l’ascoltatore da semplice fruitore a protagonista di un proprio film immaginario. L’album, un po’ come i lavori musicali precedenti, poggia su un tripode di influenze chiarissime: il minimalismo neoclassico, con la sua pulizia formale, l’elettronica atmosferica con l’uso massiccio di synth con tanto di modulazione dei parametri fondamentali cosa che crea pareti di suono avvolgenti e cangianti, la trance malinconica che alla fine è il vero cuore pulsante di Protomensch, che recupera l’epica dei primi anni 2000 per trasfigurarla in qualcosa di più oscuro e riflessivo.
L’album apre con Open Fields, un brano che però gioca pericolosamente anche se efficacemente con una citazione, forse inconsapevole: gli accordi d’attacco sono un chiaro omaggio a Cornfield Chase di Hans Zimmer (Interstellar) anche se l’inserimento della componente vocale sposta il brano dal puro commento sonoro alla forma-canzone, creando un ibrido interessante. Il vertice emotivo è probabilmente Opioid: pezzo allucinante, ipnotico e quasi “doom rock” nella sua pesantezza. Lo spelling della parola su una sequenza di synth ossessiva trascina l’ascoltatore in un vortice epico e inquietante, dimostrando una maturità produttiva notevole.
Il disco procede però per contrasti netti, a tratti stridenti. Reset vs Always You: se la prima scuote con bassi profondi e un sound design dinamico, vicino alle sperimentazioni di Jon Hopkins, la seconda vira verso una dolcezza che richiama il Vangelis più etereo di “Blade Runner”. Gabriel è un brano dalla struttura impeccabile, che cresce con una progressione organica e coinvolgente mentre Neuzeitè il punto debole del disco. Qui il duo vira fortemente verso l’industrial ambient e il risultato appare destrutturato e privo di una direzione armonica chiara. Rispetto a maestri del genere come Ben Frost o Tim Hecker, il brano sembra mancare di quell’identità necessaria per distinguersi.
“Protomensch” è un album indubbiamente piacevole ed evocativo, perfetto per chi cerca una colonna sonora esistenziale. Tuttavia, soffre di una certa frammentazione e il filo logico sembra spezzarsi tra generi troppo distanti, impedendo al disco di avere una compattezza narrativa assoluta.
Felsmann + Tiley si confermano, con questo lavoro, eccellenti interpreti del presente, anche se sembrano non riuscire a staccarsi completamente dall’ombra dei loro modelli (M83, Zimmer, Emmit Fenn), rimanendo in una comfort zone di altissima qualità, che però rischia, a tratti, di risultare una deriva.