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Anatomia di un naufragio: “Face Value” di Phil Collins

Nel 1981, il pop britannico non sa ancora di stare per incontrare il suo nuovo baricentro. Phil Collins, fino a quel momento percepito come il solido architetto ritmico dei Genesis e l’erede (quasi) riluttante del microfono di Peter Gabriel, si presenta senza fronzoli al pubblico. Non è un’operazione commerciale pianificata a tavolino, ma un’esigenza catartica: il matrimonio con Andrea Bertorelli è andato in frantumi e Phil, rimasto solo tra le pareti domestiche e un registratore a otto piste, trasforma il salotto in un confessionale analogico. “Face Value” nasce così, tra macerie sentimentali e la necessità di esorcizzare un vuoto che la routine della band non  riesce più a colmare.

L’apertura è affidata a quello che diventerà un totem generazionale: In the Air Tonight. Qui il minimalismo dei sintetizzatori Prophet-5 disegna un’atmosfera notturna e minacciosa, squarciata da quel fill di batteria che ha ridefinito l’estetica dei suoni per un intero decennio. Al di là delle leggende metropolitane su presunti annegamenti mai avvenuti, il brano è un saggio sulla tensione e sul rilascio, dove il gated reverb (eredità delle sessioni con Gabriel e Hugh Padgham) diventa lo strumento per dare corpo alla rabbia sorda di un tradimento subito. È il suono del dolore che si fa architettura sonora attraverso la mano del caro vecchio Phil.

​Il disco si muove su un doppio binario: da una parte il rancore viscerale, dall’altra una riscoperta vitalità ritmica che guarda con  ammirazione alla black music. Brani come I Missed Again e lo strumentale Hand in Hand svelano la fascinazione di Collins per il funk e il soul, nobilitati dai fiati dei Phenix Horns (presi in prestito dagli Earth, Wind & Fire). Non c’è più la complessità barocca del progressive dei Genesis; qui la struttura si asciuga, diventa diretta, pulsante e incredibilmente accessibile, pur mantenendo una ricercatezza tecnica che non scade mai nel banale.

Ma è nei momenti di pura sottrazione che l’opera rivela la sua anima più fragile. In The Roof Is Leaking, il banjo di Daryl Stuermer e il piano dell’artista britannico costruiscono un bozzetto country-folk quasi rurale, lontano anni luce dalle luci della ribalta. La partecipazione di Eric Clapton in tracce come If Leaving Me Is Easy aggiunge quel tocco di blues  malinconico necessario a suggellare un’opera che parla di solitudine e rassegnazione. È un Phil Collins intimo, che usa la voce non per stupire, ma per sussurrare una vulnerabilità che raramente un artista di tale calibro accetta di mostrare.

Interessante è il gioco di specchi con il passato: la rilettura di Behind the Lines (originariamente su Duke dei Genesis) viene spogliata della sua magniloquenza prog per essere accelerata in un funk-pop iper-cinetico, quasi a voler marcare una distanza estetica dai compagni di band. La chiusura, affidata alla cover beatlesiana di Tomorrow Never Knows, non è un semplice riempitivo ma una dichiarazione d’intenti psichedelica e percussiva. È il tributo di Phil Collins a John Lennon, scomparso pochi mesi prima della  pubblicazione, e un ponte lanciato verso una sperimentazione sonora che fonde passato e futuro.

In definitiva, questo esordio resta l’opera più autentica e omogenea della sua carriera solista. Prima della sovraesposizione mediatica degli anni ’80 e del pop patinato da classifica, questo debutto rappresenta un documento umano di rara intensità. È il ritratto in bianco e nero di un uomo che, guardando fisso nell’obiettivo della macchina fotografica, decide di non nascondere nessuna ruga del proprio spirito. L’anatomia di un naufragio, per l’appunto.

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