
Parlare degli Oasis, anche rispetto al loro periodo più ispirato, è sempre divisivo per il pubblico: amore fanatico e odio, entusiasmo e avversione, è l’amara tensione creativa e comportamentale dei fratelli Gallagher a guidare, nel bene e nel male, la sfera pubblica e privata della band. I due hanno sempre sovrastato, sia in senso mediatico che performativo, i restanti membri della band, spesso tirati per la maglia dalle decisioni dei frontmen. La stessa produzione del primissimo periodo ha rischiato di far saltare per aria il progetto, causa gli improvvisi attriti tra i fratelli. In mezzo al ciclone, nascono brani come Don’t Look Back in Anger, di cui è celebre anche l’affermazione del suo autore e interprete del brano, il cantante e chitarrista Noel Gallagher, il quale, ascoltando la canzone, pensa subito che questo sia un gran pezzo. Poiché si è qui a parlarne e a esplorare a posteriori l’eredità artistica dopo trent’anni, potremmo anche pensare che avesse ragione.
Nonostante tutto, l’inizio della carriera degli Oasis era promettentissimo: la stellare ascesa che prima “Definitely Maybe” (esordio del 1994) e poi “(What’s The Story) Morning Glory?” (arrivato dopo appena un anno) concedono ineluttabilmente alla band un posto di privilegio, un novello simbolo di una musica inglese erede di gruppi come gli Stone Roses e comprimaria assieme ai Blur di Damon Albarn. Svariati singoli accompagnano la strada intrapresa col sophomore dei ragazzi di Manchester: Don’t Look Back in Anger è solamente il quinto della lista, subito susseguente a Wonderwall, indiscussa hit del suo periodo e ancora oggi emblema della band e del genere. Questo è inoltre il primo singolo che viene interamente cantato dal solo Noel, a dispetto dei precedenti dove la voce solista era quella di Liam.

Uscito il 19 febbraio 1996, il brano nasce durante una serata di quelle che accompagnano gli Oasis nel loro primo periodo in tour. Noel Gallagher ha dichiarato di averlo scritto in una notte parigina, in un club notturno, immerso nella vita da rock band. Prodotto e registrato dallo stesso Noel e Owen Morris, produttore dei primi tre dischi del gruppo, il fratello maggiore dei Gallagher incrocia in più frangenti del brano le massime cariche della musica contemporanea inglesi, cui dedica doverosi omaggi intelligentemente tappezzati nella costruzione di questo pezzo: il solo titolo fonde Look Back in Anger (1979) di David Bowie e Don’t Look Back (1967) di Bob Dylan, e includerebbe anche un riferimento a John Osborne; allo stesso tempo, il brano è l’ennesima dedica ai Beatles e in particolare a John Lennon, al quale Noel sottrae con furbizia sia la solenne intro pianistica di Imagine sia direttamente dei versi nel pre-ritornello, che recupera da una cassetta mai pubblicata di demo dell’artista di Liverpool, legati ai bed-in che Lennon organizzava in segno di protesta verso la guerra (“So I start a revolution from my bed / Cause they said the brains I had went to my head”).
Entra nel testo anche un ricordo legato alla madre, Peggy, con “Stand up by the fireplace/Take that look from off your face”, in un decoupage di versi provenienti da tutte le direzioni, includendo anche un accordo signature della melodia Oasis. Fin qui danzano sensazioni intestine e citazioni fino alla parte topica del brano: “So, Sally can wait” è al primo ascolto già un classicone radiofonico, un mantra del rock classico, un vortice che incita la voglia di gridare e sgolarsi (lo stesso Noel registra e si esibisce sempre cantandolo a voce piena), e il resto del ritornello evoca una storia a sé stante, un concetto di stare bene con quello che ci accade dentro e fuori, il “Don’t look back in anger/I heard you say” arriva e fugge allo stesso tempo. Idea di rilievo è inserire nel chorus il tamburello, che dona un’atmosfera ancora più accogliente a questo esercizio di arena rock. Nonostante l’assonanza con Sally Cinnamon degli Stone Roses, Sally non rappresenta una persona vera, una citazione di gusto, e perciò si integra molto bene nel contesto di frasi e di paesaggi che formano un ecosistema a sé. Il finale aggiunge un “At least not today”, una chiusura a metà, un sogno umano che non vorrebbe interrompersi prima di un risveglio.
Il singolo viene promosso con un videoclip a cura e regia di Nigel Dick (già presente nelle riprese di Rock n’roll Star e Wonderwall) e viene inscenato in una magione quasi onirica, in cui si alternano i vari membri della band, seduti, immobili o intenti a suonare (con più riprese in primo piano del batterista Alan White, neosostituto di Tony Carroll) e una lunga sfilata di donne vestite di bianco in diversi stili; Noel canta e suona la chitarra costantemente, compresa la parte solista, fino all’abbandono della casa, sul finale, con la camera che si allontana in prima persona.
Don’t Look Back in Anger è un esempio di come un ibrido funzionale di britpop e rock classico, tanto per struttura quanto per arrangiamenti, sia perfettamente mescolato all’identità che ha contraddistinto fin dall’inizio gli Oasis. Le melodie classiche e lo stile sonoro del gruppo non stuccano rendendo banale la composizione, essa vive di semplicità. Noel Gallagher scrive un brano monumentale, destinato a rimanere negli annali del genere e partecipando a piene mani nella cristallizzazione degli Oasis nel pantheon delle rock band (sia che piacciano sia che li si detesti, per un qualunque motivo).
