
Quando affrontiamo la questione spinosa della scena artistica attuale, ci troviamo necessariamente di fronte al grande scoglio della sterilità che il nostro impero morente ha trasmesso geneticamente alla propria prole. Disfarsi di un’eredità malata è un compito doloroso che collettivamente rifiutiamo. Se dovessimo individuare i caratteri di questo Spirito del Tempo, dovremmo ricercarli necessariamente in un’assenza, nella mancanza stessa dell’atto. Un livello simile di astrazione secca, che ha superato ogni attinenza con la tecnologia, ha come esito quasi univoco il disinteresse e la resa netta della figura autoriale. Il Novecento ci ha abituati alla venerazione delle avanguardie, che insinuandosi negli anfratti più insidiosi delle industrie hanno creato maestosi idoli immortali da vendere e rivendere. Ebbene, ora che questi idoli sono crollati, e visto il fallito tentativo dell’industria di rifornirsi di simboli, come si può riformulare l’atto creativo in modo da avere ancora qualcosa per cui vivere?
La musica di Julinko ci restituisce un sentore onirico del nostro Spirito del Tempo: il ricordo privo di memoria. Tra i movimenti del suo nuovo disco “Naebula” (qui la nostra recensione) si intravedono sonnambuli che vagano sperduti, canti popolari sconosciuti di una civiltà che non c’è mai stata e insediamenti rurali che nessuno ha mai costruito.
Dobbiamo essere audaci nella dimenticanza. Bisogna ricercare frammenti di una musica che nessuno ha mai conosciuto e che tutti riconoscono, senza capire da quale parte del loro spirito provenga.
Eccoci qui, con la tua settima uscita “Naebula”, a cinque anni di distanza dall’EP “No Destroyer”. Il progetto Julinko gravita attorno a questo tuo particolarissimo carattere vocalico sempre in espansione, lanciato in un tragitto astrale tutto tuo. La tentazione maniacale di gran parte di coloro che scrivono o parlano di musica è sempre quella di sovrascrivere a un progetto originale le musiche o il carattere di altri artisti. Nella tua musica, e in particolar modo in questo disco, non sarebbe assolutamente un’operazione corretta. C’è un carattere di alterità e onirismo tutto tuo, che evoca lande trevigiane sepolte e vaghi ricordi privi di memoria. Com’è stata la genesi di questo lavoro, la sua gestazione?
Buongiorno Pablo, grazie per le tue parole. Mi piace molto l’espressione che hai usato “ricordi privi di memoria”. Descrive bene il rapporto che ho con la musica a cui do vita, il tipo di necessità che mi spinge: introspettiva, intimista ma in un un certo senso, impersonale. La gestazione di “Naebula” è stata un processo lungo e paziente. Il disco cristallizza la pratica solista che ho iniziato a portare dal vivo sostanzialmente nel 2018, e poi consolidato nel 2022 e nel 2023, in tour con Gasparotti e poi coi Messa. Volevo trovare un mio linguaggio essenziale, libero nello spazio e nella forma. Metà dei brani che compongono “Naebula“, li ho suonati dal vivo durante quegli anni, cambiandoli di continuo, semi-improvvisando, seguendo strade che l’intuito e l’errare – in senso lato ahah – mi indicavano con dito. Per lungo tempo l’idea di registrarli e dunque di fissarli, di dar loro una regola, mi è stata estranea e pure avversa. Ad un certo punto, nel 2022, ho iniziato a sperimentare con organetti, tastiere etc, nuovi strumenti per me. Ed ecco, grazie a questo nuovo fattore si è generata una visione più ampia dell’aria, delle oscillazioni, del movimento in generale, che infine ho desiderato imprimere e tenere custodita da qualche parte. Credo comunque che l’evento cruciale avvenuto durante la lenta formazione di “Naebula” sia stato il mio incontro con un particolare tipo di meditazione. L’esperienza del silenzio e della non verbalizzazione prolungate per giorni e giorni, mi hanno portata ad un rapporto con il suono e con la voce molto più profondi, viscerali e liminali di quanto avessi mai sperimentato prima.
Avete iniziato una tournée il 23 gennaio. Avendovi visti il giorno dopo al Fanfulla di Roma, in occasione del Maple Death Fest, avete iniziato subito, come si suol dire, col botto. Il concerto è stato meraviglioso, riuscendo anche a vincere un’acustica a tratti massacrante. Dopo più di dieci anni di concerti in solo e coi Bosco Sacro, come vivi al momento le esperienze dal vivo? E quanto ti sta “comodo” a livello performativo il materiale che portate in questa tournée?
Ritornare a suonare e cantare dal vivo come Julinko, dopo praticamente tre anni di pausa, è stato a dir poco emozionante, quasi come un inizio da zero. La formula in trio, pur rimanendo fedele alla sua essenza, stravolge in parte quello che è il disco – che ho scritto e suonato da sola – e dunque i primi concerti li ho vissuti un po’ come una sperimentazione. Per quanto si possa provare in sala e prepararsi, è sempre dal vivo, a contatto con le persone, che si capisce cosa si vuol davvero dire e come. Almeno per me, per noi ecco. Mi piace moltissimo suonare questi brani, rispecchiano il prisma di luci ed ombre che porto dentro e sono curiosa di vedere dove mi porterà, cosa mi farà scoprire questa nuova fase di pratiche in trio e in solo. Inoltre da un anno e mezzo, ho iniziato un percorso di studio vocale che mi sta regalando soddisfazioni. Mi sento molto più capace di aprire e lasciarmi andare al suono, d’essere portatrice di qualcosa che va oltre me stessa.
Il vostro trio, con Carlo Veneziano e Zoro, ha una presenza scenica precisa, con un assortimento di tuniche nere, completi da galeotto e ghirlande oscure. A chi è spettata l’ottima direzione estetica? Ci sono dei motivi precisi per la scelta di quelle vesti?
Carlo Veneziano e Zoro sono due musicisti che stimo infinitamente, sono dei ricercatori nella musica e nella vita. Il valore aggiunto di questa formazione è che aldilà di questa collaborazione, noi siamo “un trio di migliori amici”. Quando siamo insieme c’è qualcosa di magico che si crea, e in questi ultimi anni ho ardentemente desiderato di portare questa alchimia anche in musica. Non c’è stata una precisa direzione per quanto riguarda i costumi, sapevo che sarebbe bastato affidarsi alla sensibilità artistica di ciascuno di noi. Ognuno è stato libero di scegliere il suo abito, la qualità della sua presenza. Ognuno lo è e lo sarà sempre, ogni volta. Per quanto mi riguarda, ho collaborato con la designer Adele Zavagno. Desideravo un capo affine alla dimensione di “Naebula“. Lei me ne ha dati due, che adoro. Uno scuro ed uno chiaro, entrambi cuciti a mano, utilizzando miei vecchi capi o altre stoffe e materiali di riciclo. Non è una regola ovviamente, ma per me è anche l’abito che fa il monaco. Ogni cosa è un-mezzo-per.
Quanto è stato complesso ricreare le sottigliezze del disco dal vivo?
In trio si propone un riarrangiamento dell’album. Come dicevo qualche risposta fa, molti dei brani che lo compongono hanno vissuto già diverse vite e mi piace l’idea generale, di non limitare un motivo ad una forma fissa. Sento proprio la necessità di non legarmi troppo a forme specifiche. Detto questo, ci sono sicuramente dei veli, dei filtri, delle sottigliezze, come dici tu, che nel disco hanno grande risonanza e che è fondamentale risuonino nella resa dal vivo, sia in trio che in solo. A formazione e strumentazione allargata, la cosa sicuramente più complessa è stata il non massimizzare col rischio di banalizzare e infine snaturalizzare, il denso linguaggio minimalista di “Naebula“. Quando si è in di più, quando ci sono le forze e gli strumenti, l’impeto porterebbe ad aggiungere, accumulare, dare una spina dorsale a tutto…ma la nostra ricerca è quella di servire l’espressione primitiva, seppur espansa, di questa nuvola cangiante, multiforme, a volte trasparente, a volte tempestosa, spigolosa a volte fatata, a volte mostruosa.
Un piccolo dettaglio del concerto che mi ha fatto impazzire: Carlo che durante un brano stacca uno dei due microfoni della batteria, posizionato sul timpano, e se lo porta dall’altro lato del palco per microfonare il suo tamburo, per poi rimetterlo sul timpano più in là nella setlist. Spostare i microfoni sul palco è un atto molto delicato e rischioso, e personalmente la scena creatasi l’ho trovata spettacolare, è stata come una rottura di una qualche parete invalicabile che solitamente si dà per assodata ad ogni concerto, dove i microfoni sono una sublimazione delle nostre orecchie. È stato come essere presi per i capelli, una “rottura della quinta parete”. La mia curiosità: era voluto o è stato un atto dettato da necessità (mancanza di ingressi, di microfoni o altro)?
Grazie Pablo, è una prospettiva interessante la tua, che onestamente non avevo preso in considerazione prima d’ora. In quella parte della performance c’è la necessità di scambiarsi un microfono, evitando di dover configurare richieste tecniche troppo dettagliate etc, e dunque ecco, durante il concerto succede anche questo. Quello che tu hai osservato mi fa riflettere su un caratteristica trasversale che sento marcare il nostro live, ovvero una certa vividezza. C’è una batteria sul palco, ma spesso Zoro si muove tra campanelli e perline; siamo in tre ma a volte la dinamica è appesa ad un filo e suono e canto e da sola; in Throw Ashes invochiamo un caos e la mia voce viene sovrastata del noise mentre mi sgolo “inutilmente”…Fondamentalmente in musica e particolarmente dal vivo, non mi sento di portare assiomi, certezze, stabilità, fissità. Al contrario la poetica in Julinko è quella del bivio, del viaggio, del trauma trasformativo.
Dopo la fine del concerto, nel locale, ho notato diverse persone canticchiare fra sé e sé il leitmotiv dell’ultimo brano del disco, nonché brano di chiusura, Ora et Devoura, un brano che entra molto nelle orecchie (e che mi ha tormentato per giorni come i migliori hooks). Qual è invece il brano che preferisci suonare e/o ascoltare tu, di questo tuo nuovo lavoro? E ce n’è uno con cui hai un rapporto speciale, per quanto sicuramente ogni pezzo abbia un carattere a se stante?
Mi fa molto piacere! Mi sono arrivati diversi feedback simili riguardo ad Ora et Devoura (ed anche Cloudmachine) e la cosa mi fa pure molto sorridere. La frase/filastrocca che canto me la sono inventata la notte prima di registrare il brano in studio – fino a quel momento la voce era tutto un vocalizzo. Quando mi è affiorata in bocca mi è sembrata sul subito davvero sciocca, eppure dopo un minuto sapevo che era esattamente quanto di giocoso e tagliente avrei voluto dire per concludere l’album con piglio esistenzialista e pur leggiadro.
Qual è invece il brano che preferisci suonare e/o ascoltare tu, di questo tuo nuovo lavoro?
La coda strumentale di Kiss The Lion’s Tongue è sicuramente tra le parti che mi spediscono altrove.
E ce n’è uno con cui hai un rapporto speciale, per quanto sicuramente ogni pezzo abbia un carattere a se stante?
Unleash. Suonarla dal vivo in solo è stato spesso per me e per il pubblico partecipante un’esperienza davvero ipnotica. Inoltre è la traccia che più s’immerge ed interagisce col silenzio. Da quando è comparsa, tutta la mia pratica è diventata un po’ più radicale.
Come vedi lo stato della musica underground europea, e come pensi sia cambiata negli ultimi dieci anni di frequentazione? E come credi si evolverà?
A me sembra che ci sia un flusso di uscite sempre più denso, e che mai come ora i cosiddetti generi si siano ibridati l’uno con con l’altro, al punto che questo tipo di catalogazione sembra ormai definitivamente collassato a fronte di produzioni tanto isolate o personali. Poi, una cosa che mi piace osservare da qualche anno a questa parte è una sorta di raffinazione di un gusto lo-fi, sporco del suono. L’ultimo disco di Hilary Woods ne è un esempio sopraffino. Mi piace tantissimo. Del futuro invece, non so proprio parlare, non ho proiezioni a riguardo.
Quali sono invece i tuoi piani futuri? Ricordo che menzionasti una nuova raccolta di poesie in lavorazione [dopo l’uscita, nel 2020, di “Il Cuscino è il Confessore”, Eretica Edizioni].
Voglio portare Naebula dal vivo il più possibile, da sola e in trio, e rispetto al passato, muovermi in spazi e contesti più aperti alla sperimentazione, all’ascolto e al confronto circolare-non frontale e all’interazione tra varie arti e discipline. Per quanto riguarda la poesia, sì, ho una nuova raccolta di poesia conclusa nel cassetto. Per ora non ho trovato una realtà editoriale che voglia collaborare con me e che mi soddisfi, per questo quel cassetto è momentaneamente chiuso, ma non a chiave, potrebbe bastare il giusto vento per scuoterlo e riaprirlo. In ogni caso, per me la pubblicazione di poesia è sempre stata in secondo piano rispetto alla musica. Ciò non vuol dire che non m’interessi, anzi, ma mi sento di “servire” di più come cantante e musicista. Poi si sa, ognuno fa sempre ad ogni modo conti con il proprio tempo, le risorse e le opportunità che si presentano o meno. In ultimo, le poesie le ho scritte perché serviva a me scriverle, perché sono parte di un’elaborazione del sensibile e dunque, pur se non divulgate hanno sempre un loro valore e una loro funzione inaffondabile.
Infine una domanda che faccio sempre. Che musica ascolti di recente? E cosa ci consigli? A te l’ultima parola.
Da quando lavoro in un negozio di dischi incontro tantissima musica nuova settimanalmente. Devo dire che ho la tendenza ad ascoltare musiche composte da donne. Rispondendo a queste domande, per esempio, ho ascoltato per la prima volta due nuove pubblicazioni fresche del 2026: “Tragic Magic” di Mary Lattimore e Julianna Barwick e poi Jana Horn. Due album dell’anno scorso che sono diventati per me “casa” sono “Neu Om” di Amanda Mur, arcaico contemporaneo ed elegantissimo, e poi “Brandung” dei Coltaine, per alcuni brani di quest’ultimo provo un entusiasmo da adolescente, mi carica tantissimo. Sono molto curiosa di sentire il nuovo di Bono/Burattini.
