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Mumford & Sons – Prizefighter

2026 - Island Records
folk rock

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Tracklist

1.Here (feat. Chris Stapleton)
2.Rubber Band Man (feat. Hozier)
3.The Banjo Song
4.Run Together
5.Conversation With My Son (Gangsters & Angels)
6.Alleycat
7.Prizefighter
8.Begin Again
9.Icarus (feat. Gigi Perez)
10.Stay
11.Badlands (feat. Gracie Abrams)
12.Shadow Of A Man
13.I’ll Tell You Everything
14.Clover


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Non è ancora passato un anno da quando recensivo Rushmere(2025), che i Mumford & Sons ci sorprendono con l’uscita del loro sesto album in studio, “Prizefighter”. 

Pare che il trio avesse diversi brani già pronti prima della pubblicazione del precedente lavoro e che abbia impiegato appena dieci giorni per registrare l’intero disco a New York, presso i Long Pond Studios di Aaron Dessner. Il membro dei The National, che aveva già collaborato con loro nel 2015 per “Wilder Mind”, lascia qui un’impronta decisiva sulla produzione.

L’album si compone di 14 brani che intrecciano sonorità folk-rock che ci hanno fatto amare la band con influenze moderne e incursioni nell’elettronica, marca distintiva degli ultimi lavori. Il ritorno del banjo è persino celebrato da una traccia dedicata, The Banjo Song. Tuttavia, ciò che colpisce immediatamente, saltando all’occhio fin da un primo sguardo alla playlist, è l’inedito e massiccio approccio collaborativo: tra gli ospiti spiccano nomi del calibro di Hozier, Chris Stapleton, Gigi Perez e Gracie Abrams. Anche in fase di scrittura il contributo è corale, con firme come Justin Vernon (Bon Iver), Brandi Carlile, Jon Bellion e Finneas.

Il disco si apre solennemente con Here, in cui la voce graffiante di Stapleton si intreccia perfettamente con il timbro di Marcus Mumford, in un brano che sa di terra e radici, un folk-soul sulla resistenza emotiva al dolore e alle ferite che suggerisce immediatamente il tono maturo del disco.

Rubber Band Man (feat. Hozier) è il pezzo più energico e radiofonico, col suo ritmo incalzante, le percussioni marcate, un riff di chitarra ripetitivo ma efficace e con un giro di basso trascinante. Hozier aggiunge una sfumatura oscura e quasi gotica che rende il brano ipnotico. La già citata The Banjo Song ha un titolo che rappresenta una chiarissima dichiarazione d’intenti: dopo anni di sperimentazione elettronica, il banjo torna protagonista assoluto, in un pezzo dalla struttura semplice strofa-ritornello e un testo che riflette sull’identità artistica e sul peso delle aspettative, ricordando i fasti di “Babel”(2012). 

Si prosegue con l’adrenalinica Run Together, pensata per essere cantata in un’arena, con una batteria pulsante e archi in sottofondo che conferiscono dinamismo, prima di invertire la rotta con Conversation With My Son (Gangsters & Angels). Strutturata con andamento narrativo, mette in scena un intimo dialogo immaginario padre-figlio, che mette in campo temi come colpa e redenzione, in atmosfere musicalmente più spoglie, caratterizzate da pianoforte e armonizzazioni leggere. Più cupa, con marcata linea di basso è Alleycat, in cui il “gatto randagio” diventa metafora di chi vive ai margini o si sente fuori posto.

A metà dell’album, ci accoglie la title track Prizefighter, cuore pulsante emotivo e concettuale dell’intero disco. Tornano temi chiave della poetica della band, come la resilienza di chi combatte tentando di restare a galla. La partecipazione vocale (anche se non accreditata come featuring) di Justin Vernon, che ha contribuito anche alla scrittura, porta quelle stratificazioni corali e quell’uso delicato dell’elettronica che rendono il brano giustamente etereo, sospeso e malinconico, in un climax emotivo progressivo dall’inizio più contenuto al culmine epico corale finale.

Sulla rinascita si incentra Begin Again, traccia dalla melodia luminosa e dall’arrangiamento più arioso, che reca una sensazione di sollievo  dopo l’intensità della traccia precedente.

Icarus (feat. Gigi Perez) si riallaccia al filone tematico che attraversa tutto il disco con un riferimento mitologico ad Icaro che troppo si accostò al sole, tanto da vedere sciolte le sue ali di cera, per parlare di ambizione e caduta. L’intreccio vocale con Gigi Perez risulta delicato; le sonorità si fanno quasi quasi indie folk, con arrangiamenti quasi orchestrali. 

Ballata sentimentale, tra le più personali è Stay: vi emergono il senso d’abbandono e la richiesta di restare, con un arrangiamento minimalista che cresce gradualmente tra archi e percussioni leggere. Tra le collaborazioni vocali più riuscite c’è quella con Gracie Abrams in Badlands, dal taglio ancora fortemente introspettivo. La voce della Abrams aggiunge fragilità e dolcezza.

Shadow Of A Man, invece, combinando chitarre acustiche e produzione moderna, riflette su identità, ombre e memoria.

La confessione completa e catartica di I’ll Tell You Everything, ci traghetta con piena vulnerabilità  verso la chiusura di Clover. Quest’ultimo brano gioca simbolicamente con l’immagine del trifoglio come metafora di fortuna e speranza dopo la lotta, con una chiusa ottimistica che lascia presagire la luce dopo l’oscurità.

In “Prizefighter c’è tanto. C’è maturità espressiva e compositiva, la frenesia di ricominciare e rialzarsi dopo una caduta, c’è la voglia di sorprendere e lasciarsi sorprendere nella commistione tra ricerca sperimentale, esigenza di aprirsi alla collaborazione e all’esplorazione di orizzonti musicali nuovi e scavo nella profondità dell’humus creativo della band per ritrovare le radici. La sensazione è che i Mumford & Sons stiano attraversando una fase transitoria di evoluzione verso qualcosa che ancora non si riesce a intravedere con chiarezza. Ciò che è più esaltante, però, è che pare che nemmeno loro sappiano fino in fondo quali strade stiano prendendo, ma che si lascino andare laddove la musica li voglia portare.

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