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Back In Time

Anatomia della lentezza: “Frigid Stars” dei Codeine

I Codeine sono stati uno di quei gruppi che, retrospettivamente, possiamo tranquillamente definire, con un inglesismo, groundbreaking. Non lo sono stati solo per il rock in generale, ma anche per la mia formazione di ascoltatore adolescente, un po’ alternativo, alla ricerca di una musica triste che non fosse già pienamente mainstream come quella dei Radiohead. È così che, a un certo punto, nei meandri di YouTube, mi imbatto in questo album dalla copertina glaciale: mi incuriosisco e, da lì, scopro l’indie rock.

Non avevo mai sentito nulla del genere. All’epoca, il massimo che mi ero concesso erano, appunto, i Radiohead e un po’ di emo — non quello del Midwest, ma la sua declinazione più commerciale, contaminata dal pop. L’idea che potesse esistere una musica così poco vendibile, così anticonvenzionale, così dannatamente rassegnata mi colpì come un fulmine. Ma soprattutto quel suono,  quelle chitarre, quelle atmosfere malinconiche e sospese che si adattavano molto bene alla vita lenta e statica di provincia, sembravano descrivere esattamente il modo in cui vedevo il mondo, con un po’ di nostalgia nonostante la mia giovane età e un po’ di mestizia data dal vuoto di vivere in una cittadina della pianura padana. È lì che ha inizio la mia “carriera” da nerd della musica indie.

Ma veniamo ai Codeine: la musica dei Codeine prosegue negli anni ’90 l’intento cominciato da Dean Wareham, fondatore dei Galaxie 500, che negli anni ’80 dichiarò che loro non cercavano né di far rock, né di far ballare le persone, ma di creare una musica più lenta e introspettiva, destinata a essere definita come slowcore (termine, come spesso accade con le etichette giornalistiche, non sempre accolto favorevolmente dagli artisti stessi).

I Codeine si formano a New York nel 1989, da John Engle, Chris Brokaw e Stephen Immerwahr era già stato attivo con la band hardcore Pay The Man e aveva avuto una breve parentesi con G.G. Allin. Inizialmente, a New York, Immerwahr e Engle formarono un collettivo chiamato Squid, insieme a Peter Pollack, batterista dei Pay The Man. Il contatto di Brokaw con Engle e Immerwahr avvenne grazie all’intercessione di Sooyoung Park (Bitch Magnet e Seam), che li fece conoscere e, successivamente, promosse la band. Dopo la prima esibizione dei Codeine, in apertura ai Bitch Magnet, non tutto andò bene. Tuttavia, Immerwahr accompagnò i Bitch Magnet in Europa come fonico, portando con sé un demo dei Codeine, che la band ascoltò ossessivamente. Pea divenne un encore fisso nei concerti e, in cambio del lavoro di Immerwahr, i Bitch Magnet promisero di citare i Codeine nelle interviste, fornendo una promozione fondamentale che portò la band nel roster della Sub Pop.

La particolarità dei Codeine è stata la capacità estrema di proporre un nuovo tipo di “rock” lento, glaciale e anticatartico. La loro musica si allontana programmaticamente dallo sfarzo e dall’epicità del grunge, come conferma lo stesso Immerwahr, che descrive il suo stile come una reazione allo stile di Eddie Vedder (Pearl Jam). Lo scopo era rappresentare il proprio stato emotivo di dissociazione verso gli altri, senza bisogno di suonare veloce o forte, come nello speed metal (di cui Immerwahr era un grande ascoltatore) o come nel grunge. Come dichiarato in un’intervista riportata da Numero Group: «c’è una certa intensità che deriva dal suonare volutamente lenti».

Questa filosofia spiega la profonda anomalia che vede “Frigid Stars” nel catalogo della Sub Pop, etichetta che aveva proposto di aggiungere un suono più “grunge” alla band, rifiutato dai Codeine, i quali continuarono sulla loro strada lenta e narcotizzata. Nonostante la moderazione, la band mantiene un certo interesse per il rumore, i feedback e la distorsione, elementi che la differenziano dagli altri maestri dello slowcore coevi, come Red House Painters, Low e Bedhead, e dai successivi come Duster e Carissa’s Wierd.

Frigid Stars”, titolo ispirato a una frase dei The Fall — “We are frigid stars, you cannot fuck us” — è un album di contrasti emotivi, che alterna suoni delicati e distorti. Il progetto non nasce dal nulla: Dinosaur Jr., i Sonic Youth di “Daydream Nation” e i Pixies di “Doolittle” avevano già sperimentato la combinazione di distorsione e melodia. I Codeine, però, insistono in modo quasi ossessivo sui contrasti, integrandoli nella loro metodologia di suonare lentamente come mezzo per esprimere uno stato emotivo di depressione.

Lo si nota particolarmente in brani come Cave-In, dove le dolci chitarre, quasi jangle alla The Smiths (di cui Engle è fan), e la voce gelida e apatica di Immerwahr vengono lacerate da sferzate oblique e drammatiche, che rappresentano un vero e proprio crollo, coerente con il titolo. Il folk di D esprime chiaramente ciò che Immerwahr intendeva dicendo che i brani di Frigid Stars rappresentano diverse prospettive su Cortez The Killer di Neil Young: l’atmosfera sospesa e rallentata si trasforma in una litania folk, evocativa della Ditch Trilogy e di “Zuma”.

Pick Up Song sembra contenere influenze dal nascente shoegaze, con suoni liquidi e dilatati, mentre il post-rock ruvido e tagliente di Cigarette Machine appare come un preludio a ciò che saranno gli Slint di “Spiderland”. Menzione d’onore merita New Year, scritta dal solito Sooyoung Park e per questo inclusa anche nell’album di debutto dei Seam, una dolceamara ballata dove dream pop e indie folk si intrecciano, mettendo in mostra il lato più melodico e sensibile della band.

Frigid Stars” rappresenta quindi un tentativo programmatico di creare un nuovo tipo di musica: affascinati dalla lentezza e dagli stati emotivi di depressione, i Codeine perseguono un lavoro mirato e concettuale. Ciò che li differenzia dagli altri grandi dello slowcore è l’approccio scientifico e analitico alla costruzione del suono, evidenziato dalle interviste della band: ogni elemento era calibrato e deliberato, ed è forse proprio questo che rende possibile, più che dei Galaxie 500 o degli American Music Club, parlare dei Codeine come la prima vera band slowcore.

E tornando a me invece, parliamo di un disco che mi ha dato molto e ha definito la mia carriera da ascoltatore. Se oggi l’indie rock è il genere che più occupa i miei ascolti è grazie a quella copertina bianca, gelida, che anni fa trovai su YT e mi diede un’identità come appassionato di musica.

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