Mentre Simon Reynolds sta per dare allo shoegaze una storia (“Still in a Dream: Shoegaze, Slackers and the Reinvention of Rock, 1984–1994” esce a giugno 2026 per White Rabbit) i Nothing arrivano con un disco che sembra voler fare il contrario, non raccontarlo, ma rimetterlo nel corpo, nella stanza, nell’usura. Niente nostalgia, non è il trucco della nebbia, è fisiologia, il corpo che registra il tempo, la verità che oltrepassa il riverbero.
“a short history of decay” esce per Run For Cover ed è presentato come il lavoro più sonicamente espansivo e emotivamente diretto dei Nothing, un regolamento di conti, compreso il lento disfacimento fisico. Una lineup finalmente solidificata (Doyle Martin, Bobb Bruno, Zachary Jones, Cam Smith) e un Palermo al massimo grado di franchezza, alle prese con invecchiamento, malattia e memoria. Una band più grossa, più piena, più muscolare e incisa, la scelta di non mettere sempre la voce in salvo dentro la nube. È una ricarica d’organico, ma anche un cambio di postura. Non è un caso che il disco inizi con never come never morning, in cui Palermo scioglie memorie tenute finora serrate, e la cosa si sente, una traccia intima, introspettiva. La voce resta vicina, familiare, orizzontale, e proprio per questo funziona come dichiarazione etica: invece di sublimare subito, restare; invece di avvolgere tutto, esporre. Togliere la protezione, quando è necessario.
Poi arriva cannibal world, primo singolo che fonde l’industrial-gaze più duro con una vulnerabilità senza fronzoli: “Suddenly / Clarity / Appetite / For a cleanliness”; c’è fame, la chiarezza è appetito, compulsione. Il ritornello (“The enemy of my enemy is my friend”) è proverbiale, è cinismo di sopravvivenza. Niente purificazioni, e una ritmica che martella come una macchina. L’industrial-gaze non come vezzo, ma forma d’attrito.
La co-produzione è a cura di Nicholas Bassett dei Whirr, gli interventi di produzione di Sonny Diperri, e l’idea, molto Nothing, di far convivere l’“insano” e il “bellissimo”, il cataclisma e la delicatezza. La title track, a short history of decay, è il punto in cui la grammatica My Bloody Valentine viene usata come procedura, stratificazione, vibrazione, densità, il muro come catarsi. E non una catarsi luminosa, risolutiva, ma una catarsi fisica, sporca, una liberazione che somiglia più a una ventata che a un raggio di luce. In un disco che parla di declino, questa traccia è l’eccezione che conferma la regola, la decadenza non è solo perdita, può essere anche energia residua, il canto del cigno.
C’è poi purple strings con un acustico che è un altro modo di far male, con arrangiamento di archi e la presenza di Mary Lattimore. Rimane un residuo di ombra, costante, “Shadows escape through the narrows / By the skin of your teeth / And the tongue in your cheek”, le ombre sgusciano, si sopravvive coi denti. Si sente qualche eco di Have a Nice Life, per postura emotiva, per quell’idea di malinconia come sostanza non decorativa. Come in toothless coal, questo verso: “Poetry it petrifies me / Tying me in knots”, la poesia pietrifica, la forma come nodo, non come cura. Anche dire la verità è un rischio, anche le parole fanno danni.
I Nothing non vogliono addomesticare lo shoegaze in una estetica da revival, ma farlo tornare “americano” nel senso più sanguigno, nocche e costole, heavy e fragile ogni minuto, e “a short history of decay” rientra perfettamente in questa linea: titoli in minuscolo, declino e verità come gesti anti-cerimoniale, quasi una diserzione dall’immagine, la nostra luminosa immagine, finalmente in declino.