
Prima o poi arriva per tutti quella ciclica fase in cui scatta l’ascolto nostalgico e viscerale che ti spinge verso un passato, sia esso remoto o recente, che sa di casa. Qualche settimana fa mi sono rituffato nel periodo stoner e tra drop-D, pedali Big Muff e pomeriggi annebbiati, mi sono chiesto quale fosse davvero l’anello di congiunzione tra l’origine del genere e il suo apice.
Ripercorrendo mentalmente quella traiettoria, sembrava tutto chiaro solo in apparenza: da una parte la massa fisica e pesante dei Black Sabbath, dall’altra l’espansione desertica dei Kyuss che, con “Blues for the Red Sun” e “Welcome To Sky Valley”, avevano trasformato quello stesso peso in orizzonte ipnotico, portandolo alle vette di un genere che forse loro stessi avevano creato.
Ma in mezzo a quello spazio che non era più doom né cosmicità, cosa stava succedendo? Il tutto tende verso un unico punto: “In Search Of…” dei Fu Manchu, inteso non come evoluzione del genere, ma come una side–quest istintiva e senza pretese. Un percorso laterale che va per la sua strada.
Rispetto agli estremicitati, “In Search Of…” è un disco meno rituale e più fisico. Meno trascendentale e più terreno. Non guarda le stelle, guarda le Vans consumate sullo skate. È stoner compresso dentro la forma-canzone, asciugato dalla psichedelia e spinto da un groove pieno e sfrontato.

L’attacco di Regal Begal è un riff sia denso che elastico, senza alcun tipo di compromesso. Asphalt Risin arriva infuocato, contribuendo ad un avvio del disco dinamico e incalzante, mentre Cyclone Launch accelera come una Ford Mustang del 71’ sull’asfalto rovente. È musica diretta che non contempla, ma agisce. I Fu Manchu, anche quando rallentano, come in Neptune’s Convoy, non cercano la trance eterea, rendono il suono viscoso, quasi appiccicoso, ma sempre con una tensione pronta a esplodere.
Il suono del terzo lavoro del gruppo è una colata compatta di fuzz: chitarra e basso si fondono in un blocco unico, saturo fino all’estremo. La voce di Scott Hill è una linea costante, diretta ma quasi defilata, perché il centro di gravità è composto dai riff, così strutturati e potenti da poter reggere da soli l’intero album.
Ed è qui che “In Search Of…” diventa fondamentale. Non perché superi i Kyuss sul piano visionario (loro giocano in un campionato a parte) ma perché ridefinisce lo stoner fuori dalla mitologia del deserto e della ritualità. Lo rende urbano e quasi sportivo. “The Action Is Go” forse rimane ad oggi il lavoro migliore e più maturo della band di Orange County, ma “In Search Of…” ridefinisce le regole del gioco senza badare troppo a masturbazioni mentali e spirituali. Tutto coincide senza l’esigenza di fare calcoli: identità, attitude e istinto in una manciata di minuti per pezzo. Nessuna ambizione di canonizzazione. Solo ostinata e personale rappresentazione della propria idea di musica.
Questo disco non è solo un esercizio nostalgico, è anche un promemoria che lo stoner può essere pura energia corporea. Non solo culto e allucinazione. “In Search Of…” non è l’anello mancante del genere, tutt’al più è la corsia laterale che continua a correre parallela ed ininterrotta da trent’anni senza mai deragliare.
