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Moby – Everything Was Beautiful, And Nothing Hurt

2018 - Mute / Little Idiot
trip hop

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Tracklist

1. Mere Anarchy
2. The Waste Of Suns
3. Like A Motherless Child
4. The Last Of Goodbyes
5. The Ceremony Of Innocence
6. The Tired And The Hurt
7. Welcome To Hard Times
8. The Sorrow Tree
9. Falling Rain And Light
10. The Middle Is Gone
11. This Wild Darkness
12. A Dark Cloud Is Coming


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Tutto è bellissimo, e niente fa male.” La frase è incisa sulla lapide di Billy Pilgrim, un veterano della seconda guerra mondiale. Le sua storia è narrata da Kurt Vonnegut nella serie TV del 1969 “Slaughterhouse 5”, portata sul piccolo schermo e tratta dall’omonimo libro, scritto dallo stesso Vonnegut.

Il nostro Billy, ventunenne, è rimasto per quasi un anno recluso come prigioniero di guerra in Germania e un episodio in particolare lo perseguiterà per tutto il corso della sua vita tramite il tubo catodico: il bombardamento di Dresda, uno dei più inutili e cinici feursturm (tempesta di fuoco) non decisivo per le sorti del conflitto.

Ma dopo questo ripasso di storia e “spoiler” non così incisivi per le vostre serate su Netflix, potrebbe forse incuriosirvi Moby, che per il suo quindicesimo album ha usato queste parole come titolo. Dopo due album di punk-rock elettronico con il suo progetto Void Pacific Choir, a 53 anni compiuti, Richard Melville Hall si presenta con il suo secondo singolo uscito a gennaio, Mere Anarchy. La canzone prende il titolo dal poema di William Butler Yeats “The Second Coming” (“Le cose cadono a pezzi, il centro non può reggere; / Mera anarchia è sciolta sul mondo”), un pezzo che usa l’immaginario apocalittico cristiano come metafora dello sconvolgimento politico e sociale causato dalla prima guerra mondiale.

Anche il titolo del quinto brano, Ceremony of Innocence (un liturgico e spaziale richiamo ai suoni di “18“), è preso da questo poema. Con una ormai legittima unione Mindy Jones, la voce di diamante dell’artista statunitense che lo accompagna da quasi 20 anni, lo segue, e in The Waste Of The Sun e The Last Of Goodbyes, dove rimane da sola a cantare per l’artista newyorkese, mi viene facile associare queste sonorità ai connazionali Thievery Corporation. Se vogliamo invece rimanere in tema di storia bellica: niente di nuovo sul fronte occidentale.

Oltre a Mindy Jones, l’autore affida ad altre donzelle (Apollo Jane, Brie Turner’ O Bannon, Raquel Rodriguez, e pure la sua tastierista Julie Mintz) il compito di armonizzarsi con la propria voce alle altre tracce dell’opera. Like A Motherless Child è stato il primo singolo estratto nell’anno che è mancato da poco. Si ritorna ad un suono più familiare: su un loop di batteria e synth malinconici, Moby offre due versi di parole mentre la cantante di Los Angeles Raquel Rodriguez, nella sua unica collaborazione dell’album, si esibisce in un “agguato” nel ritornello, parafrasato dallo spirituale afro-americano “A volte mi sento come un bambino senza madre“. Troviamo un suono molto più simile a Burial, Sly & Robbie e già che mi sento, anche a Marianne Faithfull.

In The Last Of Goodbyes e The Tired And The Hurt ritrovo i vocoder e le sonorità chill che tanto mi hanno fatto amare Play (album che considero personalmente come il miglior lavoro dell’artista). Equamente divise tra la Jones e Moby, le voci, non sembrano essere poi così tanto cambiate in 20 anni.

Una canzone in particolare mi ha fatto ricordare che il sig. Hall ha condiviso per un lungo tour il palco con un altro Richard (James AKA Aphex Twin) nel lontano 1993, se poi ci aggiungiamo Orbital e Vapourspace: The Sorrow Tree, cassa dritta ad metronomo e synth orchestrali che spaziano dalla trance, interpretati interamente da Julie Mintz (con lui dal 2011). Il brano può essere una possibile risposta alle critiche dell’artista inglese della Warp: “….così almeno la smetterebbe con quei pattern astratti e casuali sui cui nessuno può ballare. Sarà capace lui di ballare?“. Le chiacchiere da Pomeriggio 5.

Scivolando verso la fine dell’album, molto più valida a parer mio della prima metà, troviamo un riferimento alla copertina dell’album (Padre e Figlio Bovini che leggono in metropolitana un libro intitolato “This Wild Darkness”), una lettura che dal titolo non rassicura, ma nei versi che seguono, l’artista diffonde un pensiero rassegnato e melancolico, trascinato da un celeste coro gospel che ci traghetta verso la salvezza. O solo alla fermata più vicina.

Parole più inquiete e fragili sono rimate in The Middle Is Gone, ultima composizione sprovvista di vocals femminili, dove le tematiche possono essere rinvenute nella mente di Billy Pilgrim. In questo arrovellarsi a fuoco lento sull’esistenza umana, il veterano dell’elettronica oltreoceano lancia un messaggio meditativo ma non avvilito dai pensieri di Billy. Un rifiuto, e un briciolo speranza nella società moderna, vista dagli occhi di un sopravissuto ad una “pioggia di acqua e fuoco“: “e ho bisogno di te“, ritornello di Falling Rain And Light.

Apollo Jane, si conclude ai delicati accordi di piano (Dark Cloud Is Coming) che introducono una cassa rullo non nuova all’autore ed al trip-hop intero. Ma le incisioni di chitarra, che l’autore potrebbe eseguire perfettamente nei suoi live sono la chicca del brano. Puri Portishead, e non ci vedo niente di male nel risultato: lo considero il miglior compromesso a chiusura del lavoro. Rimane il mio brano prediletto.

Con calma e serenità, aspettiamo docilmente l’arrivo della bella stagione per le sue performance nel vecchio continente, club o mainstage che sia (non la cantante).

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