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Back In Time

Back In Time: ANDREW W.K. – I Get Wet (2001)

Andrew W.K. è un mistero. Alcuni appassionati di leggende urbane sono convinti si tratti semplicemente di un avatar creato da un’oscura eminenza grigia chiamata Steev Mike. Una maschera indossata di volta in volta da personaggi diversi ma incredibilmente simili tra loro; un po’ come la storia del sosia di Paul McCartney, tanto per intenderci. Altri cospirazionisti da tastiera lo hanno dipinto come un povero sfortunato al quale gli Illuminati hanno fatto un lavaggio del cervello, rendendolo uno schiavo al quale è stato affibbiato il compito di diffondere qualche tipo imprecisato di messaggio legato all’agenda del Nuovo Ordine Mondiale.

Naturalmente si tratta di enormi sciocchezze: d’altronde, lo sappiamo tutti che George Soros e i suoi amici rettiliani puntano alla sostituzione etnica e all’annientamento dei sovranisti. E allora a quale scopo trasformare il buon Andrew W.K., che dai primi anni 2000 è maestro supremo della nobile arte del Party (rigorosamente con la P maiuscola) e strenuo difensore del totale disimpegno, in una sorta di megafono della propaganda mondialista? Che il perfido piano del magnate ungherese, in fondo in fondo, sia sempre stato quello di distrarre i giovani americani con vagonate di pop metal festaiolo e caciarone affinché non si accorgessero delle carovane di migranti messicani e guatemaltechi pronte a invadergli l’amatissima patria?

I dannati poteri forti continueranno a nasconderci la verità ancora a lungo, ma di una cosa possiamo essere assolutamente certi: per l’esordiente Andrew W.K. di “I Get Wet” (2001) confini, razze e nazionalismi non hanno motivo di esistere. Sotto la bandiera del sacro culto del Party siamo tutti uniti; un’unica grande famiglia in cui uomini e donne, bianchi e neri, eterosessuali e gay si godono la vita senza farsi fagocitare da stress e paure. L’unica cosa che conta davvero è il puro e semplice divertimento, soprattutto quando scaturisce da eventi casuali. Una festa degna di questo nome non può essere organizzata da alcun essere umano: è un piccolo miracolo che si manifesta quando una o più persone decidono di abbandonarsi senza alcun motivo in particolare a una gioia talmente sfrenata da assurgere a esperienza catartica e liberatoria. Un mix devastante tra estasi e follia.

Sotto la spessa coperta trash fatta di chitarroni cafoni, tastiere con la brillantina e barocchismi vari che avvolge le dodici tracce di “I Get Wet” si nasconde un insegnamento inaspettatamente profondo: per trovare sé stessi è necessario perdere il controllo. Che è più o meno quello che fa a ogni suo concerto Andrew W.K., che sul palco urla, fa smorfie disumane e si dimena come un animale impazzito: in un’occasione arrivò addirittura a spezzarsi un polso per aver suonato con eccessiva foga il pianoforte. Party Hard quindi non vuol dire solo festeggiare e fare baldoria come se non ci fosse un domani, ma anche (e soprattutto) essere disposti letteralmente ad accettare il lato “duro” del party, che in questo caso vuol dire essenzialmente una cosa: il dolore fisico.

L’Andrew W.K. che sull’iconica copertina di “I Get Wet” gronda sangue dal naso e ci fissa con occhi spenti ha il volto di un uomo disposto a farsi del male pur di essere realmente felice: del resto, è facile intuire una spiccata tendenza al sacrificio con brani dai titoli stentorei quali Ready To Die e Party Til You Puke. In questa musica non vi sono segnali di evoluzione, impegno o qualsiasi altra cosa possa ostacolare il lungo sentiero che conduce alla beatitudine del Party definitivo: le canzoni sono pressoché tutte uguali, e insieme formano un indistruttibile, a tratti brutale muro di suono in cui il metal ottantiano più fracassone (Def Leppard + Rammstein?) incontra il pop appiccicoso e orecchiabile tipico della scuola svedese (i probabili riferimenti sono ABBA e Max Martin), i ritmi martellanti della dance e la potenza distruttiva del punk.

Lo strambo connubio di generi alla base di “I Get Wet” conquistò i cuori di milioni di giovani ascoltatori e, incredibile a dirsi, anche tanti critici con la puzza sotto il naso (tranne Ryan Schreiber di Pitchfork, che lo bocciò con un impietoso 0.6 in pagella). Andrew W.K., purtroppo, non riuscì mai più a ripeterne il successo: dopo i deludenti risultati di vendita di “The Wolf” del 2003, il cantante/pianista statunitense iniziò a dedicarsi con sempre maggior frequenza ad altre attività e progetti paralleli. Negli ultimi diciassette anni ha fatto un po’ di tutto, dal condurre un reality show su Cartoon Network al suonare il basso con i Current 93 – senza ombra di dubbio, uno degli incontri più assurdi nella storia della musica. Meglio ricordarselo fermo a quel 13 novembre 2001, quando con il suo messaggio pacifista-festaiolo ci regalò un effimero briciolo di spensieratezza e divertimento.

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