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Back In Time

Back In Time: RED HOT CHILI PEPPERS – Californication (1999)

Se prima del 1998 avevamo tutti familiarizzato con la celebre frase, che in Italia diede anche il titolo ad un famoso libro, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, e quanto essa comportasse per il presente ed il futuro dei Red Hot Chili Peppers, nessuno di noi poteva dirsi preparato al ritorno di John Frusciante nel gruppo ed al disco che ne seguì: “Californication”. 

Frusciante aveva lasciato il gruppo nel 1992 per screzi con gli altri membri e per gravi problematiche personali di dipendenza dalle droghe, che lo avevano portato sempre di più ad alienarsi ed a perdere anche qualità a livello di performance soprattutto nei concerti. Ma non solo. Dopo la sua partenza, una serie di peripezie lo lasciarono gravemente debilitato e totalmente senza soldi. Non ultima, la perdita della sua chitarra in un incendio della sua abitazione. Nella band intanto, Dave Navarro, chitarrista dei Jane’s Addiction chiamato a rimpiazzare proprio Frusciante, aveva iniziato a mostrare grosse differenze artistiche con il resto della band, e a ricadere a sua volta in problemi di droga, che aggiunti alla mancata creazione di una “chimica” che conducesse a trovare un nuovo sound e la vena creativa correlata, causò il suo abbandono dei Red Hot Chili Peppers.

Se quindi una reunion della band non fosse facile da immaginare, non lo era altrettanto poter pensare che il ritorno potesse consistere in quello che poi divenne l’album più venduto nella loro storia musicale. Avendo in mente ancora Give It Away, colpisce come le canzoni più prominenti del nuovo disco non siano in aria di rap, ma un rock elegante, in qualche sfumatura tendente allo psichedelico. Certo, ad aprire le danze troviamo Around The World, esplosiva ed irriverente in pieno stile RHCP di “Blood Sugar Sex Magik“, ma già subito a seguire il disco prende una strada diversa, chiaramente più matura sia a livello musicale (Kiedis mostrerà di essere cresciuto come cantante, e Frusciante, nonostante tutte le sue disavventure recupera alla grande le sue capacità di chitarrista celestiale) con Parallel Universe, una canzone di un esistenzialismo enigmatico, sospesa tra l’universo fuori e dentro le nostre menti. Meno complessa, più iconica e simbolica è senz’altro Scar Tissue che viene a seguire, diventata famosa anche per il videoclip che ritrae la band in viaggio in macchina nel deserto. Autobiografica al punto giusto, ma anche capace di riferirsi facilmente alle ferite ed alle sconfitte che tutti noi affrontiamo nel corso della vita. Così come Otherside, di cui Kiedis anni dopo spiegherà si tratti di una canzone che parla della sua esperienza di dipendenza dall’eroina.

Californication”, la canzone che presta anche il nome all’album, di certo i “giovani dentro” come il sottoscritto se la ricorderanno anche, o forse in modo particolare, per il videoclip fatto in stile videogioco d’azione, che vedeva la band attraversare vari livelli in differenti ambientazioni riprendendo alcuni generi dei videogame del momento. In realtà la canzone ebbe molto impatto negli Stati Uniti, non solo per la tipologia di video, ma soprattutto per il suo essere un j’accuse, spesso simbolico e talvolta apparentemente fatto di non-senses, rivolto alle esagerazioni della società californiana in primis, e americana poi, rispetto all’esibizione dello sfarzo, dell’estremamente finto e costruito, sempre più senza regole o codici etici (non in chiave moralistica ovviamente, ma di rispetto verso la dignità umana).

Nonostante i temi trattati, colpisce il ritmo che riesce a creare assieme alla voce del cantante, una situazione quasi intima, nella quale ciò che viene cantato non risulta tanto come protesta, ma come una confessione, uno sfogo personale moderato sia a parole che a toni al punto giusto per arrivare non solo alle orecchie, ma anche in maggior profondità. Ed è questo forse l’aspetto che rende “Californication” il disco di punta della discografia dei Red Hot Chili Pepper: la profondità, che viene da degli animi sofferenti, che perdono e vincono le loro lotte personali, che, come Jack Frusciante, prendono calci e bastonate dalla vita per essere troppo fragili davanti al clamore ed alle pressioni, ma che eventualmente riescono a rimettersi in piedi, bendarsi le ferite, riprendere in mano una chitarra e tornare ad illuminare il mondo in modo vero e sentito.

Per provare a metterlo maggiormente nel suo contesto di allora, venendo prodotto e pubblicato tra il 1998 ed il 1999, questo album rappresentò una delle vette dello spirito di quegli anni, incarnandone il bisogno di autenticità e di riscatto delle generazioni giovanili di quel tempo, dilaniate dalla droga e da un mondo che muoveva i primi passi verso modelli sempre più nichilistici, dove tutto e tutti iniziavano a poter essere considerati come prodotti da vendere o comprare.

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