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Back In Time

Back In Time: NILE – In Their Darkened Shrines (2002)

Karl Sanders è una sorta di Alberto Angela del death metal. Quando parla di antico Egitto e H.P. Lovecraft, ovvero le principali fonti di ispirazione per i testi dei suoi Nile, lo fa con la passione e la competenza di un navigatissimo divulgatore scientifico. L’impressionante sfoggio di cultura che ci regala nel booklet di “In Their Darkened Shrines” ne è un esempio lampante: i temi alla base delle nove tracce che compongono il disco (dodici, se preferite suddividere in quattro parti distinte la lunghissima suite posta in chiusura) vengono approfonditi fin nel più piccolo dettaglio.

Centinaia e centinaia di minuscole parole affollano le pagine interne del libretto, fitte di lettere come le pareti delle piramidi lo sono di geroglifici. Che sia stato Thoth, il leggendario dio della scrittura dalla testa di ibis sacro, a guidare la mano di Sanders? Si sa come dice la celebre locuzione latina, d’altronde: Verba volant, scripta manent. Le lunghe dissertazioni del chitarrista e cantante californiano saranno pure pretenziose quanto vi pare, ma non si può certo dire che non siano utili per apprendere tante nozioni interessanti.

Personalmente, grazie ai Nile ho avuto il piacere di conoscere la figura storica del faraone Unas, che oltre a essere il protagonista degli undici minuti e quarantatré secondi di mistica pesantezza che contraddistinguono l’imponente Unas, Slayer Of The Gods, nella realtà fu probabilmente uno svitato che voleva fare la pelle a tutte le divinità egizie. E forse anche un cannibale, al quale piaceva nutrirsi della carne di sudditi in vena di sacrifici. Un individuo losco, misterioso e sanguinario che avrebbe fatto la sua porca figura in un racconto di Lovecraft.

Dalla penna del padre nobile dell’horror moderno sarebbe potuta nascere l’immonda creatura dormiente che, tra le note sulfuree di Sarcophagus, tira fuori spaventosi rantoli gutturali per invitarci a non disturbare il suo sonno millenario. E che dire della trama che unisce tra loro i quattro movimenti della suite che dà il nome all’album? Citerò un po’ liberamente le parole di Karl Sanders: In Their Darkened Shrines racconta la storia di un gruppo di discepoli appartenenti a un culto ribelle. Essi coltivano un desiderio difficile da realizzare: rovesciare il potere dei faraoni. Per farsi aiutare, decidono di mettere su un’armata di non morti e risvegliare gli spiriti degli antichi aristocratici. Non fosse che questi riposano in una cripta sotterranea piena zeppa di serpenti, coccodrilli e lucertoloni mummificati, pronti a intervenire alla prima emergenza. Lo sgangherato piano dei complottisti, complice l’intervento dell’onnipotente Ra, si trasformerà senza troppe sorprese in un vero e proprio disastro.

Questo perenne senso di sconfitta, o meglio ancora di totale resa nei confronti del volere di innominabili entità superiori e invincibili, rappresenta una costante nella terza fatica in studio dei Nile. Di fronte a tanta sofferenza, i tratti più esotici ed esoterici del robustissimo death metal iper-tecnico proposto dal trio – in studio, insieme a Sanders, vi sono anche Dallas Toler-Wade (chitarra e voce) e Tony Laureano (batteria) – sembrano quasi passare in secondo piano.

Ogni singolo colpo assestato sui piatti e sul rullante ferisce come una frustata sulla schiena nuda di uno schiavo. Le sei corde di Sanders e Toler-Wade sono affilate come la lama di un khopesh, mentre schioccano con violenza sui timpani degli ascoltatori. Persino i passaggi melodici non lasciano scampo: i cori, gli strumenti antichi e le brevi parentesi sinfoniche che dovrebbero offrirci un attimo di respiro hanno un che di minaccioso e putrido. Oscuri, angoscianti e opprimenti: i cinquantotto minuti di “In Their Darkened Shrines” sono più pesanti del fondoschiena di un ippopotamo della valle del Nilo. Ma è la loro terrificante maestosità ad averli resi immortali.

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