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Back In Time

“The Ghost Of Tom Joad”, lo spettro del Sogno Americano

Se la Grande Depressione economica e sociale del 1929 ispirò lo scrittore John Steinbeck a scrivere uno tra i suoi capolavori più conosciuti, ovvero “Furore”, i quattro anni di presidenza repubblicana tra il 1989 – 1993 di George H. W. Bush, incapace di fronteggiare un mondo in radicale cambiamento e una nuova crisi economica americana (sebbene non paragonabile a quella del ’29), ispirarono “il Boss”, in quello che verrà definito tra gli album più coraggiosi del suo tempo: “The Ghost Of Tom Joad“, (Tom Joad, che per coloro che non lo hanno letto, è proprio il protagonista del sopra citato romanzo).

Viene lasciato indietro il rock classico americano anni ’80 di “Lucky Town” e “Human Touch” con tipologia di testi annessi, e si torna alle origini: chitarra, armonica a bocca e pochi altri strumenti acustici nella migliore tradizione del Folk americano, alla Guthrie e Dylan. Ma ciò che spiazza davvero la critica e anche gli ascoltatori, sono i testi stessi delle canzoni, le storie vi vengono narrate. Non si parla più amori e delusioni, sensi di inadeguatezza e tematiche sociali trattate si, ma con molta attenzione come in “Born in the USA”, bensì tra le prime volte in maniera così “mainstream” vengono raccontate vite di immigrati clandestini arrivati dal Messico, storie di amore e rapine a mano armata meno “hollywoodiane” e più realiste in tutta la loro tragicità. C’è anche spazio per una canzone di critica alla guerra (non in senso astratto, ma con tanto di “nomi e cognomi”, tipo la Corea, il Vietnam, il Golfo, ecc.), ovvero “Youngstown”, in cui spiazza anche una sottile (e nemmeno troppo velata) critica all’opinione pubblica americana, troppo poco informata e credulona, secondo Springsteen, nel limitarsi ad obbedire e spedire i propri figli al macello senza sapere nemmeno per cosa vadano davvero a morire.

Ci sono anche storie di altri immigrati, che invece abbandonano le loro terre natie per inseguire un sogno americano che invece gli toglierà tutto, talvolta anche la loro stessa vita, rivelando cosi la sua profonda ipocrisia e nichilismo.

Siamo davanti ad una nuova narrazione e a temi che nessuno ha mai trattato prima? In effetti no. Come abbiamo menzionato sopra, già qualche decennio prima di questo album, personaggi come Bob Dylan, Woody Guthrie e Joan Baez avevano portato in Folk le ingiustizie sociali e canzoni di protesta. Ma quello che colpirà l’opinione e l’attenzione dei molti, non sarà solo la sua attualità, la “schiettezza” ma che sia soprattutto una figura popolare come quella del Boss a metterci la faccia, schierandosi così apertamente. Siamo del resto a metà degli anni ’90 ed è indubbio che l’America abbia una crisi sociale ed economica a ribollirle sotto il tappeto immacolato di casa. Lo cantavano quasi contemporaneamente i Nirvana, i Pearl Jam, e lo stesso Tyler Durden – personaggio fittizio inventato da Chuck Palahniuk nel suo libro cult, “Fight Club”, accenna ad una “crisi spirituale” di un paese che già allora iniziava a sperimentare gli eccessi di un liberismo sfrenato, ed un sistema economico viziato dalla cultura del debito senza reali adeguate precauzioni.

Purtroppo il disco arriverà solamente undicesimo in classifica, venendo ignorato dal grande pubblico, al di fuori delle riviste specializzate di musica che invece lo osannano. Eppure la sua influenza stilistica sarà molto importante per le nuove generazioni di musicisti americani, che ritroveranno nel Folk il mezzo giusto per esprimere un disagio che allora, come il passato, è ancora presente, sebbene ovviamente siano cambiati i mezzi e la società a contornarlo. Inoltre contribuirà a sdoganare una narrativa americana sempre meno idealizzata e smagliante, come il liberismo repubblicano l’aveva dipinta negli ultimi anni, ma più cruda e realista (forse troppo, per le capacità di accettazione dei contemporanei), maggiormente attraversata da invidie, cupidigia ed un arrivismo economico e sociale nel quale ogni fine giustifica i mezzi, dimenticando il resto degli americani: coloro che non hanno creduto al sogno americano, o che ne sono stati estromessi per le loro diversità.

Sono questi gli americani di cui Springsteen sceglie di cantare in questo album targato 1995, e che ancora oggi riecheggia contemporaneo, visto che le cose in America non sono cambiate più di tanto, e se si non in meglio.

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