
Sul palco, Fatoumata Diawara è carismatica: una regina. Per portamento, per i movimenti sinuosi, per gli outfit colorati e impeccabili. Per quella voce con una estensione armonica ampissima che canta alla maniera Wassoulu quello che, perlopiù, è del buon vecchio e sano rock. E Fatoumata è una rockstar col botto. Non le mancano, oltre al carisma e alla presenza scenica, attitudine ed energia. Il 19 novembre ha entusiasmato l’Auditorium Parco della Musica di Roma, riempiendone la sala più grande e prestigiosa e chiudendo i due mesi della rassegna multidisciplinare RomaEuropa festival. Di per sé già un riconoscimento della popolarità che si è guadagnata anche in Italia.
Tra un pezzo e l’altro del suo set, Fatoumata parla al pubblico. Parla, tra le altre cose, del suo amore per l’Italia (dove ha messo su famiglia), delle radici africane del blues e quindi di tutto ciò che ne è poi venuto, di cause sociali come la lotta alle mutilazioni genitali femminili (pratica barbarica che la riguarda personalmente) e del mai antiquato messaggio “peace and love”. Prima del concerto, l’abbiamo raggiunta per una intervista che aveva anticipato alcuni di questi temi.
Ciao Fatoumata, bentornata a Roma. Non vediamo l’ora di vederti sul palco dell’Auditorium. Ti piace il nostro paese? Puoi raccontarci qualcosa del tuo rapporto con l’Italia? Conosci qualcosa della nostra musica, anche del passato?
Adoro Roma, la città è meravigliosa e la gente molto accogliente. Vivo vicino a Milano quindi ho un rapporto molto stretto con questo bellissimo paese e con la sua arte/musica. Vivevo in Francia e ora vivo in Italia con la mia famiglia, e sono così grata di aver avuto l’opportunità di vivere in questi paesi europei, entrambi sono incredibili.
Durante i tuoi live indossi questi outfit bellissimi e colorati; a volte indossi anche delle maschere. Gli outfit e le maschere che scegli hanno un significato specifico?
Grazie, lavoro sul mio look. Le maschere rappresentano l’Africa e mi piace sempre aggiungere nei miei spettacoli quel pizzico di performance teatrale, che deriva dall’altra mia passione, la recitazione.
Il tuo ultimo disco London KO è stato un successo internazionale. Ne abbiamo scritto cose molto positive nella nostra recensione in primavera. Sei soddisfatta dell’accoglienza del disco da parte del pubblico?
Sì, davvero, sono totalmente grata a tutti coloro che hanno apprezzato e amato il mio nuovo album. Creare un disco richiede molto tempo, il processo creativo è un momento molto potente, ho messo tutta la mia anima in questo album, quindi quando vedo le risposte della gente ai miei spettacoli o sui media, mi sento tranquilla e molto soddisfatta.
La tua musica è una bellissima miscela di tradizione africana e suoni “occidentali”. Tuttavia, la maggior parte della moderna musica “occidentale” ha le sue radici in Africa. Penso che la tua musica abbia la magica qualità di suggerire come questi due mondi musicali non siano poi così distanti. Sei d’accordo?
Si hai ragione. La mia musica combina elementi del mio background musicale tradizionale – quella era la mia scuola – con suoni contemporanei/moderni. LONDON KO rappresenta l’apertura, la musica senza confini.
Com’è stato lavorare con Damon Albarn che ha coprodotto parte di London KO?
È stato fantastico, abbiamo un ottimo legame musicale e ha prodotto sei canzoni del mio album. Abbiamo lavorato insieme molte volte in passato, quindi mi è molto vicino. L’ho incontrato nel 2012 quando mi sono unito al tour dell’African Express nel Regno Unito esibendomi con Sir Paul McCartney, tra molti altri artisti. Lo ammiro davvero come musicista e come persona.

Perché hai intitolato l’album London KO? C’è un motivo particolare?
Era un omaggio a Damon Albarn, lui è una parte importante di questo album e LONDON KO rappresenta il viaggio da Londra e Bamako.
Ci sono musicisti che vorresti menzionare come particolarmente influenti per la tua arte?
Sì, certo, adoro Nina Simone, Billy Holiday, Eric Clapton, Buddy Guy, Muddy Waters e molti altri…
Sei stata in tournée per la maggior parte di questi anni. E vedo che hai già intenzione di continuare a farlo fino al prossimo giugno. Ti piace questa parte dell’essere un musicista, la vita “on the road”?
E non mi fermerò a giugno, ci sono molti altri spettacoli in arrivo, saranno annunciati presto. Come musicista, amo stare su un palco, è il posto in cui guarisco, il posto in cui sono me stessa, dove la mia anima parla… Come madre di 2 bambini a volte è difficile, ma riesco a combinare tutto nel migliore dei modi possibile.
Hai sostenuto cause sociali con la tua musica, come nella canzone Djonya sulla schiavitù ai tempi odierni. Quale pensi sia il ruolo di un artista quando si tratta di affrontare tali questioni?
Ogni artista condivide ciò che è importante per lui; nel mio caso si tratta di sensibilizzare su temi per me molto personali dando allo stesso tempo voce e visibilità a chi spesso viene ignorato. Abbiamo tutti la responsabilità di creare un mondo migliore per i nostri figli e credo che il mio ruolo sia quello di sostenere la giustizia, l’uguaglianza, più amore e niente guerre.
Dopodiché c’è stato solo il concerto. Un concerto che, dopo queste parole, risulta ancora più urgente, più necessario. Fatoumata fa parlare la sua anima, parla di sé, degli abusi subiti, delle sue origini e del suo presente, con i figli che l’aspettano alla fine del set per abbracciarla. Il pubblico balla, la incoraggia e si spella le mani. Anche Roma è KO.
