Massimo Silverio invia al mondo cartoline dal suo Friuli: quello di un ragazzo cresciuto tra le valli e le montagne della Carnia, mentre ascoltava quanto di meglio il mondo là fuori poteva offrire. Radiohead, Talk Talk, David Sylvian, Tim e Jeff Buckley, per limitarci agli artisti di cui ci ha parlato nella nostra intervista esclusiva. Immaginate Thom Yorke che canta in carnico, verrebbe da dire. È quel che ha fatto Daniela Pes, direte voi, cantando in gallurese sopra ai tessuti musicali elettronici e globali di iosonouncane. Anche questo ce lo siamo detti con Massimo. Ed è bello chiudere questo 2023 con ben tre dischi italiani (ci metto dentro anche il live, bellissimo, di iosonouncane) che offrono grande musica di livello e di ispirazione internazionali. Tutti e tre non cantati in italiano, ma nemmeno in lingue straniere. E ciò consente di scegliere; puoi restare ignorante su quanto si sta cantando, oppure, nel caso di “Hrudja”, comprare il disco e disporre di testi (per Massimo importantissimi) e traduzioni.
Forse un giorno, me lo auguro, si troverà una nuova definizione di genere per questi artisti italiani che “italiani” non sono. Perché non andranno al Festival della Canzone Italiana, non è possibile, bisogna cantare in italiano. Artisti che mischiano l’elettronica, con il trip-hop, con l’avanguardia, la sperimentazione, la musica d’autore e quant’altro. Artisti che potrebbero fare uscire questo paese dall’autarchia musicale in cui si sta rinchiudendo, come confermano i vari “Spotify wrapped” e compagnia bella che escono in questi giorni. E che descrivono un paese che, musicalmente parlando, soprattutto nella generazione che più conta per il mercato e per il futuro, quella nata in questo secolo, si ammira e rimira il fondo del deretano.
Poi arriva Massimo Silverio che canta come Thom Yorke, lo abbiamo detto, che non ascolta musica italiana se non quella di cinquant’anni fa, forse la prima e ultima volta che quel che si faceva da queste parti aveva una qualche rilevanza artistica internazionale. Massimo Silverio che ti fa commuovere con la sua, ricercata, intensità vocale; con la sua attenzione, il suo investimento nella produzione, nel lavoro di messa a terra della musica con Manuel Volpe. Il suo complice principale insieme al batterista Nicholas Remondino. Massimo Silverio dalla cui opera trasuda massimo rispetto per tutto ciò che fa, per la musica, per la sua terra e la sua natura, per il suo dialetto o lingua, per gli artisti che lo hanno ispirato e guidato.
Massimo Silverio commuove l’ascoltatore e convince come artista compiuto, maturo, paziente, capace di lavorare un decennio su una canzone, come ci ha raccontato. E riempirla di diversi strati: la poesia, l’osservazione di ciò che è fuori e dentro di lui, l’ascolto e la trasposizione della grande musica altrui. Fino alla catarsi che questo disco, il suo primo LP, rappresenta per lui e che, se c’è un Dio della musica non potrà che riconoscergli gli onori e il rispetto che merita: in Carnia, in Friuli e oltre, molto oltre l’italietta autarchica.
Perché le sue cartoline non vengono dal Friuli, ma da un non luogo che è quello dell’arte, la sua. Come canta in Nijò: “Raccontami / Di quando eravamo aria / In nessun luogo per trovare / Riposo al sospirare”.