
Abbiamo incontrato il musicista e compositore Sirio-italiano Giorgio Debernardi a poche settimane dall’uscita dell’album “Shajara” (qui la nostra recensione), realizzato con il suo Shajara Ensemble: un disco di unione e contaminazione, ponte tra culture e approcci musicali. Abbiamo ripercorso con lui la realizzazione del suo lavoro, assieme ad un pezzo della sua vita e della sua formazione.
Ho un sacco di domande da farti!
È la mia prima esperienza di intervista. Sono abituato a rispondere alle domande o a parlare in gruppo nel mio lavoro, per la musica non so…
Che lavoro fai?
Lavoro nel sociale, da tre anni in un consorzio di servizi sociali che eroga servizi che riguardano i minori e gli anziani, ma nella mia formazione sono un educatore. Cerco di coinvolgere i cittadini in processi di partecipazione collettiva, mi ritrovo a parlare in gruppo e in convegni ma questa situazione è un’altra cosa! (ride)
Nella tua testa tieni le cose distinte oppure ti sembra che, alle volte, la musica sconfini nel tuo lavoro influenzandolo e/o viceversa?
Sicuramente c’è stata una grande influenza da questo punto di vista, entrambi gli ambiti sono da sempre molto presenti nella mia vita e comunicano fra loro. Ad esempio per 8-9 anni ho lavorato nel sociale, mettendo un po’ da parte i miei progetti musicali. Sono tornato sull’idea di fare il musicista proprio grazie al mio lavoro da educatore. In quel momento mi interfacciavo di più con le persone e meno coi processi e la burocrazia, e mi sono ritrovato a praticare la musico-terapia.
Quindi è stata quella la miccia?
Esatto, è una cosa che pratichi lavorando sugli altri ma anche su te stesso. Guadagni consapevolezza. Così ho cominciato a dare forma a ciò che avevo sul computer, qualcosa come 120 brani/idee. Non riuscivo a portare le cose a temine sul piano musicale, ma poi ho scritto Hakini 3 o 4 anni fa e ho capito che alla mia creatività dovevo dare un metodo. In questo processo la musico-terapia mi ha aiutato molto. L’ho praticata con migranti e persone con dipendenze. Per i primi l’obiettivo era alleggerire il momento drammatico, per i secondi era sostituire la sostanza con la musica. La musica rilascia sostanze potentissime, per loro le sedute erano molto importanti ma a volte pensavo di averne bisogno anche io tanto quanto gli altri. (ride)
Bellissimo, non lo sapevo ma in qualche modo me lo aspettavo. È come se si percepisse che il rapporto con l’altro sia al centro della tua musica e anche di “Shajara”.
Molto, inevitabilmente. Ho lavorato per 18 anni con gli altri quindi sicuramente la dimensione relazionale è sempre centrale nella mia vita.
E la musica invece? Com’è arrivata nella tua vita?
Sono nato e cresciuto con la musica in mano e in testa. In realtà avevo musicisti e artisti disseminati per tutta la famiglia. Mio nonno suonava, mio zio era un direttore d’orchestra. Io poi ho maturato sta’ roba che da piccolo il mio sogno era suonare, mi immaginavo su un palco. Ho cominciato col basso, poi ho iniziato anche la batteria e infine ho preso lezioni di chitarra, ma mi stavano strette così ho continuato a suonare a modo mio. Ogni volta che cercavo di studiare la teoria o di esercitarmi sullo strumento finivo per comporre qualcosa di mio. “Shajara“, ad esempio, ce l’ho in testa da quando avevo 22, 23 anni. Suonavo tanto. Mia madre diceva che il mio gioco preferito erano le percussioni arabe che teneva in casa. Lei, siriana, mi ha cresciuto “all’araba” qui, in un’Italia nordica.
Due dimensioni culturali molto distanti.
Si, mia madre di formazione nasce come ballerina quindi mi ha cresciuto circondandomi costantemente di musica araba, mentre avevo intorno un mondo occidentale. Non ho proseguito subito quel tipo di ascolto, ma ho preferito contaminarlo…
In che modo?
unendo alla ciclicità tipica di quelle sonorità la dimensione musicale occidentale, con cui mi sono scontrato inevitabilmente dall’adolescenza in poi. Se ci pensi quella ciclicità è una ritualità che si ritrova costantemente nella musica orientale e medio orientale. Il pezzo è lì e ritorna costantemente come se fosse un loop, accompagnato da una voce che è un po’ una preghiera…
Anche Shajara è così.
Io credo di sì, anche se in forma ancora ibrida. Per il futuro mi piacerebbe fare un disco ributtandomi di più in Medio Oriente, magari lavorando sul tema della figura materna e della danza, facendolo comunque interagire con il mio background occidentale.

Per quanto riguarda il suo ensemble, Shajara è un incredibile mosaico di musicisti. Ce ne sono tantissimi di provenienza differente, tutti perfettamente integrati in un sound unico. Come li hai incontrati? Come si sono uniti al progetto?
Diciamo pure che raccontare come è arrivata la partecipazione di ciascuno di loro significa anche descrivere il mio parallelo percorso di consapevolezza che mi ha portato a dire a me stesso “Si, se po fa!” Il grosso del lavoro è merito del mio amico Alan, che è venuto a mancare tempo fa. Non l’ho dichiarato apertamente perché non volevo strumentalizzare troppo questa cosa, ma col cuore ho dedicato questo disco a lui. Poco prima del Covid, stavo facendo musico-terapia in una scuola assieme ad altri musicisti. In quel momento ero nella fase “faccio o non faccio”. Ho fatto sentire Hakini ad Alan e lui mi ha detto: “sei un coglione, dobbiamo farla sta roba!”. Pochi minuti dopo ci stavamo già lavorando insieme. Durante il processo poi si è aggiunto Marco al contrabbasso, che si è rivelato fondamentale. Non lo conoscevo, gli ho mandato la roba tramite Alan e dopo due giorni mi ha chiamato per dirmi che aderiva al progetto, anche se non ci conoscevamo. Per Matteo Cigna è stata un po’ la stessa cosa. Per quanto riguarda gli altri musicisti è stato un caso. Guy Buttery è uno dei miei chitarristi preferiti. Gli ho scritto su Instagram per cercare di farlo esibire in Italia, lui mi ha chiesto di passargli quello che suonavo e il giorno dopo mi ha inviato una mail con un arrangiamento di e-bow su Hakini. Avevo bisogno di una voce femminile e ho trovato Nadine Jeanne su Instagram. Analogamente Elena alla kora e Carla alla calabash le ho trovate online e poi le ho raggiunte a Torino. Luca alla tromba invece è un mio amico. Molti di loro mi chiedevano una partitura ma io non sapevo come rispondere perché non so leggere la musica, comunicavo per onomatopee e sensazioni (ride).
È il discorso filosofico sull’albero? Come è nato? Immagino ci sia stata una gestazione lunga anche lì.
La figura dell’albero è sempre stata un mantra. Non ho mai capito precisamente perché ma forse oggi, ragionandoci, comprendo che l’albero è sempre stato presente per me come ponte fra cielo e terra, fra la vita e la morte. Separa la notte dal giorno nel momento del crepuscolo, un’immagine in cui si racchiude per me la vita stessa. Poi sono sempre stato diviso fra la cultura medio orientale e occidentale e per questo ho sempre ricercato un radicamento personale che le mettesse insieme. Anche il nome stesso di mia madre in arabo si traduce con “l’albero solitario nel deserto”. L’albero mi è venuto a trovare in tutti i modi ed è stato determinante per fare pace tra le mie due culture.
Shajara sembra un viaggio in giro per il mondo. Dove andresti se dovessi fare un viaggio domani?
Prendi l’Andalusia e tira una linea in orizzontale. Andrei da lì in giù. In Andalusia o a Granada.
Nel Sud del mondo insomma?
Esattamente
La vita per me è un po’ risolversi come se fossimo dei puzzle, accumulando esperienze, scrivendo, suonando, viaggiando, cercando di non farsi divorare dalla giungla urbana. Quello che guida il tentativo di risoluzione è il richiamo di cui parli in Shajara, un richiamo che forse sentiremo fino alla fine dei nostri giorni. Per te è così?
Assolutamente sì. Ti dico di più. La mia risoluzione è l’irrisoluzione, la consapevolezza, cioè, che non ci si sarà una risoluzione. Credo che se mi risolvessi non saprei bene che cosa farci qua.
Chiudo chiedendoti di citarmi tre artisti: uno per l’infanzia, uno per l’adolescenza e un altro per la tua vita adulta.
Oddio, difficile ma sono un nerd non posso che amare questa domanda. Per l’infanzia ti dico Ferouz e Um Khoultoum. Mia madre me li faceva sentire forzatamente mettendoli nello stereo la mattina, è stato un po’ un ascolto passivo che mi ha formato molto. Per l’adolescenza te ne cito due: i System of a Down e Ben Harper. Entrambi rappresentano una sintesi fra culture diverse. Per l’età adulta ti cito Pier Faccini: quando l’ho visto anni fa in apertura a Ben Harper mi ha conquistato. Ti segnalo anche gli Esmerin, band post rock di cui mi sono innamorato in età adulta.
Grazie Giorgio, un abbraccio!
Grazie a te!