
Tempestosa oppure stellata, casalinga oppure di strada, d’attesa trepidante, di riposo o in movimento: è la notte la protagonista del nuovo album degli …A Toys Orchestra, tornati in scena con “Midnight Again” (qui la nostra recensione), a ben 6 anni di distanza dal precedente “Lub Dub“. Un disco che arricchisce il sound dei campani di nuove sfumature wave, dark ed elettroniche.
Li abbiamo incontrati.
Estate del 1998, Agropoli: in quei giorni si sciolgono i Mesulid e si formano i Toys Orchestra, che successivamente modificano il nome aggiungendo i puntini iniziali e l’articolo indeterminativo. Com’era popolata la scena indipendente cilentana a fine anni ‘90?
Beh, sul finire dei novanta c’erano praticamente solo cover band da pub.. e c’erano anche pochi pub. Nei primi duemila invece con l’arrivo dell’ indie (quello vero) d’un tratto comparvero moltissime band, molte più di oggi probabilmente. C’era un nutrito gruppo di musicisti che faceva canzoni proprie e cercava di emanciparsi con tutte le difficoltà del caso. Il problema era proprio quest’ultimo però. Spesso i limiti della provincia del Sud ti segavano le gambe e in molti si sono scoraggiati o non hanno retto. Devo dire che in quel periodo c’era un bel fermento, poi andato man mano scemando, ma nelle intenzioni c’era un entusiasmo che urlava riscatto ed entusiasmo anche in luoghi come il nostro tagliati fuori da tutto.
Pandemia a reclusioni forzate a parte, cos’ha fatto di bello ognuno di voi in questi anni?
Oddio…di bello. Devo ammettere che non sono stati anni facilissimi. La pandemia per quanto la si voglia mettere da parte ha avuto degli strascichi importanti sulle nostre vite. Tra le cose degne di nota.. Raffaele si è sposato, io sono diventato zio e come mezzo mondo oggi abbiamo imparato tutti a farci il pane in casa. Scherzi a parte, sono stati realmente anni complicati, ma questa pausa a conti fatti è stata estremamente utile, anche solo a farci capire che il tempo scappa in avanti e la vita non ti aspetta.
In altre interviste avete usato una locuzione che mi è piaciuta particolarmente: organizzare gli spazi della vostra musica. Ci spiegate a cosa si riferisce e come è mutata soprattutto negli ultimi dischi?
Dopo tanti anni di carriera il rischio di scaldare la minestra e di ripetere il compitino è reale, quindi ho riposto molta attenzione a questo aspetto. Anche però stravolgere tutto sarebbe stato un azzardo goffo. Era necessario trovare il giusto equilibrio tra identità e novità, ma farlo con spontaneità, senza forzature. È stato un po’ come ri-arredare casa, cambi un mobile, aggiungi un quadro, tinteggi una parete…ma resta sempre casa tua.
Per “Midnight Again”, rispetto al passato è stata utilizzata meno elettronica e in generale meno tecnologia. Come siete arrivati a questa scelta e cosa rappresenta per voi questo ritorno alla “vecchia scuola”?
Il problema a mio avviso non è tanto la “vecchia” ma la “nuova scuola”. C’è troppo artificio, troppa edulcorazione, ma la cosa peggiore è che non c’è distinzione tra un’artista ed un altro, hanno tutti lo stesso identico suono, lo stesso modo di cantare, le stesse metriche, gli stessi effetti, finanche gli stessi testi. Ci è venuto naturale allontanarci il più possibile da questo rischio, sia per un fattore di gusto che di identità. Questa fobia per il “difetto” che attanaglia il nostro tempo è pericolosa, disumanizzante. Midnight Again è un disco del tutto umano, ricco di fragilità e di amore.. manipolarlo troppo sarebbe stato come mettere il trucco pesante a una bambina di due anni.
Mezzanotte vuol dire contemporaneamente ieri, oggi, domani. Tre elementi temporali come tre ormai sono i dischi dedicati a questo tema. Vi fermate qui o sentite che c’è ancora altro da scrivere e da cantare?
Chissà…forse ci sarà un quarto capitolo? Magari più in là però. Siamo ancora giovani.

Ad un certo punto cantate “Italian Rock Music Makes Me Sick”. Al di là dei gusti musicali di ognuno di voi, vi chiedo: dal vostro punto di vista qual è lo stato di salute della musica italiana, spaziando dal mainstream di Sanremo all’underground più sconosciuto?
Sanremo è talmente banale che parlarne male è ancora più banale. Quello che mi urta, personalmente, è stato questo trasloco della musica indipendente verso il mainstream più becero. Che fosse il festivalone o il talent show di turno a un certo punto si è mischiato tutto senza un senso, senza una motivazione funzionale. Forse inizialmente era mosso anche da uno spirito di espansione pioneristico ma poi si è persa totalmente la trebisonda. Questa collusione scellerata non ha fatto altro che togliere terreno a chi si muove in controtendenza, a chi fa controcultura, a tutto l’ambiente alternativo, creando così una reazione a catena disastrosa a discapito della fascia media che operava per sostenere il mercato indipendente. Ha tolto fiato alle idee e gonfiato i portafogli. Le multinazionali hanno applicato il loro diktat fatto di cachet folli, caro biglietti per i concerti, richieste esose, monopolizzazioni dei networks, caste di autori interni, standardizzazione della proposta, appropriazione dei media. E così i promoters, i club, i festival, le radio e tutti gli organi di settore del mondo indipendente si sono trovati tagliati fuori da tutto oppure hanno dovuto cambiare bandiera e passare con il “nemico”. Lì fuori ci sono sicuramente decine di ottimi artisti, ma dove andranno? Che fine faranno? Si consegneranno all’oblio o tenteranno la fortuna “usa e getta”? Le possibilità di costruirsi una carriera identitaria duratura sono nettamente limitate, la “gavetta” è roba da boomer ormai. Con questo sodalizio sciagurato anche la “musica altra” è stata ridotta alla stregua di semplice intrattenimento, con logiche più simili a un mero prodotto di consumo che a un fenomeno culturale. Lo trovo imperdonabile. Si sono presi tutto.. anche il termine “indie” che per definizione è l’abbreviazione di “indipendente”, anche quello si sono ciulati. Ci sono però ancora delle sacche di resistenza per fortuna. Persone, gestori di club, piccole label, operatori e artisti che si fanno un culo così tra mille difficoltà per mantenere in vita la cultura, la qualità, le idee e la libertà di scelta. Ci sarebbe da far una statua per ognuno di loro.
Nei miei ricordi di bambino che andava in vacanza ad Agropoli c’è la processione delle barche in occasione della Festa della Madonna di Costantinopoli. Nel disco ho trovato tanti strascichi di spiritualità: qual è il rapporto con la fede di una band “alternativa”, che però affonda le sue radici in un luogo così dedito al sacro?
Le processioni di paese sono meravigliose, le luci, la banda musicale, il corteo, le bancarelle, le statue delle madonne bardate a festa, i fuochi d’artificio. Le adoravo da bambino e le adoro ancora da adulto. Se la religione si esprimesse sempre in questi termini sarebbe fantastico. C’è un senso di comunità fortissimo in questi eventi, sono espressione di cultura e bellezza di un luogo e della sua identità. Da piccolo sono cresciuto con mia nonna a stretto contatto tra sacro e profano. Mia nonna era una “perpetua” di chiesa e io ci andavo quasi ogni giorno con lei, era un luogo di gioco per me, con tutte quelle statue, l’odore d’incenso, i canti, le candele, l’eco. Nel mio quartiere ad Agropoli c’erano però anche tantissime fattucchiere e quasi ogni giorno assistevo a rituali per togliere il malocchio.. forbici nell’acqua, sale, sputi in testa, croci in fronte, sbadigli, lacrimazioni. Ai miei occhi erano vere e proprie magie. Oggi non mi ritengo religioso in senso canonico, ma ho una mia spiritualità molto forte, alle volte trovo dei punti in comune con alcune dottrine che non demonizzo a prescindere, le religioni sono per lo più dogmatiche e settarie, mentre trovo la spiritualità un fatto molto intimo e personale che non può rientrare in una categoria totalizzante. L’infanzia ad Agropoli è servita senz’altro a gettare le basi di questo mio senso di connessione con lo spirito.
I vostri gusti musicali sono variegati: da Morricone a Mike Patton, da De Andrè ai Soungarden, passando per la musica popolare. In sede di produzione di un disco fila sempre tutto liscio o si creano attriti dovuti a diverse visioni che inevitabilmente emergono in un lavoro di gruppo?
Gli attriti possono essere molto costruttivi perché nei giusti termini sono comunque fonte di confronto. In passato erano più frequenti, in quanto campani siamo abbastanza focosi nell’esprimerci, ma devo dire che ci sono sempre stati dei punti comuni concilianti a metterci d’accordo. Avere gusti differenti è solo una risorsa in più, allarga lo spettro delle possibilità e apre nuovi scenari. Senza idee e influenze diverse sarebbe stato tutto troppo piatto. E’ anche grazie a queste differenze che si è sviluppata la nostra cifra stilistica.
Avete dichiarato che all’estero è pieno di dischi come il vostro, mentre in Italia si nota di più perché il mercato è più standardizzato. Per uscire dalle sabbie mobili, cosa dovrebbe fare il movimento musicale italiano e chi lo racconta (giornalisti, critici, mass media, etc.)?
Beh, se solo lo sapessi. Probabilmente mollare i social, i numeri di visualizzazioni, le sponsorizzate ecc.. e tornare a fare musica nei club, a comprare dischi nei negozi, a fare musica per la gente e non per i numeri. Bisognerebbe mettere in atto un’operazione di boicottaggio a tutto il sistema clientelistico che muove i fili. Facile no?
In conclusione: avete tutto lo spazio che volete per promuovere il tour e le diverse iniziative commerciali, scatenatevi!
Non sono bravo a vendermi. Credo che lo spazio che mi hai concesso in questa intervista sia già un modo per farsi un’idea di chi siamo. A chi non ci conoscesse già dico di provare ad ascoltare cosa facciamo, di a venire a sentirci dal vivo. Quando siamo in tour siamo sempre in vena di festa, se passate e volete conoscerci di persona ci trovate di sicuro al bar.
