30 anni dopo: cosa sarebbe il mondo senza il Trip-hop? 20 dischi per pensarci su

Serpeggiante, notturno e misterioso come una colonna di fumo fluttuante in una strada di periferia semi abbandonata. Dove saremmo oggi senza il “Trip-Hop”? Non lo so, ma staremmo in un posto meno interessante.

C’è un prima e c’è un dopo, in tutte le cose della vita. Nelle cose della musica, questo non è però un principio che vale sempre. Ci sono fenomeni che vanno e vengono. Magari appaiono travolgenti all’inizio, poi però svaniscono nella loro stessa bolla. Possono essere band, artisti, oppure generi nuovi. E se ne potrebbe fare una lista lunga. Ma non è certo il caso del trip hop. In questo caso, c’e’ un prima e c’e’ un dopo. Dopo che il mondo ha visto cose come i Massive Atttack e Portishead; come “Mezzanine” o Dummy”, il mondo non e’ stato più lo stesso. Gli stessi generi da cui il trip-hop aveva preso: l’R&B, l’hip-hop, il reggae, l’elettronica, l’house, si sono poi rigenerati grazie al nuovo sound e ne hanno cominciato ad incorporare elementi fino a che nessuno si accorge più della loro presenza, per quanto è ormai scontata. Tanto “indie”, come tanto “mainstream”, sono ormai intrisi di trip hop. Ma cosa è il trip hop?

Serpeggiante, notturno e misterioso come una colonna di fumo fluttuante in una strada di periferia semi abbandonata, un nuovo tipo di groove prese piede a cavallo tra gli ’80 e i ’90 a Bristol, una città universitaria bohémien, situata nell’Inghilterra occidentale e sviluppatasi su entrambe le rive del fiume Avon. Il termine trip hop venne coniato esattamente 30 anni fa, nel 1994, sulle pagine della rivista “MixMag”, per poi venire retrodatato almeno all’esordio dei Massive Attack di tre anni prima.

Prima del 1994, il genere era comunque già diffuso e una serie di artisti avevano prodotto trip hop senza saperlo. Il groove sensuale soddisfaceva un bisogno umano senza tempo, un suono con bassi pesanti per toccare i nascondigli segreti dell’immaginazione e attirare il mondo dei sogni, del viaggio notturno solitario. Il trip hop è nato in un preciso momento storico in una precisa città che ne ha fatto da culla primordiale. Bristol infatti è una città portuale dove per centinaia di anni si sono mischiate numerose influenze straniere; una delle città più multietniche della Gran Bretagna, culturalmente e socialmente. La sua posizione abbastanza vicina a Londra ne ha fatto uno dei più importanti scali commerciali dell’Oceano Atlantico. L’area portuale è servita da importanti flussi di comunicazione che ramificano i suoi contatti con le città portuali di tutto l’oceano Atlantico. Sede di una comunità delle Indie Occidentali, il “sound system” in questo contesto era uno stile di vita per tutti i giovani amanti della musica “nera”. Essendo una città portuale infatti, a influenzare tutto c’è stata una miscelazione di generi determinante, prima fra tutte una ventata di musica giamaicana e l’utilizzo di droghe leggere, mischiate agli esaltatori macrobiotici come i funghi allucinogeni (legali all’epoca) coltivati ​​nella campagna circostante, e che, senza dubbio hanno alimentato e modificato il particolare tipo di sonorità che risiede in quello che fu definito trip hop. “Trip”, ossia viaggio della mente in stato psicotropo. “L’hip hop al ritmo delle canne” è forse la definizione migliore che il genere abbia mai trovato.

Tutto sembra avere avuto inizio in un club di Bristol chiamato “The Dug Out”: “The Dug Out non avrebbe potuto avere una posizione migliore, in cima alla collina da St Paul’s, il cuore della scena musicale nera, e appena giù dalla collina da Clifton, nella scena punk/artistica alla moda. Era abbastanza pericoloso, la musica era abbastanza cool e audace da confondere ed entusiasmare i dread…era perfetto!” (Hooper, compositore e produttore discografico di Bristol).

Photo © Beezer

The Dug Out è stato la casa spirituale e fisica della scena musicale di Bristol negli anni ’80, l’equivalente di quel che fu lo Studio 54 nei ’70 per New York. Tra i famosi dj residenti del Dug Out c’era il leggendario movimento dal quale è partito tutto: The Wild Bunch. The Wild Bunch erano un gruppo di sound system con sede nel quartiere St. Pauls, a metà degli ‘80. Il gruppo era famoso per i set che attiravano grandi folle sulla scena dei club e si esibivano anche in altre città, fino ad arrivare a Londra. Si esibivano prevalentemente sotto forma di “soundclash” (scontro sonoro) contro altri artisti. Il sound dei The Wild Bunch incorpora un’ampia e disparata varietà di stili musicali, cosa insolita all’epoca. I loro spettacoli includono influenze sperimentali di nuovo e vecchio punk, R&B e reggae; con un’attenzione ai ritmi più lenti e alle atmosfere elettroniche ambient, che sarebbero diventate una pietra angolare del sound di Bristol. Robert Del Naja, Grant Marshall e Andrew Vowles sono venuti da lì per poi formare i Massive Attack nel 1987 e poi prendere il volo nella scena musicale mondiale. A farne parte, prima della carriera solista, anche Tricky, con loro nel loro primo e secondo album.

Photo © Beezer

Non abbiamo davvero una formazione. Non siamo governati da basso, chitarra, batteria e cantante. Siamo solo un’idea vagamente astratta. La differenza tra adesso e The Wild Bunch è che non stiamo combattendo per la supremazia tutto il tempo, siamo d’accordo di essere diversi … L’intero album “Blue Lines” parla di noi che veniamo costretti in uno studio e come ci confrontiamo con il tentativo di fare una demo. Non era come se fossimo seduti al piano a scrivere canzoni insieme…

Robert Del Naja

Formazioni composte da polistrumentisti o anche solo ingegneri che manipolano suoni, con voci (perlopiù femminili) che, in alcune band, ruotano all’interno di una struttura aperta (come nei Massive Attack) e in altre fanno da frontwoman (come nei Portishead). Queste la caratteristiche delle “band” del genere, accomunate peraltro dall’amore per il vinile, quel che negli anni ’80, in cui il CD dominava, era decisamente un atto di resistenza. Messo in circolo dall’esordio discografico dei Massive Attack nel 1991, il virus del trip hop inizia a diffondersi dentro e fuori Bristol e anche oltremanica. Mentre in USA qualcosa si era già mossa in parallelo, grazie a DJ Shadow e altri pionieri provenienti dal locale hip hop. Ma non appena battezzato nel 1994, il genere già comincia a dissolversi e fluire creando nuove correnti. Al punto che c’è chi dibatte se il trip hop sia un vero e proprio genere, o semplicemente uno stile che viene ricompreso all’interno di altri generi: house, rock, r&b. Probabilmente, la risposta è che, come il rock per esempio, esistono vari trip hop: quello classico, quello “post”, quello “neo” e quelli contaminati con altri generi.

Comunque sia, tutto è accaduto in tempi veloci. Al punto che nel mettere insieme una lista di album che riassumano il trip hop, ci accorgiamo che tutto sembrerebbe essere accaduto in un paio di lustri, tra i primi ’90 e i primi del nuovo secolo. Gli stessi mostri sacri del genere, Massive Attack e Portishead, finito quel periodo, sembrano avere preso altre strade rispetto alla tendenza “classica” da loro inaugurata. Basti pensare al post-rock in “100th Window o al rock sperimentale in “Third. In realtà, il trip hop non ha fatto che continuare a fare quel che ha sempre fatto benissimo, prima ancora di venire battezzato: mutare, adattarsi alle nuove tendenze, trasformarsi, come un virus pronto a tutto per sopravvivere. Per quanto raramente si senta oggi parlare di un nuovo disco trip hop, per quanto il trip hop classico rimanga quello raccolto in una manciata di dischi usciti in pochi anni dopo “Blue Lines“, lo spirito del trip hop è ormai un po’ dappertutto, inarrestabile, mutante, resiliente. E torniamo da dove abbiamo iniziato: dove saremmo oggi senza il “trip hop”? Non lo so, ma staremmo in un posto meno interessante.

Massive Attack – Blue Lines (1991)

Discograficamente, si può dire che tutto iniziò da qui e dal successo internazionale di un singolo come Unfinished Sympathy, diventato subito un classico, con un groove pazzesco tirato dall’orchestra, senza linea di basso e una cantante come Shara Nelson. Il disco intero è una fusione perfetta di elettronica e elementi black: funk, rap, soul, blues, jazz, reggae. Uno di quei dischi che rendono “non più necessari” tutti gli altri dischi e che mentre fonda un genere già lo trascende. Qui per approfondire.

Portishead – Dummy (1994)

“Blue Lines” ebbe un buon successo, ma con Dummy” si entra nella leggenda e l’industria discografica festeggia. Di nuovo un gruppo formato a Bristol che prende il nome dal vicino paese da cui viene Geoff Barrow. Il giovane dj, ingegnere del suono e poli-strumentista, incontra una trentenne dalla voce di ghiaccio, Beth Gibbons, fan di Billie Holiday ed un veterano chitarrista jazz appassionato di film noir, Adrian Utley. Il mix di sensibilità diverse crea il capolavoro. Qui per approfondire. 

Massive Attack – Protection (1994)

Il 1994 è l’anno dell’esplosione commerciale del Trip hop. Uscito qualche settimana dopo di “Dummy”, “Protection” quasi ne eguaglia il successo e sale nelle classifiche ancora più in alto di “Blue Lines”. L’album “pop” dei Massive Attack. Grazie alla voce e alla scrittura di Tracey Thorn, degli Everything but the Girl. E a Karmacoma, l’ultima zampata di Tricky nella band, prima dell’irreparabile dissidio, anche sulla paternità della traccia. Qui per approfondire.

Letfield – Letfism (1994)

Già a questa altezza rischiamo di finire fuori genere. Qualcuno dirà che stiamo parlando di un duo che fa musica house e che questo è un grande disco house. Tutto vero. Tuttavia, i Massive Attack sono passati di qua, o quantomeno dalle orecchie dei Leftfield mentre lavoravano all’album. Insomma, il trip hop si è preso pure l’house. Sarà per questo che l’album suona tutt’oggi attuale. D’altronde, “Leftism” dimostra come il confine tra i due generi può essere molto labile.

Tricky – Maxinquaye (1995)

Uno dei padri del Bristol sound, dopo aver contribuito a fondare i Massive Attack, si mette in proprio. La sua prima opera è la rappresentazione del Trip Hop più oscuro e biascicato. Un tormento notturno e insonne che rivela una personalità borderline e un grande talento pronto a spiccare il volo da solo. L’accompagna una giovanissima cantante jazz, Martina Topley-Bird con cui avrà una figlia che morirà suicida nel 2019. Tutto tragico. Qui per approfondire.

Lamb – Lamb (1995)

Duo di Manchester, ma sempre con un occhio a Bristol. Nel Trip hop, i  Lamb ci innestano il drum and bass e puntano molto sulla voce di Lou Rhodes, cantante formata con il folk. Tanto che si parla anche di “folktronica” per descrivere il suono della band. Seppur decisamente dentro al genere, i Lamb si distinguono da tutti gli altri, proprio per lo spazio che danno a queste tradizioni invece che a quelle della musica “nera”.

DJ Shadow – Endtroducing… (1996)

Uno dei maestri del trip hop, il californiano DJ Shadow che partendo dall’hip hop della sua terra era arrivato a conclusioni simili a quelle di Bristol. Dopo alcuni singoli fondamentali per il genere (In/Flux su tutti), si lancia in una opera lunga, interamente composta da frammenti estratti da una collezione di oltre 60.000 vinili. Con continui rimandi da un pezzo all’altro, il risultato è “un continuum avvolgente e magnetico al quale abbandonarsi totalmente” (Guido Gambacorta, Blow Up 279).

Nearly God – Nearly God (1996)

Il “quasi dio” in realtà è soltanto Tricky che si giogioneggia in un progetto parallelo, di un solo album, nel quale ospita gente come Bjork, Terry Hall, Neneh Cherry, Alison Moyet, oltre alla sua adepta Martina Topley-Bird. Il risultato è ancora una volta torbido. “Blues urbano”, sperimentale e febbricitante. Un disco che è come un virus maligno che ti rimane attaccato come una piattola. Canzoni appena abbozzate con arrangiamenti minimali e va bene così; Tricky ci avvolge con il suono di notti buie, fatte di desiderio e solitudine.

Morcheeba – Big Calm (1996)

Sull’onda del successo dei Portishead, proliferano una serie di progetti, da questa o dall’altra parte della Manica, che sviluppano un trip hop più leggero. I Morcheeba sono tra quelli che “ce la fanno”, al punto che ancora oggi rilasciano dischi e girano in tour. Londinesi, con una cantante carismatica e prodiga di ritornelli accattivanti arrangiati con armonie bluesy e atmosfere positive e chillout. “Trip pop”: la formula funziona e “Big Calm”, il loro secondo disco, ne è la prova meglio riuscita.

Hooverphonic – A New Stereo Sound Spectacular (1997)

L’onda di cui sopra arriva fino in Belgio dove gli Hooverphonic ne fanno una sorta di pop atmosferico. Ai campionamenti si sommano synth profondi che donano una profondità orchestrale. L’album d’esordio è definitivamente l’opera più importante di una band che nei decenni, fino ad oggi, ha visto 5 cantanti donne avvicendarsi attorno al core group formato da Alex Callier e Raymond Geerts. Lungo un totale di 12 album in studio.

Portishead – Portishead (1997)

Alla seconda prova, i Portishead si dimostrano paghi di tanta fama e successo e decidono di non ripetersi. Se “Dummy” era l’ideale colonna sonora di un film noir, “Portishead” risulta ancora più inquietante, una cosa alla David Lynch. Un disco meno facile, meno amichevole. Se con “Dummy“ ci chiedevamo come fosse possibile che una musica così dark potesse diventare materia da apericena in spiaggia, con “Portishead” siamo lieti di constatare che ciò non ci pare sia accaduto. Qui per approfondire.

Smoke City – Flying Away (1997)

Band inglese che proponeva un trip hop incline all’acid jazz, con molti elementi di musica brasiliana. Era la loro cantante, Nina Miranda, a portare la musica del suo paese nel mix. Qui siamo già al “post trip hop”. Il disco produsse un paio di singoli di successo: Underwater Love compariva in uno spot della Levi’s e Mr. Gorgeous (and Ms. Curvaceous) raggiunse il numero 1…in Italia (!). Il secondo album fu meno fortunato e nel 2002 scomparvero dalle scene.

Crustation – Bloom (1998)

Probabilmente l’album trip hop più sottovalutato di sempre, tanto che oggi non si trova in streaming. Le sue tracce notturne accompagnate dalla voce di Bronagh Slevin (irlandese, all’epoca a Bristol, ora trapiantata in Sicilia) lo rendono un viaggio unico e introspettivo. Inspiegabilmente mai esploso sulla scena mondiale come si sarebbe meritato, è comunque stato una enorme influenza per tanti artisti che si sono susseguiti.

U.N.K.L.E. – Psyence Fiction (1998)

L’inglese James Lavelle è il fondatore dell’etichetta MoWax che nel 1996 pubblicò “Endtroducing“, della leggenda della musica elettronica DJ Shadow, di cui diciamo sopra. I due si uniranno sotto la sigla U.N.K.L.E. per creare “Psyence Fiction”, opera costellata di stars prelevate dal mondo rock, tra cui Thom Yorke, Richard Ashcroft, Mark Hollis. Il matrimonio tra i due mondi, per quanto un pò bombastico, riesce perfettamente.

Massive Attack – Mezzanine (1998)

Per molti il punto più alto raggiunto dal trip hop. Un album che da solo potrebbe bastare per riempire questa lista. A parte il successo senza tempo di Teardrops (la perfetta ballad trip hop), tutto il disco impressiona, cominciando da Angel con il suo basso profondo e ipnotico. Nel primo disco senza Tricky, la band fondatrice del genere raggiunge lo zenit della sua arte e del suo successo. Un’opera che ha un afflato rock, con chitarre, basso e batteria e che difatti piace anche ai cultori di quel genere.

Peace Orchestra – Peace Orchestra (1999)

Dal produttore austriaco Peter Kruder (più noto per i Kruder & Dorfmeister) un progetto che ebbe vita breve. Due soli album a cavallo del secolo per una musica downtempo e fortemente influenzata dai vari album di questa lista. Who Am I, resa famosa dall’apparizione nella colonna sonora di Animatrix, poteva tranquillamente comparire su “Mezzanine”, senza manco sfigurare. 

Groove Armada – Goodbye Country (Hello Nightclub) (2001)

Nel loro terzo disco, il duo inglese porta il trip hop sulle piste da ballo, come d’altronde preannuncia il titolo. I ritmi si fanno più veloci e l’umore è più allegro rispetto ad altri dischi del genere e anche ai loro precedenti. Superstylin, il primo singolo,è house con la cassa in quattro. Il secondo singolo, My Friend, con Celetia Martin alla voce, è meno veloce ma non meno coinvolgente per il corpo. Per un trip hop più tradizionale potete optare per il loro secondo album: “Vertigo” (1999).

Archive – You All Look the Same to Me (2002)

Qui il trip hop incontra il Progressive. Nel loro terzo disco, gli Archive decidono di andare oltre le loro radici trip hop esuonano come avrebbero suonato i Pink Floyd se fossero trent’anni più giovani. Insomma, se si arriva a cotanto paragone, vuole proprio dire che il trip hop ha conquistato il mondo. Gli Archive hanno riconciliato il trip hop con i boomer, anche se forse i boomer non lo sanno. Per tenerli felici, ci sono pure un paio di suite oltre i 15 minuti. Ma, credetemi, difficile annoiarsi. 

Thievery Corporation – The Richest Man in Babylon (2002)

Volendo scegliere un solo album di questo duo americano, la scelta ricade sul loro terzo. Seppure anche l’esordio “Sounds from the Thievery Hi-fi” (1997) e il quinto della serie, Radio Retaliation (2005), meritano una menzione. Con i Thievery Corporation il trip hop scivola nel downtempo: ritmi lenti, minor enfasi sui suoni più gravi e atmosfere pop e lounge. I nostri vi aggiungono varie influenze etniche: Brasile innanzitutto, ma anche Asia e medio oriente (Facing East).

a.s.o. & Alias Error – a.s.o. (2023)

Il lettore forse non si aspettava a questo punto un salto di 20 anni per arrivare ai giorni nostri. Ma era per farvi vedere che, ancora oggi, c’è chi propone il trip hop classico. “La sua produzione sfumata e l’atmosfera fumosa offrono un risultato di totale eleganza”, ha scritto Pitchfork al riguardo. Che è un pò quello che si sarebbe potuto scrivere trent’anni fa dei Morcheeba o degli stessi Portishead. “Trip hop neoclassico”.

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