
Lo dico subito: questo è un film da applausi in sala sui titoli di coda. Ma questo è il parere di uno che di cinematografia non ne sa nulla. Dico subito anche un’altra cosa: Bob Dylan non è nemmeno nella lista dei miei musicisti preferiti. Almeno fino a ieri (dopo questo film dovrò rivalutare). Di Dylan ho sempre apprezzato la qualità artistica, il livello letterario (premio nobel meritatissimo, detto da un profano della letteratura) e alcuni dischi e brani particolari, ma nulla più. E’ una bella sensazione allora poter scrivere di un film che parla di un musicista, semplicemente da appassionato di musica ad altri appassionati di musica, senza essere un fanatico dell’oggetto del film. Mi sento più libero di usare aggettivi assoluti, sapendo che i miei giudizi contano quel che contano. Vi dirò anche allora subito che Timothée Chalamet è un grandissimo attore. Prendete un ragazzo che è già un divo internazionale e che, prima di firmare il contratto (all’età di 22 anni), sapeva a malapena chi fosse Dylan, una delle figure centrali della cultura pop degli ultimi sei decenni. E che nel film finisce per assomigliare a Dylan, a parlare come lui, con tanto di accento del Minnesota. E soprattutto, a cantare e suonare come lui, dopo avere studiato musica, chitarra, canto e armonica, per anni al fine di calarsi nel personaggio. Un personaggio, o meglio, una persona elusiva. Un genio “bravo con le parole e a mantenersi vago”, come di lui ha scritto Joan Baez. E proprio parlando di Baez, Monica Barbaro non è da meno di Chalamet nel calarsi nella parte della grande artista, non meno incantevole dell’originale quando canta.
Perché la grandezza di questo film è quella di essere anche un grande film musicale. Non un musical. Ma un grande film di musica, in cui largo spazio si da alla musica di Dylan, reinterpretata magistralmente e fedelmente dagli attori, al punto che, se non sei un esperto dylaniano potresti far fatica a distinguere l’originale dall’interpretazione. Ma soprattutto questo è un film epico. Ora che siamo lontani dall’epoca del classic rock, ora che la generazione che l’ha vissuto è in pensione e si avvia al tramonto della vita, abbiamo più che mai bisogno di film come questi che ci ricordino che tutto ciò accadde. Un ragazzo di una piccola comunità ebraica del profondo Midwest, Minnesota, che a 19 anni molla l’università, la famiglia e tutto quanto aveva per andarsene a New York a conoscere il suo mito, il cantante folk Woody Guthrie. E lo trova, in un ospedale dove Guthrie passò gli ultimi anni della sua vita. E da lì, in pochi anni si svolgono una serie di vicende che lo porteranno ad essere il nuovo idolo delle folle che non poteva nemmeno tranquillamente passeggiare per New York senza essere infastidito e tormentato dai suoi adoratori. Adoratori che, come dice un Dylan/Chalamet profondamente infastidito da tanta attenzione, “quando mi chiedono da dove mi vengono le canzoni, in realtà si stanno chiedendo perché non vengono a loro”. Tutto ciò grazie ad un genio istantaneo. La parola talento non sarebbe sufficiente per descriverlo. Un genio per le parole e per la musicalità. Malgrado una voce che, sebbene inconfondibile, non può certo definirsi aggraziata o anche solo gradevole. Ma è autentica, come la sua arte. Autenticità verso la quale Dylan mantiene un impegno assoluto, senza compromessi.
Dylan voleva fare di testa sua, sempre. Con le donne, innanzitutto. Nel film sono Joan Baez e Suzie Rotolo (ribattezzata Sylvie Russo, per volere dello stesso Dylan in un tentativo effimero di preservarne la privacy) a fare le spese di questa testardaggine, di tanta elusività e indisponibilità emotiva. Questa storia, l’interessato non la smentisce, né la conferma mentre, in un atto rarissimo di compiacenza verso il proprio pubblico, il film esce con la sua benedizione. Nei mesi della pandemia Dylan incontrava discretamente a Los Angeles il regista James Mangold per discutere il progetto nelle sue fasi iniziali. Fino ad arrivare al tweet dello scorso 4 dicembre: “C’è un film su di me che uscirà presto chiamato ‘A Complete Unknown’ (che titolo!). Timothée Chalamet è protagonista nel ruolo principale. Timmy è un attore brillante, quindi sono sicuro che sarà completamente credibile impersonando me. O un me più giovane. O qualche altro me. Il film è tratto da ‘Dylan Goes Electric’ di Elijah Wald, un libro uscito nel 2015. È una fantastica rivisitazione degli eventi dei primi anni ’60 che hanno portato al fiasco di Newport.”

Il “fiasco di Newport” è il momento topico e, sostanzialmente, conclusivo del film. Per chi non lo sapesse, è il concerto del 1965 in cui Dylan suona il suo primo concerto “elettrico” di fronte ad un pubblico di puristi del folk, abituato a vederlo da solo sul palco con una chitarra acustica e un’armonica. Lì, Dylan “ha elettrificato una metà del suo pubblico e ha fulminato l’altra metà” come disse qualcuno. Una rivoluzione o uno scandalo, a seconda dei punti di vista. Non è chiaro se nella realtà, quella sera le reazioni siano state così intense e violente, come descritto nel film. Quella che è chiara è la volontà di Dylan di fare di testa sua. Di uscire dal confine in cui critica e pubblico lo avevano relegato dopo i primi dischi. Anche perché, avrebbe raccontato allo stesso Mangold, “era diventato un cantante folk, solo perché quando arrivò a New York con cinque dollari in tasca non poteva permettersi una band, ma il desiderio di lavorare con una band di rock’n roll era sempre stato presente”. A ciò si aggiunge, il desiderio di uscire dal confine del “cantante di protesta”. Dylan lo avrebbe poi scritto nella sua autobiografia, Chronicles: “In seguito cercai di spiegare che io non ero un cantante di protesta, che c’era stato uno sbaglio. Io non stavo protestando contro un bel niente.” Dopo Newport, Dylan avrebbe abbandonato il “movimento” del quale negli anni precedenti aveva scritto inni come Blowin’ in the Wind. Sempre seguendo il desiderio di non venire ingabbiato: “Questo sarà un film su un ragazzo che stava soffocando nella sua città natale. Scappa via dalla famiglia e dagli amici e da tutto ciò che conosce. Arriva a New York e crea una nuova famiglia e una nuova identità e nuovi amici e rifiorisce. Poi ricomincia a soffocare e scappa via anche da loro.” Ecco il film, come Mangold lo descrisse a Dylan nel loro primo incontro.
Alla fine, ci si potrebbe chiedere, che rilevanza abbia ancora questa vicenda dopo sessant’anni. Che ce ne facciamo nell’epoca digitale, della storia di un ragazzo di Minneapolis che diventa prima un grande cantautore acustico e poi litiga con tutti pur di poter imbracciare la chitarra elettrica, strumento che, oggi come oggi, è comunque preistoria? Un ragazzo che incarnava lo spirito e la musica del movimento “controculturale”, pacifista e di protesta dell’America degli anni ’60 e poi rinnega di farne parte. Cosa gliene può interessare ad un ragazzo dell’età di Chalamet (classe 1995) di una tale vicenda? La storia che racconta “A Complete Unknown”, si aggancia alla realtà ma alla fine, come ha dichiarato Chalamet, si tratta di “una interpretazione. Non è definitivo…non è come è successo. Questa è una fiaba”. Direi meglio ancora: questa è epica, come se fosse l’Odissea o l’Iliade. Se non vi viene la pelle d’oca nella scena in cui la band in studio attacca Like a Rolling Stone e Al Kooper azzecca subito le giuste note all’organo e Dylan si gira verso di lui compiaciuto (poco importa sei sia accaduto davvero), allora dubito che possiate avere un reale interesse in tutto questo. Peccato per voi, perché il film di per sé è una cavalcata che tiene attaccati alla sella, cioè alla poltrona del cinema e per nulla al mondo durante i suoi 141 minuti consente di staccarsi. Lo è grazie ad attori straordinari, ad una musica immortale, ad una storia avvincente, a personaggi vivi e autentici, ad una fotografia spettacolare, a degli scenari che ti fanno immergere nella pellicola.
“A Complete Unknown” è un capolavoro di film che racconta una storia straordinaria di un uomo fuori dal comune. Una storia che meritava un racconto epico che ne fosse all’altezza, a beneficio dei posteri.