
La cosa per cui in genere si ricorda “Bringing It All Back Home” è che fu il primo disco in cui Bob Dylan imbraccia la chitarra elettrica e suona il rock, o rock’n roll che dir si voglia, accompagnato da una intera band. Difficile a credersi oggi, ma la cosa fece scandalo nell’ambiente in cui Dylan era esploso. L’ambiente del folk di protesta che aveva portato il nostro a esibirsi nella famosa marcia di Washington dell’agosto 1963, guidata da Martin Luther King, quella di “I Have a Dream”. Come spesso succede ahimè alle buone cause, il massimalismo prese il sopravvento. Dunque che Dylan passasse da essere il ragazzetto con chitarra, armonica e voce che protesta contro “il sistema”, al ragazzo tosto con chitarra elettrica che con la sua band fa cose “commerciali” alla Chuck Berry o Johnny Cash, agli integralisti della musica di protesta non andava bene. La cosa viene ben raccontata nel bellissimo recente film, “A Complete Unknown”, quindi non ci addentriamo oltre. Se non per chiarire cosa pensasse Dylan al riguardo: “Beh, faccio del mio meglio per essere proprio come sono / Ma tutti vogliono che tu sia proprio come loro”.
Questa frase da Maggie’s Farm dice tutto quello che poi è contenuto nel suddetto film. Molti anni dopo Dylan avrebbe chiarito due cose: la prima, lui “non stava protestando contro un bel niente”; la seconda, aveva sempre voluto suonare il rock’n roll con una band e se non l’aveva fatto prima è perché all’inizio non poteva permettersela. Ma nel 1965, poteva finalmente impadronirsi del suo destino, dopo quattro dischi di successo. Un successo tuttavia che non sarebbe stato comparabile con quello che gli avrebbe portato proprio “Bringing It All Back Home”: platino negli USA e oro nel Regno Unito. Un livello che da quel momento avrebbe quasi sempre bissato, almeno nei successivi venti anni.
Il disco esce a marzo 1965 con undici tracce. Le prime sette “elettriche”, sul lato A del vinile; le rimanenti quattro “acustiche” sul lato B. Il risultato lo ha spiegato bene Rolling Stone: “Fondendo il ritmo di Chuck Berry, dei Rolling Stones e dei Beatles con la tradizione popolare di sinistra del revival folk, Dylan aveva davvero “riportato tutto a casa”, creando un nuovo tipo di rock & roll […] che ha reso disponibile ogni tipo di tradizione artistica al rock”. Il 28 agosto 1964 Dylan a New York aveva incontrato i Beatles: quel che, si dice, avrebbe poi influenzato la sua decisione di andare verso il rock’n roll. A sua volta però, l’influenza di Dylan sui Beatles, negli anni ’64-’65 si sente forte in composizioni come You’ve Got To Hide Your Love Away, I’m a Loser, Things We Said Today. La cosiddetta “British Invasion” di quegli anni (i Beatles, gli Stones, i Kinks che conquistano l’America) in realtà non fece altro che far scoprire o riscoprire agli americani la tradizione blues & rock’n roll che veniva dal loro stesso paese. È come una palla continuamente rilanciata da una parte all’altra dell’atlantico e che porterà con “Bringing It All Back Home” al battesimo di un nuovo genere: il folk rock, per l’orrore dei puristi.
“Ho iniziato ad essere me stesso riguardo alle canzoni, non scrivendole oggettivamente, ma soggettivamente… Avevo iniziato a pensare alle mie emozioni….Invece di proiettarmi in una situazione, cercavo di esprimere ciò che provavo per me stesso…È stato Dylan ad aiutarmi a capirlo” – ha raccontato John Lennon, quello dei Fab Four che più sentì l’influenza del futuro premio Nobel. Quindi una influenza non solo sulle musiche ma anche sui testi. Libero dai limiti della canzone di protesta, Dylan, nel suo quinto disco scatena al massimo il suo immaginario interiore. Le storie che racconta diventano sempre più inafferrabili, surreali, zeppe di metafore di non immediata comprensibilità. Poetiche, in una parola. Poi, ogni tanto, all’interno di questi quadretti vaghi, escono gioielli: “he is not busy being born, he is busy dying”; “let me forget about today, until tomorrow”; “money doesn’t talk, it swears”. Dichiarazioni che lasciano una impressione incancellabile su chi le legge, o le ascolta. Da questo disco in poi, non conta più tanto di cosa Dylan stia cantando, quanto come faccia sentire l’ascoltatore. Ascoltatore che poi, successivamente se vuole, potrà lanciarsi in una complessa esegesi dei testi e ne avrà per un po’. In sintesi, è con “Bringin It All Back Home” che Bob Dylan comincia a dischiudere tutto il suo potenziale musicale e letterario.

“Per la maggior parte del mese circa siamo stati lì, Bob stava alla macchina da scrivere nell’angolo della sua stanza, bevendo vino rosso e fumando e battendo incessantemente per ore. E nel cuore della notte, si svegliava, ringhiava, afferrava una sigaretta e tornava di nuovo sulla macchina da scrivere”. Joan Baez descrive così il processo creativo che aveva travolto Dylan nell’estate del 1964, a Woodstock, a casa di Albert Grossman, il suo manager. Il nostro era preso dal cosiddetto “flusso di coscienza”: una tecnica letteraria consistente nella libera rappresentazione dei propri pensieri così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi.
Alla fine è solo così che si può spiegare quella che sarebbe diventata la traccia più famosa dell’album: Mr. Tambourine Man. Per quanto si sa che le (poche) spiegazioni che Dylan ha offerto dei suoi testi sono spesso svianti, sembra in questo caso convincente quando racconta che semplicemente tutto nacque quando vide Bruce Langhorne (chitarrista che lo accompagna nel disco) con in mano un tamburello. Al riguardo, ricordo che quando ero piccolo (a spanne, tra i 7 e i 10 anni di età) e non esisteva internet nelle case, scoprii nella libreria di casa un libro di testi di Dylan tradotti in italiano. Conoscevo appena le sue canzoni e non era esattamente tra i mostri sacri del rock classico a cui, sempre tramite i vinili che trovavo in casa, mi stavo avvicinando. Eppure quel libro me lo leggevo come fosse un libro di poesie e i testi di Mr. Tambourine Man mi colpivano particolarmente. Non che capissi proprio di che stesse parlando, ma “mi facevano sentire bene”. Me lo figuravo questo tipo con il tamburello e quell’altro che gli diceva “non ho sonno e non devo andare da nessuna parte” quindi “ti verrò dietro” mentre “suoni una canzone per me”.
Sia come sia, Mr. Tambourine Man è un capolavoro immortale che sessant’anni dopo non sente il peso del tempo. Un fulgido esempio di come si possa fare una canzone indimenticabile e di alto spessore artistico con pochi accordi. E non è l’unico capolavoro contenuto nel disco. Di fatto, volendo proprio comparare, è un po’ ironico che il lato B sia quello meglio riuscito. Che del primo disco “elettrico” di Dylan le tracce più indimenticabili siano quelle acustiche. Anche se, sessant’anni dopo, non è una distinzione che ha più tanta rilevanza.
Infatti, parlando di capolavori, rimane indimenticabile tanto l’elettrica Love Minus Zero/ No Limit dove il nostro ci racconta come immagina il suo amore: “L’amore mio lei parla come il silenzio / Senza ideali o violenza / Lei non deve dire che è fedele / Eppure lei è vera, come il ghiaccio, come il fuoco / La gente porta rose / Fa promesse per ore / L’amore mio lei ride come i fiori / San Valentino non può comprarla”. Quanto l’acustica “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)” con il suo apocalitticismo surreale: “Il buio quando arriva mezzogiorno / Oscura anche il cucchiaio d’argento / La lama fatta a mano, il palloncino del bambino / Eclissa sia il sole che la luna”. E non posso lasciare fuori la finale It’s All Over baby Blue dove il nostro da una delle migliori dimostrazioni della sua tecnica vocale che gli consente di infilare dentro le strofe frasi che per lunghezza e assonanza non sembrano proprio fatte per la musica cui sono destinate.
Visto sessant’anni dopo, fu proprio qui, con “Bringing It All Back Home” che comincia la lunga marcia verso un Nobel per la letteratura tanto meritato quanto stupefacente per un “cantautore folk rock”. E certo nessuno se lo sarebbe aspettato, tanto meno i contestatori della purezza folk. E alla fine, questo risultato che consegna Dylan ben oltre la leggenda della musica rock, conta molto più del fatto di avere imbracciato per la prima volta la chitarra elettrica.
