
Il decennio Settanta in Italia è uno scrigno di preziosi ricordi. Al suo tramonto il nostro paese ha sfornato quanto di meglio ha da offrire la sua intera storia musicale: randomizzando la ricerca, si svaria dal prog alla melodia, dal punk ai primi segnali di new wave. Ce n’è per tutti i gusti, la scelta è ampia e di enorme qualità. Ma ciò per cui diventiamo famosi a livello internazionale sono i cantautori, un cofanetto dove sono conservati pezzi unici, mai somiglianti tra loro, ciascuno con le sue peculiarità. Le narrazioni di De Andrè, il romanticismo ovattato di De Gregori, le dissacrazioni di Rino Gaetano, le metafore di Venditti, il sarcasmo di Piero Ciampi, le radici raccontate dal primo Pino Daniele, è tutto un fiorire di stili – musicali e autorali – che fa sì che nascano identificazioni geografiche in grado di far nascere veri e propri circoli di pensiero: risalgono a questi anni definizioni come “scuola genovese”, “scuola romana”, etc.
Proprio a Roma, dalla prima metà del decennio Renato Fiacchini è intento a portare avanti il suo alter ego Renato Zero. Dopo gli inizi nella recitazione, insieme all’eterna compagna di viaggio Loredana Bertè, capisce che il suo messaggio deve essere diffuso in musica. Così si trasforma, diventa una via di mezzo tra Gary Glitter, Mark Bolan e David Bowie, assumendo un nome d’arte e le fattezze di un personaggio nuovo, mai visto prima. Renato è innovativo, alternativo, durante i concerti mangia letteralmente palco e microfono. Ha una verve infinita, così come è infinita la sua capacità di trascinare il pubblico, uno zoccolo duro che nel decennio successivo verrà da lui stesso associato all’immagine dei topi intorno a un brandello di cibo, proclamandosi il re dei sorcini.
A parte la musica però, perché Renato è così coinvolgente? Qui entrano in ballo altri due grandi vecchi della musica mondiale, cui Zero si ispira in modo sornione: la sua carriera sarebbe tutt’altro senza gli insegnamenti di Lou Reed e Bob Dylan, cantori degli ultimi perché loro stessi sono partiti da sotto terra. E’ proprio da questa constatazione che Renato trasse il suo moniker a inizio carriera: voleva solo esibirsi liberamente, manifestando attraverso la sua arte un modo di essere non esattamente inquadrato negli schemi della società contemporanea. “Sei uno zero”, gli ripetevano spesso, una lama che invece di tagliargli le gambe divenne insieme arma e nome d’arte.
Nel quinquennio 73/78, Renato tira fuori cinque piccoli capolavori, una mini-epopea che inizia con “No! Mamma, no!” e che col tempo impara a giocare col suo nomignolo: “Zerofobia” e “Zerolandia”, hanno l’obiettivo di raccontare le periferie della vita con linguaggio esplicito, lasciando quasi mai spazio alle interpretazioni. Basta ricordare le celebri Mi vendo e Il triangolo, ma anche scavare un po’ più a fondo, dove si trovano piccole perle come Tragico samba. Pian piano, insieme a un successo crescente, Renato assume autorevolezza nei confronti della critica – che inizia a capire che quel malcelato sarcasmo nasconde un messaggio sociale potentissimo – facendo così scoccare l’ora del capolavoro.

Non che i dischi pubblicati fino a quel momento avessero punti deboli o difettassero dal punto di vista della produzione musicale, ma “EroZero” è altra storia: il gradino più alto del podio, la fuoriserie che vedi in vetrina e compri senza pensare a quante cambiali dovrai firmare. Il disco inizia a girare sul piatto e hai subito la sensazione che tutto è al suo posto, a partire dal titolo, che in due parole racconta le origini del cantautore romano ma al tempo stesso gioca sulla riduzione codificata di eroina, una piaga che in quegli anni renderà reali i suoi risvolti più drammatici. Il carrozzone, cui segue immancabilmente il successivo “va avanti da se…” è IL singolo, quello che traina un disco intero ma che in questo caso è un cancello dimensionale che conduce dritti nella Zero-filosofia. Il carrozzone è metafora di vita, di mondo, una carrellata di facce appiccicate su personaggi di varia umanità che popolano il circondario. Una disillusione che fa esclamare nella stessa frase “bella la vita / dicevi tu, e t’ha imbrogliato / e t’ha fottuto, proprio tu!”.
Poi parte un pezzo che se l’avessero inciso gli Earth, Wind & Fire sarebbe entrato in mille raccolte di capolavori dance e funky: Fermo posta racconta – tra un giro di basso assurdo, percussioni, fiati e violini – la storia di un feticista-maniaco-sociopatico, che però lucidamente invita chi litiga a risolvere i problemi in posizione orizzontale. La struggente La tua idea è una spinta, lenta e disperata, a chi sta per lasciarsi andare definitivamente agli effetti della droga. Poi ecco il Renato che tutti hanno imparato a conoscere, quello del recente passato che scrive testi dissacranti, cantandoli in modo leggero e quasi irridente, poggiati meravigliosamente su una base danzereccia piena di archi, cori, bassi che pompano inesorabilmente e che non disdegna la presenza di un theremin. Il saliscendi al quale (non) ci si abitua è sancito ancora una volta da La rete d’oro, una ballata stavolta acustica dedicata alla speranza nel futuro.
Gran parte della discografia di Renato Zero è imperniata sulla difficoltà di vivere. Baracche e ferrovia, rifiuti e povertà, qui non è mai Natale: Periferia è il manifesto che accompagna a vita i figli di un non-luogo. Il paio con la successiva Grattacieli di sale è perfetto, trattandosi di un pezzo dedicato al potere, politico-economico, generato dal vile arrivismo dell’essere umano che arriva al punto di schiacciare le vite dei suoi simili. Vite che spesso non hanno senso per gli stessi protagonisti. Ed ecco che con Rh negativo l’esistenza diventa una carrellata di metodi per uccidersi, invocando infine l’eutanasia. Un lampo di rock, quasi in chiusura, è scagliato da Nascondimi, ma quando sembra che tutto stia per precipitare in modo surreale e definitivo, il finale riserva la malinconica speranza di Arrendermi mai.
Se rapportata alla discografia di Renato Zero fino a quel momento, “EroZero” è l’apice da tutte le angolazioni, dieci idee messe in pratica sotto forma di canzoni che meglio di così sarebbe difficile immaginarsele. Lo capisce la critica, che elogia il disco in tutti i modi, lo capisce anche il pubblico, che spinge Renato e la sua creatura per la prima volta in testa alla classifica dei dischi più venduti. Alla fine le copie messe a referto sfioreranno il milione. Ma come spesso accade nella musica, difficilmente una cima è seguita da un’altra cima.
La missione appare compiuta: raccontare il mondo degli ultimi con rabbia mista a sarcasmo, essere al tempo stesso così esplicito e leggero nel proporre i vari temi ha fruttato la vetta e il successo indiscusso. Renato sa che alzare ulteriormente l’asticella può essere rischioso, così giusto un anno dopo lancia un chiaro messaggio di distensione con un titolo eloquente: “Tregua”, a partire dalla quale nulla sarà mai più come prima.
