
Della mia infatuazione giovanile per il pop-punk ho già ampiamente parlato qui. Sorvolerò, salvandovi da un’introduzione nostalgica. E nostalgico non è davvero nemmeno “Fahrenheit-182”.
Ognuno di noi ha avuto (o ha ancora) un membro preferito di una band. Per quanto riguarda i blink (senza 182, nome primigenio della band di San Diego) il mio è sempre stato Mark Hoppus. Affinità elettive, dato che anche io ero un bassista-cantante? Forse. Ma c’è anche dell’altro. Nel mezzo della cavalcata nel “demenziale”, la sua voce e i suoi riff avevano qualcosa di più di un semplice riempitivo in mezzo ai razzi punkettoni che erano quei brani. C’era (tempo passato doveroso) un’emotività del tutto differente in Hoppus, e a maggior dimostrazione, nel mezzo della cavalcata del trio, i +44.
Ulteriore dimostrazione questo memoir. Il buon Mark scrive (assieme a Dan Ozzi) esattamente come suona. Sono come suono, diceva quell’altro là. Con voce che non tradisce un’età ormai distante da quella d’oro, il ragazzo di Ridgecrest taglia dritto per il percorso, disegnando una parabola fatta di alti altissimi e bassi incredibilmente abissali. La fama non porta necessariamente la felicità. La depressione può nascondersi ovunque. Dalle proprie origini nel deserto californiano, in una famiglia che sembrava perfetta e che invece si è disgregata, lasciando un’inevitabile ferita (la stessa condivisa con il compagno di sempre Tom DeLonge e che ha portato alla nascita di brani come Stay Together for the Kids), la ricerca di un proprio posto nel mondo e la fame di musica. Irrefrenabile. Non sempre vicina al punk, anzi, di rimpetto a quelle sensazioni goth che mai saranno del tutto sopite.
Racconti di come, durante un concerto dei Nine Inch Nails freschi di pubblicazione del singolo Head Like a Hole, Mark sia stato lanciato dritto sul palco per poi godersi tutto il concerto seduto ai piedi di Reznor (darei oro per aver assistito alla scena, col senno di poi). Di come i Cure siano entrati sfondando la porta della tristezza giovanile e ci siano rimasti fino a che, parecchi anni dopo, con Robert Smith è riuscito pure a collaborare, in studio e sul palco. Felice come un bambino, gli occhi lucidi. I sogni si avverano, così quelli di un gruppo tanto voluto, fondato con un amico appena trovato, e la volontà di andare ben oltre la narrazione hardcore in cui i blink, ancora senza triplo numero, si sono fatti e rifatti le ossa, nella più pura tradizione DIY, tra magliette create a suon di candeggina e sticker con Akane di “Ranma 1/2” a campeggiare sul monicker, fino a un mondo sognato da molti. Vicini a firmare per Epitaph, sogno punk mai realizzato e che forse ci avrebbe consegnato qualcosa di ben diverso, catapultati nel mondo delle major, additati come “venduti” (lo si vedeva sin da qui), sul palco dileggiati pure da amici come Fat Mike dei NOFX (rimesso in riga da Travis Barker), passando per tour estenuanti, non solo negli “anni del van”, ma anche quando erano ormai celebrità vere e proprie. Vivere il sogno. Più si legge, più si capisce il perché della scelta fatta. Perché i blink-182 di punk non hanno mai davvero avuto nulla, eppure tutto.
Forse mancano all’appello un po’ di aneddoti gustosi di quel mondo giovanile (e uno di troppo, quello in cui hanno suonato per le truppe in Iraq, di cui avrei fatto volentieri a meno, ma pur sempre di americani stiamo parlando, no?), però troverete un intero paragrafo dedicato alla famigerata “fitta sassaiola dell’ingiuria” subita dal gruppo proprio in Italia durante l’Independent Days durante il tour di “Enema of the State” (più una corsa in taxi con conducente smoccolante, e un “che cazzo fai” riportato proprio nella nostra lingua), oltre agli scherzoni pericolosi di Fletcher Dragge degli amici fraterni Pennywise (mai sottovalutare Fletch), o ancora la descrizione dei Rocket from the Crypt, “a band of Fonzies”, che tutto suona tranne che un insulto. E dopo tanto salire, la discesa. DeLonge che sbrocca, la morte dell’amico di sempre e produttore Jerry Finn e, infine, la malattia. Quel cancro mostruoso, ora sconfitto, che rischiava di portarselo via, Hoppus lo racconta senza fronzoli, facendoci immergere in tutto il dolore e la follia, mettendosi a nudo senza pietismi. What you see is what you get. Leggere fa male, e deve farlo.
Si legge in fretta, “Fahrenheit-182”, e lo si fa con gusto. Forse non diventerà il vostro libro preferito, ma sarà un compagno di viaggio piacevole. Come i blink-182. La band preferita di Mark Hoppus, che cavalca ancora quel giovane che guardava verso il deserto e immaginava di levarselo dalle palle.
We were fearless.
Invincible.
Ascendant.
Immortal.
Fuck you.