
In vista del concerto dei Throwing Muses, attesi il 4 giugno al Legend Club di Milano per presentare dal vivo il loro ultimo album “Moonlight Concessions” (qui la nostra recensione), abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche parola con Kristin Hersh, mente, voce e cuore pulsante della band. Una chiacchierata intensa e profonda come le sue canzoni, tra riflessioni sulla musica come linguaggio umano universale, l’evoluzione dell’industria musicale e il ruolo del violoncello nei suoi ultimi lavori. Con uno sguardo sincero sulla creatività, la resilienza e la passione che da oltre quarant’anni alimentano il suo percorso artistico.
Ciao Kristin, siamo felici che presto tornerete in Italia. Quali sono i tuoi ricordi legati al suonare nel nostro paese? Com’è il pubblico italiano?
Suonare in Italia è come nuotare nell’oceano: l’umanità allo stato naturale, piena di umorismo e onestà disarmante, che è, ovviamente, ciò che è la vera musica. È un paese passionale, quindi la sua gente parla il linguaggio della passione. La musica finta cerca di imitare tutto ciò e fallisce sempre, perché mentire è superficiale, solo la verità ha profondità. Gli italiani lasciano che la musica risuoni in profondità, almeno per quanto ho vissuto io.
Parliamo di “Moonlight Concessions”, il vostro ultimo disco. Ha un suono intimo. La sezione ritmica è minimalista. Si basa molto sulle melodie e il violoncello ha un ruolo importante. Non è un power trio come in altri album precedenti. Ricorda un po’ il tuo ultimo album solista, “Clear Pond Road”. Sei d’accordo?
Sì! Perché negli ultimi anni mi ha interessato molto la produzione minimalista. Da solista, ho adottato un approccio da “tocco di campana” per far emergere il dramma sommesso delle canzoni di “Clear Pond Road2″. Ma questa volta, le canzoni suonano proprio come i Throwing Muses quando avevamo 16 anni! Questo è lo stile molto americano, acustico e scanzonato, che la nostra etichetta britannica aveva escluso dal nostro primo disco, ma che è in realtà tipico dei Muses e non necessariamente quieto. Si può sentire la differenza nel disco “gemello rumoroso” di “Moonlight Concessions“, cioè “Moonlight Confessions“, che contiene le stesse canzoni in versione full band elettrica, prima che aggiungessimo il violoncello.
Come siete arrivati ad includere il violoncello nella vostra musica negli ultimi anni? Pete Harvey sarà con voi in tour?
Pete Harvey ci sarà! I Throwing Muses hanno usato il violoncello in molti dei nostri dischi e occasionalmente anche nei tour, quindi suonerà con noi brani che hanno anche 20, 30 o più anni. Le prove sono state un vero viaggio nel tempo (ride, ndr).

Una caratteristica notevole delle tue canzoni è il modo molto diretto in cui racconti le tue storie, come rappresenti i tuoi sentimenti. Come riesci a mantenere una tale intensità nel corso degli anni? È una forma di terapia, o forse un’automedicazione per l’anima?
Sono costretta a suonare la chitarra, ma a parte questo, non controllo né capisco davvero (né sempre apprezzo!) il processo. All’inizio avevo paura delle canzoni. Ho iniziato a scriverle a 9 anni e le trovavo troppo magiche, troppo simili alla Madre Natura… un uragano o un terremoto. In realtà, le vivo ancora così, ma quando sono diventata madre, ho dovuto abbracciare, con accettazione radicale, gli estremi della condizione umana, senza paura. Così butto via tutte le canzoni che sono autoindulgenti, che sono solo espressione di sé, lamentele o catarsi, e si verifica una condizione davvero magica in cui sparisco completamente. Quindi, anche se ho vissuto tutte queste storie (e le rivivo quando suono), la musica diventa un’esperienza umana condivisa, fino alle ossa, quando ci sono gli ascoltatori giusti.
Dopo 40 anni sei un raro caso di artista rock che continua a produrre in modo prolifico e mantenere uno standard qualitativo elevato nei suoi dischi. Non ti prendi mai lunghe pause, sei sempre a fare dischi e in tour. C’è una ragione per questa prolificità?
La musica è continua. Come un fiume in cui io e i miei compagni di band ci tuffiamo (ogni giorno, se siamo fortunati). A volte, portiamo fuori un po’ d’acqua da quel fiume, a volte ne usciamo solo grondanti (ride, ndr). Occasionalmente ci fermiamo per congelare un momento di quel fiume in una registrazione e solo raramente pubblichiamo quelle registrazioni. Quindi, onestamente, suono circa mille volte più musica di quanta ne ascolti chiunque, il che dev’essere una specie di malattia!
Da quando hai iniziato, 40 anni fa, l’industria musicale è cambiata molto. Oggi le vendite fisiche hanno un impatto ridotto sull’economia di un musicista. Com’è l’“era dello streaming” per un’artista indie? Come influisce sulla tua vita e sulla tua arte?
Non ho mai guadagnato un centesimo dai miei dischi, e non ho mai fatto tutto questo per soldi, quindi non è cambiato nulla per me. Le persone che vengono ai concerti mi aiutano a pagare la prossima registrazione (e l’affitto!), ma il mio modello di business è sempre stato solo: amo farlo e voglio continuare. Non è una vita facile, ma quando ho lottato per uscire dal mio contratto discografico con una major, era per combattere le entità dell’industria dell’intrattenimento che comprano attenzione per i prodotti più insultanti, dando per scontato che il pubblico non abbia opinioni personali al di fuori di ciò che viene loro venduto. Questo può sembrare vero se guardi il panorama dell’economia dell’attenzione, ma se hai mai conosciuto un essere umano, sai che ha un cuore. Nessuno, per quanto denaro e potere possieda, può uccidere il cuore umano.
Sai già quale sarà la tua prossima mossa dopo questo tour? Un album solista magari, o un progetto con i 50 Foot Wave?
Sono in studio a fare un album solista proprio ora con il batterista dei 50 Foot Wave, quindi entrambi!
Attualmente stai pubblicando dischi con tre diversi marchi: TM, 5FW e KH. Quando lavori a un brano, come decidi a quale dei tre progetti appartiene?
La chitarra che prendo in mano quando il brano è ancora un corpo energetico nella stanza determina quale band lo suonerà, perché conosco meglio la canzone quando è ancora senza forma (prima che io ci metta mano!). I miei batteristi dicono entrambi che è un sistema stupido, ma lo uso da tanto tempo (ride, ndr)
A volte, per un fan, è difficile comprendere la logica dietro questa diversificazione. Il motivo del passare da un progetto all’altro, come in un cerchio. Come già detto, capita che, per esempio, “Clear Pond Road”, un album solista, somigli al successivo dei TM. Non avrebbe più senso, anche dal punto di vista del marketing, riunire tutti gli sforzi sotto un unico nome? Perché preferisci differenziare?
Sono in tutte e tre le band, quindi si somiglieranno comunque (ride, ndr). Nessuno mi permetterebbe di lavorare così tanto se avessi solo un’entità discografica. Non potrei pubblicare tre album di Kristin Hersh in un anno, per esempio. I critici non ne scriverebbero, le radio non li trasmetterebbero, ecc. E le differenze nella produzione dei progetti possono essere sottili, ma le canzoni portano voci diverse. Diventi un personaggio dei cartoni se indossi sempre lo stesso vestito!
Grazie Kristin. Non vediamo l’ora del concerto di Milano. Vuoi dire qualcosa ai fan italiani prima del live?
Sì! Vi amo e vi sono profondamente grata…sono sempre colpita dal calore e dalla bellezza che mi aspettano in questo vostro incredibile angolo di Terra.
