
“In Your Honor” compie vent’anni. E con lui la triste constatazione che stiamo decisamente invecchiando. Sembra solo ieri quando in radio ruggiva potente la voce di Dave Grohl in Best of You e invece… era il 14 giugno 2005 quando i Foo Fighters presentavano al mondo l’ambizioso progetto di “In Your Honor”, doppio album registrato nel nuovo Studio 606 di Northridge, in California. Il primo disco conteneva pezzi squisitamente punk-rock, tipici della “Grohl Orchestra” tanto cara ai fan; il secondo, invece, era una serie di brani soltanto acustici, in collaborazione con numerosi artisti, tra cui Norah Jones, Josh Homme dei Queens of the Stone Age e il bassista dei Led Zeppelin John Paul Jones. Dopo la parziale delusione di fan e critica del precedente album, “One By One”, Grohl e compagni tornavano con un quinto lavoro racchiudendo le due anime della band, creando qualcosa di unico e interessante e mostrandosi, soprattutto, più affiatati che mai. “In Your Honor” è un doppio album bifronte: da un lato straripa di classici brani rock, post-grunge, dall’altro è un fiume essenziale ed introspettivo di melodie acustiche e malinconiche. Geniale nella sua semplicità.
Eppure, sono anni che continuo a leggere critiche severe su questo disco, soprattutto nella sua seconda parte acustica. Forse i Foo non cambieranno mai la storia della musica, ma non gli si può negare una vitalità, un’energia carismatica – oltre a decine di brani notevoli e memorabili – che ne confermi la presenza scenica.
Per quanto mi riguarda, resto dell’idea che mostrare un lato più intimistico, raramente esposto sotto i riflettori, resti sempre una buona idea, e che creare un doppio disco resti un’impresa difficoltosa, soprattutto per l’ampiezza. È come se Dave Grohl avesse improvvisamente bisogno di gravità: canta ad occhi chiusi, calmo, il viso premuto contro il microfono, i capelli sudati. Viene completamente meno il personaggio del “frontman burlone” tipicamente americano, per lasciare il posto ad una riflessione lontana anni luce dal suo alter ego, come se cercasse di costruirsi un’eredità oltre l’ombra dei Nirvana e di Kurt Cobain, rivendicando il suo posto nel mondo e nella musica.
Il “lato rock” dell’album si apre con quattro brani tra i migliori dei Foo, un susseguirsi distorto e roboante che passa dalla title track, passando per No Way Back – brano assurdo e travolgente, sorretto dalle urla di Dave Grohl, dalle corde sinuose di chitarre e da una batteria perentoria – e Best of You – riflessione furiosa sulle fragilità umane, riesce a diventare un tormentone per i suoi versi ossessivamente ripetitivi senza mai stancare – fino alla tanto vivace quanto sottovalutata DOA – brano contorto, in cui la voce di Grohl si fa flebile, quasi fosse stata strappata da altri pezzi.

Doveroso ricordare anche brani come Hell – due minuti di meravigliosa e caotica energia con un’interpretazione esplosiva e roboante di Grohl – e Free Me, brano chesa di ibrido tra l’irruenza del grunge nel ritornello e strofe cupe e discendenti: “Free me right now / You take me away, take it from me”. A chiudere questa prima parte troviamo End Over End, brano da urlare a squarciagola ai concerti e che non nasconde un evidente omaggio ai primi Queen.
L’altra metà del cielo, il lato acustico di “In Your Honor”,è un qualcosa di sorprendente e dolce allo stesso tempo. Un trionfo di archi e pianoforte in brani come Miracle – brano docile che vede un cameo di John Paul Jones dei Led Zeppelin, ma senza la sfrontatezza dei Led Zeppelin – e What If I Do? sono accompagnati da una batteria costante e bassa, leggera come una piuma.
Virginia Moon è un duetto pop, essenziale ed accogliente, impreziosito dalla voce morbida di Norah Jones, che si fonde con la timbrica rude di Grohl per un risultato che di certo non ti aspetteresti: “Secret fascination, whisper a quiet tune / Hear me callin’ you, Virginia Moon, I’ll wait for you tonight”. Cold Day in the Sun porta il batterista Taylor Hawkins ad assumere la voce solista, mentre Friend of a Friend, brano originale di Grohl dell’era Nirvana, suona silenzioso e composto, emotivamente onesto nel ricordo di Kurt. Dai toni decisamente più cupi, tracce come Over and Out, Still e la vitrea Razor sul finale, traccia commovente che riassume perfettamente l’essenza di entrambi i dischi.
“In Your Honor” è stato, a suo modo, un disco rivoluzionario, che ha confermato i Foo Fighters nella scena musicale di quegli anni. Un disco a tratti complesso ma che sicuramente vale la pena riascoltare ancora.
