
Erano gli anni ’80 e l’immagine, “il look”, delle band contava enormemente sui loro destini commerciali, grazie all’esplosione dei video come mezzo essenziale della promozione discografica. In Italia, dal 1984 avevamo “Videomusic”, emittente televisiva che dominava le giornate degli adolescenti. Che tornavano a casa da scuola e correvano ad accendere “Videomusic”. Facevano una pausa dai compiti e di nuovo era “Videomusic”. L’equivalente di ciò che dal 1981, negli Stati Uniti era MTV, poi diffusasi in tutto il mondo.
Non è un caso dunque se furono gli anni in cui esplosero gruppi “fichetti”, come i Duran Duran o i Wham. I video pullulavano di belloni dei due sessi, con bicipiti e bikini in bella mostra, in modo da stimolare gli ormoni adolescenziali affinché guidassero gli acquisti discografici dei giovani. In questo clima laccato, il lavoro di produzione musicale giocava la sua parte. Retrospettivamente, uno dei generi che dominava le classifiche nelle prima metà degli ’80 sarebbe stato designato con l’etichetta di “sophisti-pop”. Il cui sorgere viene identificato con “Avalon” del 1982, l’album di maggior successo dei Roxy Music, già alfieri del “glam” anni ’70, reinventatisi per il nuovo decennio. La band negli anni ’80 ci regala un nuovo pop, caratterizzato da una produzione sontuosa, con tastiere in primo piano e richiami ad un soul e jazz di maniera.
Con questa introduzione di contesto arriviamo ai nostri “Prefab Sprout”, passati alla storia quali esponenti di punta del “sophisti-pop”, sebbene a ben vedere erano capitati un pò per caso in quei tempi in cui l’apparenza contava tanto. Se Il loro secondo album, “Steve Mc Queen” di cui oggi celebriamo i 40 anni, entrò nelle classifiche, qualcosa pur si doveva all’immagine che nei video proiettavano Paddy McAloon e Wendy Smith. Belli, magri e giovani. Lui, novello James Dean, a metà tra la faccia di bravo ragazzo e il look da “gioventù ribelle” con moto e giubbotto di pelle, proiettato fin dalla copertina del disco. Lei, eterea, sia per i capelli e gli occhi chiari che per i suoi controcanti fascinosi che così tanto pesavano nella formula musicale della band. Ma non stiamo parlando dei Duran Duran o dei Sade, non stiamo parlando di quel livello di successo. Forse perché i loro video non contavano con top model o con la bellezza inarrivabile di Sade Adu.
E Paddy era un frontman per caso, disinteressato alla vetrina e concentrato solo sulla musica, al punto che aveva considerato l’ipotesi di mandare in prima linea il fratello e bassista della band, Martin Mc Aloon. Sarà per questa cifra diversa che caratterizzava il suo leader se quarant’anni dopo è ancora alta la considerazione della critica per i Prefab Sprout. Paddy McAloon, autore dei testi e delle musiche, viene acclamato e riconosciuto come “uno dei più grandi songwriter della sua generazione” o “l’ultimo genio del pop”. In più, Mc Aloon interpretava i suoi brani con una voce che taglia le casse (o le cuffie). Un timbro espressivo capace di sottolineare profondamente sia la gioia che il dolore e rimanere impresso nei padiglioni auricolari e nei cuori degli ascoltatori. Le tastiere a cui si alternava lui stesso con Wendy Smith e Thomas Dolby, magistralmente prodotte da quest’ultimo, conferivano ai Prefab Sprout quel timbro “sophisti-pop” che li agganciava alla loro epoca. Le ascoltiamo ad esempio nella intro di Appetite lanciare e chiudere il brano conferendogli una sottile epica pop.

Il disco si caratterizza per un “lato A” estremamente ispirato, al centro del quale compaiono quattro brani che se c’eri nel 1985 ti colpirono da subito e, 40 anni dopo non ti sei ancora stancato di ascoltare a ripetizione. Il “lato B” che si apre con Moving the River richiede invece più ascolti, a seguito dei quali emergono gemme come Desire As. Paddy Mc Aloon era profondamente ispirato dall’America anche se, invero, l’America non lo avrebbe mai ripagato dello stesso livello di successo goduto in patria. Lo rivela fin dal titolo dell’album che afferma la sua passione per il grande attore americano. Musicalmente si ispirava al rock’n roll, al country e pop americano, al jazz e al soul:
Il primo disco che mi ha davvero fatto amare la musica è stato Wichita Lineman (un classico del country pop americano, ndr). Penso ancora che potrebbe essere la più grande canzone che abbia mai sentito. Non è che aneli il passato, ma quando ascolto dischi come West Side Story, Pet Sounds o qualsiasi numero di dischi di Jimmy Webb o dei Beatles, non sono sicuro di che cosa qualcuno di noi abbia da mostrare che sia un miglioramento su quel modello di base.
Se si recupera una vecchia intervista di quando ancora la band non era famosa, emerge una certa consapevolezza dell’artista nei propri mezzi:
Potrebbe sembrare un po’ presuntuoso, ma ho davvero l’ambizione di essere riconosciuto come il migliore. Non è che penso di essere bravo come i veri grandi – persone come Steven Sondheim, Burt Bacharach e Paul McCartney – ma quando guardo alla concorrenza in giro al momento, non vedo davvero nessuno da temere.
Un paio di lustri dopo tuttavia, dopo avere esaurito con “Steve Mc Queen” e con il suo successore le sue migliori cartucce commerciali, dovrà riconoscere di avere raggiunto più lo status di punto di riferimento e ispirazione per i suoi colleghi che di popstar:
Leggo sempre il mio nome nelle interviste di altre persone…. È strano, però, quando un altro musicista mi cita come un’influenza. È difficile pensare a me stesso come influente perché le influenze sono vecchie e morte. Apprezzo moltissimo ciò che facciamo, ma ho difficoltà a pensare a noi come a un gruppo vero e proprio, perché quelli vendono dischi a pacchi.
E aggiunge:
La cosa frustrante è che sono un grande fan dei dischi di successo. E mi arrabbio appassionatamente quando non succede a me.
Forse Mc Aloon era arrivato troppo tardi, come disse Thomas Dolby nei primi ‘90:
Paddy è in contatto con l’aspetto che è stato in gran parte mancante dalla musica pop negli ultimi 10 o 15 anni. È quella parte che non ha a che fare con lo spostamento del prodotto e la vendita della tua immagine, la parte che ha a che fare con il rischio reale e l’avventura
Seppur cresciuti in una epoca in cui l’industria musicale era dominata dall’apparenza e dal “look”, la musica di Mc Aloon e dei suoi “cavoletti prefabbricati” aveva ben altra sostanza e respiro. Ciò si apprezza anche nella versione acustica che, di “Steve Mc Queen”, il nostro ha registrato vent’anni dopo, nel 2006. Dimostrando che, anche tolta la patina della sontuosa produzione anni ‘80 di Thomas Dolby e i video fascinosi, certe composizioni non perdono il loro valore, grazie anche ad una voce che malgrado il tempo non ha perso nulla della sua incisività. L’edizione “unplugged” evidenzia il profondo talento melodico di Mc Aloon. Appetite e Bonny non sono meno ipnotizzanti che nell’originale. E nella versione acustica, Desire As spicca come un esercizio bellissimo di folk melodico. Anche se ci son cose che non funzionano senza le tastiere e senza gli interventi vocali della Smith (è il caso di Goodbye Lucille #1).
Negli anni successivi a “Steve Mc Queen”, i Prefab Sprout amplificheranno il loro successo con From Langley Park to Memphis (1998), per poi iniziare a retrocedere nelle chart:le successive uscite discografiche, accompagnate dalle ovazioni della critica ma anche da una distribuzione e promozione limitati, sono servite soprattutto ad alimentare il mito della band. Emergono tra gli altri il concept album di 64 minuti, Jordan: The Comeback (1990) e un album principalmente strumentale e sperimentale con incursioni nella musica classica (“I Trawl the Megahertz”, 2003). Oggi, le foto ritraggono Mc Aloon con una lunga barba bianca da vecchio druido, ben lontano dal giovanilismo ostentato negli anni ’80. Mentre i Prefab Sprout sono mutati lentamente nel progetto solista di un artista profondamente segnato dai problemi di salute che ne limitano gravemente sia udito che vista.
Così, oggi i Prefab Sprout sono assurti allo status di mito del pop d’autore. Un mito che affonda in una freschezza e ispirazione profonde che ancora non smettono d’impressionare quando si torna ad ascoltare “Steve McQueen”, un grande immortale disco pop.
