Hebi Katana – Imperfection
Recensione del disco “Imperfection” (Ripple Music, 2025) degli Hebi Katana. A cura di Paride Placuzzi.
Probabilmente quello che rende più stupiti nell’ascoltare gli Hebi Katana è la loro locazione geografica: Tokyo. Che poi non stupisce nemmeno così tanto se si pensa alla follia generale dei musicisti giapponesi che sembrano creare dei micro mondi tutti loro. Basti pensare agli Acid Mother Temple. Non hanno scoperto niente di nuovo né loro né gli Hebi Katana, ma hanno un modo quasi fanciullesco di affrontare la musica, come se scoprissero quelle influenze per la prima volta anni dopo la loro nascita in altre parti del globo. Le ascoltano, le fanno loro e le replicano con un’euforia ed una sincerità che sono impossibili da non percepire.
Per chi non li conoscesse gli Hebi Katana sono al loro quarto album e dal 2020 si muovono sulle orme già belle solcate dello stoner/doom in pieno stile Sabbath (fermiamoci il tempo di ascoltare Electric Funeral per Ozzy) con una svaporata di influenze melodiche dei ’90 che a loro piace chiamare Tokyo samurai doom.
“Imperfection” tratta il tema del Wabi-Sabi, caro ai giapponesi per il concetto di transitorietà delle cose. E cosa c’è di più transitorio della vita? La morte forse? Lo scopriremo solo morendo…Il disco si apre con Bon Nou , un piccolo arpeggio ci accarezza per poi scomparire in un reverbero che fa spazio ad un basso fuzzy prima di far partire la locomotiva a tutto vapore con a bordo gli Orange Goblin.
Con Dead Horse Requiem gli Hebi Katana si fermano per lasciare gli Orange Goblin, rallentare la corsa e far rifornimento di melodie vocali che vogliono fare il pelo a Layne Staley ma la lametta è arrugginita. I riff di chitarra però sono belli solidi e ci tirano per la maglietta sbiadita degli Alice In Chains fino a Doomed Echoes From Old Tree dove Nobu (cantante, chitarrista) continua a divertirsi nel seguire l’ombra di Staley. Yu gen parte come una sorta di ballad accompagnandoci tra la sabbia di Phototropic dei Kyuss per poi deviare in un riff heavy fino a farci venire due ernie al collo a furia di headbanging.
L’ultima traccia del disco, Yume Wa Kareno, riprende l’iniziale arpeggio di chitarra per poi cavalcarlo e trascinarlo di forza verso una schiaccia sassi guidata da Tony Iommi. Il ritornello incalza una melodia quasi patinata che ricorda l’intro di Mother dei Danzig.
In definitiva “Imperfection” non lascia certamente il segno ma lo possiamo portare tranquillamente ad una serata tra amici a grigliare, bere birre e ruttare fino all’alba.




